Contare qualcosa: in Europa? Nel mondo?
di Guido Dalla Casa - 14/06/2026
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Fonte: Guido Dalla Casa
L’Italia non conta niente nel mondo, neanche in Europa? Nuove accuse fra Governo e opposizione! Ma le due “voci” sono uguali, come al solito, entrambe nel mainstream.
Siamo proprio sicuri che si stia meglio se “si conta qualcosa”? Le Nazioni “che contano”, quelle che “sono potenti” hanno i popoli mediamente più felici, più sereni?
Se vogliamo trovare molte facce sorridenti, dobbiamo cercarle in Costarica, nel Bhutan, in qualche piccola popolazione incontattata dall’Occidente, se ne esistono ancora, non certo nelle Nazioni “che contano”, dove troviamo molti musi lunghi, depressi, malati psichici, suicidi, o qualcuno sdraiato nelle vie di Los Angeles o di Vancouver, in attesa della prossima dose, o della morte…senza contare che qualcuno viene mandato a morire in guerre stupide e inutili.
Troviamo ancora maggioranze sorridenti solo in Nazioni molto in basso nella scala del P.I.L., della competizione economica, dell’industria (anche delle armi).
In Cina, dopo che le autorità hanno avviato velocemente quel Paese verso la crescita, il mercato e lo sviluppo, i suicidi sono aumentati vertiginosamente. Ma tutti i Governi continuano su quella strada. Sono questi i risultati della civiltà industriale, della competizione economica, dello “sviluppo”? Pur di salvarlo, lo hanno chiamato “sostenibile”, con incredibile faccia tosta!
Intanto la popolazione mondiale cresce di tre unità al secondo, il collasso climatico è in corso, gli Oceani si svuotano di Vita e si riempiono di plastica, i ghiacciai si fondono, la bellezza diminuisce, il consumo di territorio è enorme, i rifiuti si accumulano, la biodiversità diminuisce vertiginosamente, il disagio aumenta, la Vita come complesso è in grave pericolo.
Ormai ci penserà la Terra: ma come? Nessuno lo sa: aspettiamo qualche indovino.
Due citazioni
“…Vorrei un capo di governo o di azienda che facesse precedere da un purtroppo le frasi consuete: “dobbiamo aumentare la produzione”, “la ripresa è imminente”… Neppure questa libertà gli è data. Sono costretti anche ad adularlo, il Maligno: se aggiungono un purtroppo li scaraventa in basso come birilli. Questo non è più avere un potere, tanto meno corrisponde a qualcuno dei sensi profondi di comando. L’asservimento all’economia dello sviluppo, senza neppure un accenno di sgomento, dice l’immiserimento, la perdita di essenza e di centro, della politica. Se il fine unico è lo sviluppo, la politica è giudicata in base alla sua bravura (che è pura passività) nello spingerlo avanti a qualsiasi costo. Non c’è nessuna idea politica dietro, sopra o sotto: c’è il Dio dell’economia industriale geloso del suo culto monoteistico.”
(Guido Ceronetti, La Stampa, 9 marzo 1993)
I lemmings sono piccoli roditori del Nord-Europa e dell’Asia simili ai nostri topi campagnoli. In determinati periodi essi abbandonano le Alpi della Scandinavia in gruppi numerosi, come guidati da un misterioso suonatore di flauto, e si dirigono verso il mare del Nord o il Golfo di Botnia. Lungo questo tragitto, che è il loro senso della storia, essi subiscono gli attacchi dei carnivori o degli uccelli predatori che li distruggono a migliaia. Malgrado tutto, essi proseguono la loro strada e, raggiunta la meta, si gettano nel mare e vi annegano.
Che cosa potrebbero dire i lemmings se potessero scrivere la storia di una delle loro migrazioni? “Siamo in marcia verso un felice domani, la nostra nazione fortemente strutturata cresce di ora in ora, e nonostante vari attacchi, progrediamo nella stessa direzione, conservando la nostra organizzazione che, sola, permette all’individuo di marciare verso quel progresso che intravediamo già, tutto azzurro, ai piedi delle montagne”.
Anche noi, ben lontani ormai dalle nostre origini, sentiamo profondamente che nulla deve intralciare la nostra marcia verso ciò che chiamiamo il Progresso.
L’orgoglio ci fa vedere in questa caduta il desiderato compimento della nostra esistenza terrena. Come il Principe di questo Mondo, l’Occidente attira a sé l’umanità intera, promettendo i beni materiali e la conoscenza delle tecniche ma incatenandola per sempre, sostituendo ogni pensiero con l’eterno desiderio, per meglio trascinarla con sé.
(Jean Servier – L’uomo e l’Invisibile – Rusconi, 1973)
