Civiltà del dono e “cultura” del mercato
di Giorgio Vitangeli - 14/01/2026

Fonte: Italicum
La civiltà del dono è contrapposta alla imperante cultura del mercato. Su quella che ora si chiama “Civiltà del dono” e di cui molto si parla, da tempo mi ronzavano in testa alcuni semi di idee, stimolate da personali esperienze. Vorrei quindi formulare alcune ipotesi e idee da chiarire ed approfondire. Le esperienze erano quelle della civiltà contadina, in cui sono cresciuto per alcuni anni da bambino, nella frazione di campagna di un piccolo Comune delle Marche, ove mio padre, prima di partire per il fronte africano, aveva portato tutta la famiglia, e lì eravamo rimasti sino alla fine della guerra. Il modo di vivere nelle città io l’ho conosciuto che avevo ormai dieci anni.
Ma la civiltà contadina della mia infanzia l’ho ritrovata ormai adulto, cinquant’anni fa, in un’altra frazione di campagna – questa volta in Umbria - dove un po’ per nostalgia, un po’ per preveggenza ho acquistato una casa colonica ed un terreno abbandonato. L’ultimo tratto di strada per arrivarci era bianco e polveroso; nella casa ormai vuota, ed in quella di un contadino confinante, tenacemente rimasto sulla sua terra, non c’erano né acqua corrente, né servizi igienici, né corrente elettrica. Insomma, corrente elettrica a parte, era tale e quale alla casa di campagna in cui ero cresciuto. E più o meno uguali erano le poche persone che vivevano nei poderi circostanti e nella frazioncina lontana poco più di un chilometro: quattro case, una botteguccia che vendeva di tutto un po’, ed a rappresentare il progresso c’era solo un telefono a gettoni, un’osteria ove si andava a giocare a carte ed a bere un bicchiere in compagnia, e più appartata una piccola chiesetta di campagna che si fregiava del titolo di Santuario.
Dopo poche settimane conoscevo già tutti. E se si restava a chiacchierare a casa del vicino, ed era quasi ora di pranzo o di cena, l’invito era inevitabile: “Restate a mangiare con noi” ed io e mia moglie a volte dovevamo accettare per forza, tanta era l’insistenza, ed altre volte inventavo qualche scusa credibile per timore di essere troppo invadente. Quasi sempre, quando andavamo via per tornare a Roma, spuntavano pacchi e pacchetti di regalo: le uova fresche, le verdure di stagione, qualche pezzo di carne di cinghiale fatto fuori di notte, per “legittima difesa” del campo di granturco o della vigna. Anche noi, naturalmente, cercavamo di ricambiare, portando qualcosa che in campagna non si trovava. E quando era ora dei lavori in grande – la vendemmia, la trebbiatura del grano, la raccolta delle olive - tutti si davano una mano tra vicini, ora nel campo dell’uno, ora dell’altro, in un clima di festa.
Cultura del dono? Allora non se ne parlava, ma in campagna ancora la si viveva. Era connaturata alla civiltà contadina, e non solo in Italia, ma certo in tutta l’Europa.
Due flash della memoria
Due flash tra i tanti ricordi. Ero in Jugoslavia ed in una bancarella contadina chiesi due pomodori. Quando domandai il prezzo la contadina alzò le spalle e fece segno di no, sorridendo: “Dvaparadajza?”, due pomodori? Me li regalava.
Un’altra volta, quasi sessant’anni fa, ero in Romania, in piena campagna, ed avevo forato una gomma. Anno di grazia 1964: il primo anno che la Romania apriva le frontiere ai turisti, dopo la seconda guerra mondiale. Proprio lì, al margine della strada statale non ancora asfaltata c’erano una casa ed un pozzo. Nessun recinto in mezzo. Il sole di piena estate arrostiva. Mi avvicinai un po’ esitante al pozzo. C’era un secchio con la carrucola ed un bicchiere d’alluminio legato ad una catenella. Non avevo fatto a tempo a prendere in mano quel bicchiere che un vecchio uscì dalla casupola con un bicchiere di vetro in mano, facendomi segno di lasciare quello d’alluminio. Ci parlavamo, un po’ a gesti, un po’ a parole, lui in rumeno, io in italiano. Comparve anche la moglie: “se lege, se lege”, mormorava stupita. “Si capisce, si capisce”. E capivo un po’ anche io intuendo da “intelligere” in latino e da “leggere”. E finì che, benché evidentemente fossero disperatamente poveri, vollero farmi assaggiare il loro vino, accompagnato da una fetta di pane e due uova strapazzate in padella. Non è dello Stato, è del mio orto, chiarì orgoglioso il vecchio contadino rumeno. Di tutta quella terra, poteva coltivarne infatti per sé solo un minuscolo fazzoletto.
Ora tutto è cambiato
Sessant’anni dopo certamente la Romania è cambiata. Ma anche nella campagna umbra, ove ancora ho la mia casa, tutto è cambiato. La stradina è asfaltata; la corrente elettrica è in tutte le case, e con essa sono arrivati la televisione, il frigorifero ed il congelatore, la lavatrice, ed il gas col bombolone dietro casa per cucinare o per riscaldare i termosifoni. Tutti hanno il telefonino, ed anche l’automobile. La vecchia osteria e la botteguccia hanno chiuso: la spesa si va a fare con la macchina, al supermercato del paese vicino. Insomma, è arrivato il progresso, e questo è un bene.
Il guaio è che sono cambiati e stanno cambiando anche gli uomini e le donne, e non mi pare proprio in bene. I vecchi e gli anziani di allora son morti quasi tutti, e con essi sembra sia morta anche la vecchia civiltà contadina.
Il fatto è che i figli di quei vecchi contadini il lavoro nei campi già da ragazzi l’avevano abbandonato, ed erano andati a vivere in paese o in città, a fare gli operai, o i camionisti, o i poliziotti o i carabinieri, o qualunque altro lavoro, ma non quello sulla terra. E se ne erano andate anche le figlie, spose di quei figli di contadini inurbati. Alcuni, spinti dalla nostalgia, ora sono tornati nella vecchia casa, rimessa a nuovo, Ma non appartengono più alla civiltà contadina, perché la loro vita l’hanno passata tutta in città, nella cultura del mercato.
Eppure qualcosa di quella vecchia cultura a tratti sembra riapparire, come un ramoscello che rispunta da una radice sotterranea. Man mano i “reduci” dalla città, non più urbanizzati, ritrovano lo spirito comunitario, che li porta ad organizzare tutti assieme sagre, feste, cene comuni, gare gastronomiche, tornei di carte, con i più disparati pretesti, ma in realtà per il ritrovato gusto di stare assieme, di essere una piccola comunità.
L’eterno scontro tra civiltà di terra e talassocrazie
Queste dunque erano e sono le esperienze personali, il mio “vissuto”, che mi portava a riflettere sul contrasto insanabile tra la cultura mercantile oggi dilagata, e la vecchia civiltà contadina. Che cioè la cultura del dono, la cultura comunitaria, sia più attinente non tanto alle civiltà arcaiche, alle comunità tendenzialmente autarchiche basate sull’agricoltura, come oggi si tende ad affermare, ma – più in generale- ai Paesi ed alle civiltà tellurocratiche, che cioè basano la loro forza ed il loro sviluppo sul dominio della terra, mentre la cultura del mercato sia tipica delle talassocrazie, che basano la loro potenza sul dominio del mare, e che su questo dominio hanno sviluppato i loro commerci internazionali. Per le civiltà che sviluppano la loro potenza grazie al commercio, e quindi per gli uomini che creano la loro prosperità grazie alle compravendite, si capisce come il dono sia un non senso, perché nella logica del mercante il dare e l’avere sono in realtà un comprare ed un vendere, da cui deve venire un guadagno, una acquisizione, non una perdita. Neppure del valore di due pomodori.
E non è per caso che il diritto sia nato a Roma, e non a Cartagine. Cioè nella potenza in terra, non in quella sui mari. E neppure è un caso che la cosiddetta “scienza” economica che oggi domina l’Occidente, che al mercato ha eretto un altare sacrificale, ed al “Dio lo vuole” ha sostituito “ce lo chiedono i mercati”, sia nata in Inghilterra, quando essa era la più potente talassocrazia dell’Europa.
Vale la pena però ricordare un particolare ormai dimenticato, in questa epoca in cui la scienza economica parla solo l’inglese: la prima cattedra europea di “economia civile” (oggi diremmo di economia politica) non è nata a Londra, ma a Napoli, nel Regno delle Due Sicilie, a metà circa del 1700, e la tenne il sacerdote Antonio Genovesi, filosofo, teologo ed appunto pioniere della scienza economica, nato in un paesino del Salernitano, che per primo tenne le sue lezioni in italiano, e non più in latino, come fino allora si usava nelle Università.
Ed anche Genovesi, come circa un secolo dopo l’inglese John Stuart Mill scriveva che “E’ compito del principe procurare la massima felicità per il massimo numero dei suoi sudditi”, ma da sacerdote e teologo ben sapeva che la felicità non viene solo dal benessere, perché “non di solo pane vive l’uomo”. E invece in Inghilterra i due padri della filosofia utilitaristica, Jeremy Bentham prima e Stuart Mill poi identificavano il bene con l’utile, e l’utile con la felicità. E già quasi un secolo prima un altro inglese, Thomas Hobbes, aveva predicato che allo stato naturale la natura umana è fondamentalmente egoistica, e le sue azioni sono mosse o da istinto di sopravvivenza, o da desiderio di sopraffazione, per cui “homo homini lupus”. Ogni uomo è un lupo per gli altri uomini.
Due concezioni opposte dell’uomo e della società
Ed è questa concezione della natura umana una disputa che si protrae da più di duemila anni, e forse anche da prima se includiamo le grandi civiltà dell’Asia, e sottende due visioni opposte dell’uomo e della società. Perché se è vero che Plauto aveva scritto per primo in una sua commedia che l’uomo è come un lupo per gli altri uomini, Seneca aveva obiettato invece che “homo sacra res homini”, cioè che l’uomo è cosa sacra per l’altro uomo. E secoli più tardi se Erasmo da Rotterdam aveva sentenziato, un po’ pilatescamente, che “homo homini aut deus aut lupus est”, Bacone aveva detto invece che “justizia debetur quod homo omini est deus, non lupus”, introducendo appunto il concetto di giustizia, cioè lo jus, il diritto, che fa sì che l’uomo non sia più lupo per i suoi simili, ed il giurista spagnolo Francisco de Victoria era andato oltre, affermando che l’idea che l’uomo senza alcun motivo sia nemico dell’altro uomo è “contra jus naturale”.
Naturalmente questa diversa concezione della natura umana si riverbera sull’idea di società. L’individualismo che oggi si vorrebbe imporre destrutturando la società, i suoi legami naturali, i suoi valori comunitari, è connesso all’idea di “homo homini lupus”.
Società? Non conosco nessuno con questo nome, irrideva sarcastica Margareth Tatcher, madre di quel liberismo selvaggio che ha mandato in rovina il mondo.
L’antidoto contro la cultura del mercato
Ed ecco la seconda constatazione che mi veniva spontanea: se il dono, manifestazione di empatia, di istinto relazionale benevolo tra gli uomini, è l’antitesi di quella attuale asfissiante, arrogante cultura del mercato che tutto vuole mercificare, l’antidoto a questo veleno è nei valori che sostanziavano la civiltà contadina, cioè il suo comunitarismo, che nelle campagne era sì necessario, prima dell’era delle macchine, ma era anche un valore riconosciuto, un modo di vivere, perché “anche la Regina ha bisogna della sua vicina”, come ricordava un proverbio. E non era solo questione di opportunità, perché connaturato allo spirito comunitario c’erano e ci sono altri valori, come quello dell’ospitalità, e più in generale quello del dono.
Residui di società arcaiche? Due altri “flash” della memoria, ad una analisi superficiale, parrebbero confermare questo giudizio, espresso oggi da molti sociologi.
Mio fratello andò in viaggio di nozze in Calabria, circa mezzo secolo fa. Amici calabresi di Roma li indirizzarono, tra l’altro, a un paese da cui provenivano, e gli dissero di rivolgersi ad un loro amico. Era povera gente, e quando arrivarono mio fratello e la moglie, li accolsero calorosamente, e per poterli ospitare gli cedettero la loro camera matrimoniale, arrangiandosi loro alla meglio. Il secondo episodio me lo raccontò mia moglie che è nata in Sardegna. Nei tardi anni cinquanta un giovane, loro lontano parente, sul traghetto che da Civitavecchia portava a Cagliari fece amicizia con una coppia di giovani svedesi. Giunti a Cagliari, li invitò a casa, e quando partirono per un giro della Sardegna, di paese in paese, li precedeva una telefonata, una lettera, un passaparola, e trovavano già chi li attendeva come per una festa, e li ospitava. E non partivano mai a mani vuote, ed una donna giunse a regalare per ricordo alla giovane svedese un prezioso bottone del suo costume tradizionale.
Io non penso che nella Sardegna di oggi, due giovani turisti d’una terra lontana sarebbero accolti con la stessa generosa ospitalità. So però che né settanta anni or sono, né tantomeno oggi, una storia analoga potrebbe svolgersi in quel di Milano, o a Torino, o Genova, tanto per fare qualche esempio. E’ vero: la Calabria e la Sardegna di allora conservavano, e ancora oggi in parte conservano, forti elementi di cultura arcaica. Ma dove è scritto che arcaico equivale ad arretrato? Spesso anzi, visto la piega che ha preso il progresso tecnologico, vien da pensare il contrario.
La verità è che la “civiltà del dono” è incomprensibile nel paradigma culturale della cultura del mercato. E così, magari senza rendersene pienamente conto, oggi molti sociologi, immersi in quella cultura, distorcono il significato del dono, mentre altri lo inquadrano secondo i loro deliri ideologici. Lo distorcono ad esempio quando collegano il dono all’obbligo implicito di un contraccambio, che piuttosto è segno naturale di reciprocità di sentimenti.
E come si può parlare di obbligo di reciprocità davanti a un donatore di sangue, che non sa neppure chi sarà il destinatario del suo dono, o davanti ad uno che scrive che – in caso di morte - dona i suoi organi? O davanti a chi dona qualcosa ad un povero? Per includere anche questi atti nell’ambito di un egoismo individualistico, alcuni si arrampicano sugli specchi, e sentenziano che chi così si comporta, è perché a lui fa piacere, o perché così aumenta il suo prestigio, o la sua autostima.
Altre volte è la lente del delirio ideologico che ottenebra. Così, ad esempio, quelle femministe che vedono nell’economia del dono il principio materno, che secondo loro era alla base delle antichissime culture matriarcali che adoravano una dea femminile, mentre l’economia di scambio (o col baratto, o con la moneta) sarebbe espressione del “capitalismo patriarcale”.
In realtà, come nota Oreste Bazzicchi, in un suo saggio su “Oikonomia”, Rivista di etica e scienze sociali della Pontificia Università San Tommaso, “Agli economisti il dono appare come un atteggiamento irrazionale. Questo perché non tengono conto che alla base dei rapporti umani coabitano concetti come tempo e reciprocità, liberalità e gratuità, che significano solidarietà.”. E poiché con le filosofie dell’utilitarismo e del contrattualismo “il capitalismo è diventato egemone nell’immaginario collettivo, anche il dono subisce così una metamorfosi commercializzante, in questa nostra società moderna, dominata dall’utile e dall’economico”, e il tema del dono, che oggi sembra diventato di moda, “ieri non aveva cittadinanza nelle scienze politiche e lungi dall’esser considerato fondamento dei legami sociali, evocava piuttosto la Caritas e la filantropia”.
Ma è pur vero che, quasi inavvertitamente, la “civiltà del dono” della vecchia cultura contadina sta rigermogliando nel deserto di questa dominante cultura del mercato. Perché – checché ne dicano i filosofi dell’utilitarismo e dell’individualismo e gli economisti della dominante scuola inglese - l’uomo è “animale sociale”, dotato di spirito, e dalla naturale socialità nascono il senso comunitario e la costruzione giuridica basata sulla giustizia, mentre dallo spirito deriva la naturale empatia con gli altri uomini, la solidarietà, e la gratuità della “cultura del dono”.
E sono questi i valori da riscoprire e da predicare, come contro veleno all’attuale pervasiva “incultura del mercato”.
