Dal Golfo Persico al Levante: verso un finale negoziale
di Filippo Bovo - 31/07/2026

Fonte: Le nuove vie del mondo
Come già notato negli scorsi articoli, nella notte tra il 17 e il 18 luglio vi è stata una svolta significativa, con la morte di due militari americani: non avveniva da marzo. Un attacco missilistico iraniano ha colpito infatti la base di Muwaffaq Salti ad Al-Azraq, in Giordania: la soldatessa Isabella Gonzales, 19 anni, e il primo tenente Tyler James Feehan, 25 anni, sono morti sul colpo, mentre di un altro disperso, il sergente Angel S. Rampersad, 28 anni, è stata confermata la morte successivamente. Altri quattro militari, secondo l’Institute for the Study of War, sono stati evacuati in condizioni critiche. Come reazione, gli USA hanno lanciato la loro ottava notte consecutiva di bombardamenti, col CENTCOM che, almeno stando a Fox News, s’è concentrato soprattutto su siti di sorveglianza, infrastrutture logistiche, depositi di armi sotterranei e capacità marittime (!!!). Cito volutamente Fox News e altre fonti americane, come l’ISS o lo stesso CENTCOM coi suoi bollettini, proprio per dare un’idea dell’immensa visione propagandistica con cui gli USA e la loro Amministrazione hanno nuovamente tentato, sempre con scarso successo, di trasmettere al proprio pubblico e ai mercati un’ormai sfumata immagine di superpotenza, come tale in grado di distruggere completamente un nemico ancora restio, malgrado le distruzioni precedenti, a lasciarsi piegare. Quell’epoca è finita, ma l'establishment americano, insieme a chi ne dipende, non è ancora del tutto pronto ad accettarlo.
I danni agli impianti di desalinizzazione di Bunji, presso Jask, Hormozgan, causati dagli attacchi USA, hanno lasciato senza acqua potabile circa 10mila persone in venti villaggi. Altri hanno invece riguardato gli impianti energetici, portando il Ministero dell’Energia a consigliare ai cittadini nelle province meridionali di contenere i consumi onde prevenire i blackout. Danni dunque limitati, in un paese che ha dimostrato rapide capacità di ricostruire le infrastrutture danneggiate; con una rete elettrica concepita per resistere a lunghi attacchi e come tale altamente decentrata, laddove nei paesi del Golfo e in Israele è centralizzata e con pochi attacchi può rapidamente collassare con un effetto a caduta; e che, abbondando di risorse idriche proprie, dipende dagli impianti di desalinizzazione per il 2%, mentre quei paesi ne dipendono, in base ai casi, dal 70 al 100%. Le reazioni iraniane, se dirette contro siti energetici e idrici altrui, possono sortire effetti letali: a maggior ragione in questa stagione, il solo blocco dei condizionatori renderebbe invivibile la permanenza in ampie aree della regione, mentre la perdita dell’acqua desalinizzata costringerebbe milioni di persone ad un immediato espatrio. Personalmente, ho sempre nutrito la convinzione che parte dei settori strategici di USA ed Israele desiderino questo tipo di reazione da parte iraniana, così da giustificare un loro distruttivo intervento contro l’Iran agli occhi della platea internazionale. Ad impedirlo, la conflittualità con altri settori all’interno di quegli ambienti decisionali, governativi e militari che siano, che questa guerra ha non a caso sempre più espresso.
Nei giorni seguenti, come ad esempio il 19 luglio, l’Iran ha continuato a colpire le basi USA nella regione, dalla Giordania al Bahrain, col generale Mohsen Rezaei che ha minacciato Washington di “distruzioni a piena scala” qualora gli attacchi americani fossero proseguiti anche nelle successive 48-72 ore. E’ stato però il 20 luglio che abbiamo assistito ad un serio salto di qualità, con l’entrata in azione di Ansar Allah, gli sciiti yemeniti. Molti li chiamano sbrigativamente Houthi, e anche in queste pagine è capitato di farlo; ma è opportuno ricordare che “Houthi” era solo l’appellativo del loro fondatore, Husayn Badr al-Din al-Houthi. Ansar Allah, ovvero “Partigiani di Dio”, è dunque il loro unico vero nome. Il blocco parziale dello Stretto di Bab el-Mandeb contro l’Arabia Saudita, attuato da Ansar Allah il 20 luglio, merita più approfondite osservazioni in altra sede, tuttavia una breve cronologia che ne dia spiegazione può qua risultare pertinente. Il 3 luglio gli sciiti yemeniti hanno affrontato dei caccia sauditi intenti ad impedire l’atterraggio di un aereo civile iraniano che riportava dei pellegrini a Sanaa. Il 5 luglio 16 soldati del Consiglio Presidenziale, il governo dello Yemen del sud, ufficialmente riconosciuto in sede internazionale e sostenuto da Riyad, sono morti in battaglia contro i combattenti di Ansar Allah. In risposta, il 13 luglio il Consiglio Presidenziale ha attaccato la pista dell’aeroporto di Sanaa per impedire l’atterraggio di un altro aereo iraniano. Ciò ha portato Ansar Allah a colpire l’aeroporto saudita di Abha, indicando in Riyad il reale mandante dell’azione sud yemenita e con questa rompendo la tregua stabilita nel 2022. Ansar Allah ha presto colpito le petroliere saudite Encelia e Layla, insieme ad un’altra a 70 miglia nautiche, oltre ad indurre altri navi a rettificare od invertire la loro rotta in modo da sottrarsi a possibili attacchi. L’agenzia SABA, espressione di Ansar Allah, offre un costante bollettino del conflitto in corso con le autorità saudite, trovando rapide conferme anche in altre fonti, a cominciare dalla Saudi Press Agency.
Il conflitto tra USA e Iran è proseguito anche nei giorni seguenti, con attacchi che soprattutto il 21 luglio si sono largamente intensificati. Gli USA, sempre attenendosi al CENTCOM, hanno colpito l’aeroporto di Bushehr, l’isola di Larak, i porti di Chabahar e Konarak, oltre a Sirik, Dashti, Omidiyeh, Behbahan, Bandar Mahshahr, Hendijan, Baneh, Kabudarahang, Kangavar, Chivar, Abdanan, una base aerea a Kabudarahang e una caserma delle forze di terra dell’IRGC a Behbahan, oltre ad un sito produttivo presso Teheran. Tolti pochi obiettivi nel centro e nel nord del paese, come il Kurdistan iraniano, l’azione americana è stata perciò orientata soprattutto alle province meridionali, come Khuzestan, Hormozgan, Sistan e Beluchistan. Ciò ha rafforzato l’ipotesi di un’azione di terra da parte degli USA, più volte minacciata dal Presidente Trump e fortemente caldeggiata dal premier Netanyahu: anche in questo caso, le forze americane dovrebbe agire nei non facili terreni di Isfahan, per impadronirsi dell’uranio arricchito celato in un sito tra i 100 e i 145 metri sotto il monte Pickaxe, nella catena degli Zagros. Ad aprile vi era già stato, come molti ricorderanno, un infelice precedente, seppur mascherato dietro il recupero di un pilota americano abbattuto col suo F-15; gli americani furono costretti ad una rapida ed infruttuosa fuga, riportando delle perdite mai ufficializzate. Una parte dei settori di comando USA, evidentemente, ritiene che quell’azione sia andata male solo perché non erano state concentrate forze in quantità adeguate; va da sé, naturalmente, che ripetere con numeri più ampi un intervento sul suolo iraniano, pur con l’ausilio di modiche forze alleate come ad esempio dal Kurdistan iracheno, non frutterebbe comunque migliori risultati. Concludendosi soltanto in un’immensa carneficina ben difficile da nascondere a media e pubblico americano, e al mondo intero, segnerebbe un drammatico e scenico tracollo di quanto ancora resta degli USA e della loro immagine di superpotenza a livello regionale e globale.
A quegli attacchi, l’Iran ha reagito colpendo le basi aeree giordane King Faisal ad Al Jafr e Prince Hassan a Mafraq, distruggendo gli hangar per gli F-15 e i droni, depositi per elicotteri e alloggi del personale USA, e un sito presso il porto di Aqaba, fatto che ha destato una certa impressione a livello israeliano, data la forte vicinanza col porto di Eilat. In Kuwait, fatto non inedito, nuovi attacchi hanno riguardato, oltre ai siti militari, anche quelli energetici e per la desalinizzazione. Il 22 luglio poi Ansar Allah, come già riportato, ha preso di mira le petroliere Encelia e Layla, mentre altre sette hanno deviato per evitare Bab el-Mandeb, con un traffico marittimo sceso nell’arco di 24 ore da 64 a 30 navi. La petroliera cinese Xin Long, dopo un iniziale cambio di rotta, ha invece ripreso tranquillamente la sua direzione verso lo Stretto. Il 23 luglio il CENTCOM è tornato a bombardare centri di comando militari, depositi di droni, reti di comunicazione, siti di sorveglianza costiera e capacità marittime; naturalmente, sempre attenendosi ai suoi bollettini e a ciò che vorrebbero contrabbandare. Sappiamo infatti che sono stati soprattutto gli obiettivi civili, anziché militari, a venir prediletti dal CENTCOM, con Trump che in una recente conferenza stampa ha rifiutato di rispondere a giornalisti del New York Times che gliene chiedevano la ragione. Non a caso, proprio quella notte è stato bombardato dalle forze aeree USA il valico di Shalamcheh, tra Iran e Iraq, mentre veniva percorso da pellegrini iraniani in vista dell’Arbaeen, con due morti e undici feriti. Ancora, sempre quella notte gli USA hanno usato per la prima volta un bombardiere B-1, mentre Teheran ha concentrato ampi sforzi nel radere al suolo le basi di Camp Doha, Ali Al Salem, Camp Arifjan e Camp Udairi in Kuwait. Si tratta della strategia iraniana di “debasificazione”, che prosegue oggi a ritmi sempre più massicci con l’obiettivo di privare Washington di ogni suo fruibile presidio militare in tutta la regione. Ciò sta portando, come già notato negli articoli precedenti ed ormai riportato anche da media ed analisti americani, al graduale seppur non confessato ritiro del CENTCOM dai paesi del Golfo ad Israele. Nel frattempo, il New York Times ha dato notizia di un rifiuto iraniano ad una proposta americana di tregua, smentendo Trump che proprio poco prima aveva assicurato, per l’ennesima volta, che fossero gli iraniani ad implorarlo per un accordo con cui fermare la guerra.
Gli USA hanno dunque preso momentaneamente atto della loro impossibilità a portare avanti la guerra. Il 24 luglio, per la prima volta in quasi due settimane, il CENTCOM non ha comunicato nuovi attacchi contro l’Iran, sebbene media iraniani abbiano parlato di esplosioni a Qeshm e Bandar Abbas. L’IRGC ha colpito e distrutto il data center di Amazon in Bahrain usando missili da crociera, in risposta al bombardamento di un sito nucleare in costruzione a Darkhovin, ed avvertito anche altre compagnie dell’hi-tech come Google, Apple, Microsoft e OpenAI, col suo sito StarGate di Dubai, di possibili interventi in caso di nuovi azioni contro Teheran. L’apporto dato da queste compagnie al Pentagono per i suoi interventi militari è infatti a dir poco insostituibile, ad esempio per l’individuazione degli obiettivi o il tracciamento dei missili, con l’IRGC che motiva i suoi bombardamenti ai loro data center come una risposta legittimamente difensiva. Amazon aveva già riportato seri danni a marzo ed aprile, tanto da classificare l’intera regione in hard-down, ovvero in crash totale dei sistemi, tra reti, terminali ed altro hardware. Trump, in un’intervista ad Axios, ha affermato di esser “vicino a prendere una decisione” per “un massiccio attacco, più grande che mai”, con Israele che “si unirebbe in due minuti”, pur subendo delle “conseguenze”; ma a rafforzarsi è intanto l’impressione che gli USA, nel loro vuoto di strategia, cerchino soprattutto una via d’uscita, per quanto fortemente pressati in senso opposto da Tel Aviv. Sempre in quelle ore il Wall Street Journal ha annunciato che Bahrain e Kuwait, col supporto aereo ed intelligence degli EAU, hanno segretamente inviato i propri caccia per colpire obiettivi in Iran, una notizia che non pare discostarsi molto, per significato, dagli attacchi sauditi contro Ansar Allah di quegli stessi giorni; sebbene occorrano sempre giorni per verificare l’effettivo realismo di certe notizie, è in ogni caso certo che non da ora Washington abbia intensificato le sue pressioni sui paesi del Golfo al fine di trascinarli nel conflitto. Il tentativo americano di far perno sulle quinte colonne interne a quei paesi, per porre dinanzi ad uno sgradito fatto compiuto i loro ambienti più moderati ed inclini a compiere passi costruttivi verso Teheran, suona in questo momento come un approccio ibrido tra un estremo gesto per dare continuità al conflitto e un deliberato ed incosciente avvelenamento dei pozzi. Quanto fatto a suo tempo da Saddam Hussein ritirandosi dal Kuwait, parte degli ambienti USA vorrebbero farlo oggi lasciando il Medio Oriente, seppur in senso più politico e metaforico che “fisico” e “petrolifero”; forse.
Così, anche il successivo 25 luglio non abbiamo visto annunci ufficiali di attacchi da parte del CENTCOM, col ministro della Salute iraniano, Hossein Kermanpour, che su X ha dichiarato che finalmente “l’Iran ha avuto una notte tranquilla”. Ansar Allah ha tuttavia rivendicato un attacco missilistico su Jizan, in Arabia Saudita, in risposta a precedenti bombardamenti sauditi su Hodeidah come ritorsione per i lanci contro le petroliere. Comprensibilmente, le dichiarazioni saudite e yemenite non collimano sulla tipologia di bersagli colpiti: solo militari per le prime, soprattutto civili per le seconde. Ancora, fonti saudite hanno riportato l’intercettazione di lanci yemeniti contro le raffinerie di Yanbu, terminale portuale sul Mar Rosso con cui oggi Riyad può ancora esportare giornalmente 7 milioni di barili, in larga parte provenienti da Abqaib, sul Golfo Persico, a cui è collegato da un vitale oleodotto. Nel mentre, Trump ha annunciato l’arrivo nella prossima settimana del premier Netanyahu; molti ricorderanno che la visita, inizialmente prevista per metà luglio, era stata poi rinviata a fine mese in un momento apparentemente non facile per le relazioni tra USA ed Israele. Nel concludere questa lunga rassegna, è infine opportuno segnalare un fatto tutt’altro che di poca valenza: sempre il 25 luglio, l’IRGC ha comunicato di aver fermato con colpi d’avvertimento quattro navi che tentavano di violare le rotte prescritte per lo Stretto di Hormuz. La notizia, in sé molto tecnica, assume un forte significato alla luce degli importanti progressi negoziali registrati da Iran e Oman per una gestione congiunta della navigazione lungo la rotta di Hormuz, annunciata con la creazione di un tavolo di lavoro lo scorso 23 giugno. I movimenti delle navi, i servizi marittimi e i costi di navigazione saranno unitamente affrontati da Teheran e Muscat nel pieno e reciproco rispetto della loro sovranità. Stiamo dunque entrando in una fase di progressivo contenimento delle tensioni. I progressi negoziali irano-omaniti assestano infatti un duro colpo ai già visti tentativi di Washington di sfruttare le acque di Muscat per imporre rotte parallele a quelle iraniane, e che peraltro l’azione militare dell’IRGC aveva prontamente fatto naufragare; mentre i colpi di Ansar Allah al complesso di raffinazione ARAMCO di Jizan, che quotidianamente lavora 400mila barili, ha rivelato la grande vulnerabilità delle infrastrutture energetiche dell’intera regione, da cui dipende la vita di milioni di cittadini di quei paesi e il fabbisogno, non solo energetico, del 20% del pianeta.
