L'eterogenesi dei fini dell'aggressione all'Iran
di Filippo Bovo - 02/03/2026

Fonte: Filippo Bovo
Giunti ormai al terzo giorno, il conflitto giunge ad un'intensità che supera ogni previsione. Certamente supera, seppur negativamente, le previsioni degli Stati Uniti, e così pure di Israele, che pensavano di condurre un'azione lampo, secondo la dottrina militare di "shock and awe" ("trauma e paura", "colpisci e terrorizza", finalizzati ad un "dominio rapido" del conflitto), ma anche dei loro alleati in Europa e nel Golfo. Supera pure quelle di molti altri che, dall'opposto lato, nei giorni scorsi guardavano con motivata apprensione al vasto e crescente dispiegamento di forze americane nella regione, per un distruttivo attacco all'Iran.
Vari fattori indicano questo fenomeno. Ad esempio, appena iniziati gli attacchi, al primo giorno, la tesi predominante era di una durata non superiore ai 4 giorni. Solo ieri però, a cavallo tra il secondo e il terzo giorno, Trump ha rettificato le previsioni parlando di almeno 4 o 5 settimane, mettendo poi ulteriormente le mani avanti circa il rischio di nuovi morti tra le forze americane (ufficialmente, siamo già a 3 caduti e diversi feriti, anche molto gravi) come pure di altri "danni collaterali" (ad esempio, la minor disponibilità d'idrocarburi e il loro relativo aumento di prezzo, con relative conseguenze per l'inflazione: non a caso la Casa Bianca sta ora spingendo per un aumento massiccio nella produzione di shale oil e nell'uso delle riserve strategiche, col Brent nel frattempo salito del +9%, a 80$).
Dobbiamo distinguere tra linguaggio elettorale e realtà sul campo: le elezioni di medio termine sono molto vicine e di fatto il paese è già in campagna elettorale. Giungervi con una facile vittoria, dopo un breve conflitto che gli avrebbe permesso di sventolare enormi risultati (la fine, oltre che dello "spettro" nucleare iraniano, anche del suo programma missilistico e dei suoi legami con Hezbollah, Houthi, milizie sciite irachene come Harakat Hezbollah al-Nujaba, Asaib Ahl al-Haq, Kataib Hezbollah, Organizzazione Badr, magari pure un "regime change" e la fine dell'opposizione ad Israele), per Trump sarebbe stata la garanzia di un esito "bulgaro" del Partito Repubblicano al Congresso. Con un conflitto che si prolunga e dagli esiti incerti, invece, tutto ciò appare molto più difficile: è un "pantano" che può comportare costi umani ed economici poco "igienici" sotto elezioni).
Anche Netanyahu, del resto, prima d'imbarcarsi per Berlino, dove ha trovato riparo dai lanci iraniani che stanno mettendo in seria crisi l'apparato di difesa aerea israeliana (complice l'accecamento dei radar nelle basi americane nel Golfo e la saturazione con droni e missili a basso costo di costosi sistemi d'intercettazione come Patriot, THAAD ed Arrow 3, che vengono sprecati più rapidamente di quanto possano essere rimpiazzati: è notizia delle ultime ore che anche ad Al-Udeid è stato neutralizzato un altro radar AN/FPS-132 dal valore di 1 miliardo di dollari), ha dichiarato in TV ai suoi connazionali che il confronto con l'Iran sarà lungo e duro. Pure il premier israeliano, del resto, si regge su una maggioranza fragile, e ha sul collo il fiato della magistratura nazionale per almeno tre distinti casi giudiziari di corruzione. La guerra doveva garantirgli lunga vita politica (debellare una volta per tutte la "minaccia" di Teheran ne avrebbe fatto un eroe nazionale), ma per ora non va secondo le aspettative.
Poiché né Stati Uniti né Israele intendono imbarcarsi in una crisi bellica di lunga durata e d'incerto esito (entrambi i paesi hanno un sistema militare orientato agli scontri brevi ed efficaci, come tale poco incline a cimenti militari di tutt'altra natura, ancor meno una guerra asimmetrica e di attrito come quella condotta da Teheran), la ricerca di una soluzione viene ovviamente salutata con favore. L'Iran è stato avvicinato da paesi terzi, seppur cobelligeranti (non a caso le basi americane sul loro territorio sono state colpite, come negli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo), come il Qatar e l'Oman, che hanno presentato una richiesta di "cessate-il-fuoco" inviata dagli Stati Uniti. Teheran, per bocca del Segretario del Consiglio Suprema di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, ha però sdegnosamente respinto l'offerta. Anche l'Italia, che analogamente mantiene canali informali con l'Iran, ha collaborato nel fornire una richiesta di "cessate-il-fuoco" da parte di Washington, ottenendo solo un rifiuto (tra l'altro, è piuttosto curioso dover apprendere di questa notizia, su cui oggi Tajani presenta un'informativa al nostro Parlamento, da giornali stranieri: le nostre testate non ne trattano, o se lo fanno è in modo piuttosto "evasivo").
Naturalmente anche qua entra in gioco il linguaggio elettorale. Trump, non potendosi permettere per ovvie ragioni il lusso di rivelare ai suoi concittadini di aver "pregato" per un "cessate-il-fuoco" Teheran prima di un allargamento del conflitto senza adeguate scorte militari per contenerlo, ha "rivoltato la frittata" dicendo che i nuovi leader iraniani, succeduti a Khamenej, gli avevano chiesto di parlare e che lui aveva accettato. Quando è giunta la secca smentita iraniana, col relativo rifiuto d'ogni "cessate-il-fuoco", il bubbone è scoppiato.
Non è stato l'unico caso: quasi in contemporanea è giunta da Riyad la smentita ad un articolo del Washington Post (di proprietà del magnate di Amazon Jeff Bezos, nonché "gola profonda" del Dipartimento di Stato) che attribuiva al Principe Ereditario MBS pressioni su Trump affinché avviasse quanto prima possibile l'attacco all'Iran. Con un comunicato ufficiale, il Ministero degli Esteri saudita ha smontato punto per punto l'articolo, ribadendo che Riyad al contrario aveva sin qui pressato l'Amministrazione Trump affinché non intraprendesse azioni a danno degli sforzi sauditi di preservare la stabilità regionale. Quello del Washington Post è un "falso giornalistico" che risponde comunque ad una precisa strategia, volta a spingere l'Arabia Saudita e tutti gli altri membri del Consiglio di Cooperazione Golfo alla guerra contro Teheran, e che è stata però ampiamente scoperta. Vi concorrono anche altri episodi, che non lo rendono un caso isolato, come ad esempio il recente e controverso bombardamento della raffineria ARAMCO di Ras Tanura (che s'associa a quello del più grande complesso di liquefazione di GNL al mondo, a Ras Laffan, nelle vicinanze, con relativa sospensione della produzione).
Per l'Iran un allargamento del conflitto in quei termini equivale a mettere ancora più alle corde la macchina economica e militare israelo-americana, portandola alla paralisi. Tuttavia, poiché gli Stati del Golfo hanno ufficialmente mantenuto la neutralità nei confronti di Teheran (salvo essere beffati ed abbandonati dagli Stati Uniti, come dichiarato da un ufficiale saudita ad Al Jazeera), sin qui le forze iraniane non hanno colpito i loro siti energetici, concentrandosi soprattutto sulle basi americane. Già ora, mentre la Lega Araba rinnova gli inviti ad una de-escalation, varie figure politiche del Consiglio di Cooperazione del Golfo sconsigliano dall'ipotesi di un intervento contro Teheran, dichiarando che a guadagnarne non sarebbero né i loro Paesi né l'Iran, ma solo altre potenze esterne dalle mire tutt'altro amichevoli verso la regione.
Ma, in fondo, anche un allargamento della faglia diplomatica tra Washington e Riyad (con tutto il Consiglio di Cooperazione del Golfo) per l'Iran sarebbe un risultato eccellente: l'equivalente di fatto di un allargamento del conflitto, sia pur sotto altre forme.

