Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / Combattere fino all’ultimo americano

Combattere fino all’ultimo americano

di Andrea Zhok - 03/04/2026

Combattere fino all’ultimo americano

Fonte: Andrea Zhok

Oggi, il segretario alla Difesa (anzi, alla Guerra) Pete Hegseth ha chiesto le dimissioni, rispettivamente:
del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Generale Randy George, 
del Generale David Hodne, a capo del Comando per la Trasformazione e l'Addestramento dell'Esercito, 
e del Maggiore Generale William Green, capo del Corpo dei Cappellani dell'Esercito.
Le ipotesi per questa decisione sono sostanzialmente due, una rivolta al passato e una al futuro: o l’amministrazione Trump cerca dei capri espiatori per giustificare il fallimento dell’operazione iraniana finora (ma in tal caso alla rimozione dovrebbe seguire una campagna di accuse), oppure si stanno rimuovendo i generali che dissentono rispetto alla linea che l’amministrazione intende prendere nei prossimi giorni. 
Considerando che l’arrivo delle ultime forze americane da sbarco, destinate al Golfo Persico, è previsto tra una settimana, le possibilità che questo licenziamento sia l’anticamera di un’operazione di terra sono elevate.
Rimane l’enigma di cosa spinga il governo americano a tentare un’avventura così rischiosa, e potenzialmente catastrofica. Ma credo che la risposta, come sempre più spesso accade, non risieda in ragioni pubbliche o pubblicamente intelligibili.
Per capire cosa sta succedendo bisogna, io credo, combinare l’odierno triplice allontanamento dei vertici militari con un secondo fatto, apparentemente irrazionale. È stato spesso osservato come i ripetuti assassini mirati – portati avanti sempre dall’IDF – abbiano lasciato in circolazione pochissime figure di mediazione. Sui giornali si è ironizzato, come se fosse un errore, dicendo che questa strategia aveva tolto di mezzo tutti i soggetti disponibili a trattare, bloccando in partenza ogni possibilità di mediazione. 
Che questo sia avvenuto, è certo; che questo sia stato una svista, non lo credo affatto. 
Il punto è che, mentre sin dall’inizio gli USA avevano ben modeste ragioni per andare a stuzzicare l’Iran, questa guerra è stata voluta e continua ad essere voluta da Israele come scontro terminale, come resa dei conti definitiva con l’unico avversario regionale degno di nota.
Tutti gli stati arabi dell’area sono in una condizione di umiliante vassallaggio. La frase di Trump sul sovrano saudita Bin Salman costretto a “baciargli il culo” non credo che lasci molti margini di interpretazione, vista anche la remissività con cui è stata portata a casa. 
Trump partecipa a questo processo non perché sia completamente ignaro delle sue gravi implicazioni, anche per il proprio futuro politico, ma semplicemente perché in qualche modo Israele lo tiene in pugno.
Quali siano le leve ricattatorie, possiamo solo immaginarlo, ma questo spiega bene quanto sta succedendo. 
Israele sta mandando avanti i marines e paracadutisti americani per fare quello che non sarebbe mai in grado di fare da solo. 
Anche qui funziona quel meccanismo oggi molto in voga per cui una guerra si continua serenamente, anche se apparentemente irrazionale, purché a morire siano “gli alleati”. 
Lo spirito che abbiamo visto nella decisione occidentale di “combattere fino all’ultimo ucraino” trova una rinnovata versione nella propensione israeliana di “combattere fino all’ultimo americano”.