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Amare l’Italia è inutile

di Roberto Pecchioli - 14/01/2026

Amare l’Italia è inutile

Fonte: Ereticamente

Ha destato interesse un intervento di Marcello Veneziani sull’amor patrio. L’intellettuale pugliese, coetaneo dell’autore di queste note, confessa la sua delusione, il disincanto verso l’oggetto dell’amore di tutta una vita, la patria italiana. Qualcosa dell’amarezza che traspare è legata all’età che avanza, alle illusioni perdute, alle incomprensioni vissute. Ingrata patria, ma non solo  questo.  L’Italia non ci ha tradito, ma deluso. Per il tradimento occorre che ci sia stato amore reciproco. Non è così. Noi abbiamo amato un’entità, un sentimento, un luogo, una storia della quale a moltissimi italiani, alle istituzioni ufficiali, alle culture dominanti non importa nulla. Un amore ingenuo a senso unico. Non vale la pena amare ancora  ciò che chiamiamo Italia. Peggio: è del tutto inutile.
Ci ha colpito, nella riflessione di Veneziani, una citazione di Sandor Màrai, grande scrittore ungherese del Novecento, tratta dal romanzo Le braci.  “La mia patria non esiste più. Il misterioso elemento che unificava ogni cosa ha esaurito il suo effetto. Tutto è caduto in pezzi, sono rimasti solo i frammenti. La patria per me era un sentimento. Questo sentimento è stato offeso. In casi come questi, uno se ne va. Ai Tropici o ancora più lontano. Più lontano dove? Nel tempo. “Màrai fu un ungherese della diaspora di un popolo diviso tra vari Stati alla fine dell’impero asburgico. Visse delusioni atroci: antifascista e anticomunista, fu perseguitato da entrambe le ideologie. Approdato negli Usa, visse come un tradimento la decisione del figlio di americanizzare il suo nome. Per questo si trasferì per anni in Italia, morendo suicida dopo il ritorno in America.
Anche a noi è sfuggita la patria, l’ Italia che troppi chiamano “questo paese”, al massimo “il nostro paese”. Sopravvive nell’animo di qualcuno, nella memoria, nell’immenso lascito che forse nessuno erediterà. Si disseccano le fonti della cultura comune, aggredita dal globish accolto con sciocco giubilo provinciale e più ancora dall’indifferenza dei connazionali. Sfuma lentamente la bellezza  abbagliante dell’arte, del paesaggio naturale e di quello costruito nel tempo da popoli che non sapevano di essere italiani ma lo erano. Proprio il contrario dell’Italietta di oggi, abitata non da connazionali, bensì da contemporanei casuali. Si ama una civiltà, un luogo, degli usi e dei costumi, una lingua, una cultura, un modo di essere. Terra dei padri e insieme madrepatria: la filiazione, l’eredità, le radici. Si ama soprattutto la gente che sentiamo “nostra” ma per strada non la vediamo o non la riconosciamo più.
Patria è mutuo riconoscimento, non folla senza tratti comuni. Radici spezzate, ripetiamo, dall’indifferenza. Chi scrive è italiano per nascita, idioma e cultura. Ma ha smesso di amare “questo paese”, rifugiandosi, come l’esule Màrai, nel territorio senza tempo della memoria. Indiretta, perché l’Italia amata intensamente di cui abbiamo nostalgia (“dolore del ritorno”) non l’abbiamo vista con i nostri occhi se non nei primi anni della vita. E’ come se qualcuno ci avesse silenziosamente cacciati di casa. Tutto è cambiato dinanzi a noi e ci siamo dovuti adattare per sopravvivenza, per non apparire pazzi. Abbiamo indossato una maschera interiore per nascondere un’irriducibile, dolorosa diversità. Si ama un popolo, il suo peculiare modo di vivere, la sua specifica visione dell’esistenza, di guardare il mondo. Tutto dissolto.
Amavamo i connazionali, non i concittadini. E non ci riferiamo solo alla rapida sostituzione etnica che modifica per sempre città e paesi, ma all’evidenza che una Patria – qui serve la maiuscola- non è uno Stato e le sue leggi, buone o cattive. A chi scrive non importa nulla della  repubblica. La patria è l’acqua in cui si nuota, il luogo in cui si sta come nel ventre della madre, in cui il volto dell’altro è simile al nostro, dove ci si intende senza parlare e quando si apre bocca sgorga una lingua di cui si condividono le sfumature e perfino il non detto.  Patria è la comunità che protegge se stessa e chi ne fa parte, l’eredità accettata che attraversa il tempo e si trasmette ai figli, possibilmente migliore, più ricca, più bella. Non c’è eredità senza eredi. L’Italia sta silenziosamente smantellando se stessa: non abbiamo figli, quindi nessun italiano riceverà quanto lasciano le generazioni presenti. Inevitabilmente ciò che non si ama non si custodisce, è trascurato, consumato, alienato.
I giovani italiani sono pochi e smarriti. I più vitali lasciano il paese – o la patria – per assenza di prospettive e perché sanno che non c’è un progetto nella terra natia. Chi resta non si riproduce né biologicamente né culturalmente. L’Italia ha imboccato da mezzo secolo – da trent’anni con moto accelerato – un declino economico, etico, esistenziale, demografico, civile inarrestabile. Si può ormai amare  solo un ricordo, un legato che smentisce il suo nome, abbandonato com’è da chi lo ha rifiutato. Le poche voci che hanno lanciato l’allarme sulla fine dell’Italia per esaurimento demografico e indifferenza a se stessa sono state ridotte al silenzio, derise, accusate di anacronismo. Il risultato è il trionfo dell’ individualismo di massa (un ossimoro) che enfatizza una caratteristica della nostra gente: all’eccellenza individuale non corrisponde lo spirito comune, la volontà di intraprendere un percorso condiviso, di popolo.
La conseguenza è la sterilità per trascuratezza. Come una prateria fertilissima che nessuno coltiva più. Il contadino ama visceralmente e insieme concretamente il suo campo, è legato ad esso e vuole trasmetterlo ai figli. L’individuo solo casualmente italiano – cittadino di una patria formata da un’unica persona, Io – è indifferente. Domani – dieci, quindici anni al massimo- maledirà di non avere avuto figli: chi gli pagherà la pensione, la sanità, chi avrà cura della sua vecchiaia? Per egoismo e irresponsabilità non ci ha mai pensato, come la cicala della fiaba. Giocoforza, l’immigrazione massiccia riempirà i vuoti: è la legge della vita. Ma non saranno italiani, solo cittadini di uno Stato non più nazione.
Come si può amare ciò che non senti tuo? Dicono che l’unico patriottismo accettabile è quello “costituzionale”, fondato sullo Stato e sulle leggi che lo sostengono. Ridicolo: nessuno ama una legge più di una patria, nessuno si immola credendo davvero che la sovranità appartenga al popolo (quale?) “che la esercita nei limiti stabiliti dalla costituzione“. Ovvero, la norma scritta è superiore, addirittura anteriore al motivo per cui esiste uno Stato chiamato Italia, nato per riunire generazioni di compatrioti. E’ difficile appartenere a uno Stato che non è patria. Tutt’al più se ne fa parte, esibendo il  documento che attesta la cittadinanza. Concittadini, non compatrioti.
Passo alla prima persona singolare: non mi sento cittadino. Di un paese – non nazione, non popolo – che protegge i criminali e non le persone oneste, sino a condannare al carcere e alla rovina economica i suoi funzionari in divisa che si oppongono a ladri e rapinatori. Non sono cittadino se non posso difendere ciò che è mio e la mia famiglia senza essere trattato peggio dei delinquenti. Non sono cittadino se i miei diritti sono di fatto inferiori a quelli di chi è ospite nella mia casa. Non sono e non mi sento cittadino se per mantenere una gigantesca struttura burocratica che mi è ostile lavoro più tempo per lo Stato che per me stesso. Non sono cittadino se le leggi che sono costretto ad osservare provengono in gran parte da una struttura estranea- se non nemica – quale l’UE. Non lo sono se non ho il potere di scegliere amici e alleati e se in casa ospito – pagando- eserciti stranieri. Non sono cittadino se il denaro che spendo è emesso da banche private straniere.
Se questa è la patria, ne faccio a meno e divento apolide. Di nazionalità, lingua, cultura italiana, orgoglioso di aver fatto parte di una storia. Quel che resta della mia patria somiglia a un brano di Lucio Battisti:“ chiudere gli occhi per fermare qualcosa che è dentro me, ma nella mente tua non c’è. Tu chiamale se vuoi emozioni”. Di un esule dal tempo, abitatore un tempo innamorato di uno spazio tra alpi e mare, la mia patria adesso solamente repubblica italiana.