Iran sul conflitto in Asia Occidentale
di Mohammad Hossein Mokhtari - 14/09/2026

Fonte: Italicum
Intervista all'Ambasciatore iraniano presso la Santa Sede
Sua Eccellenza Mohammad Hossein Mokhtari
a cura di Salvo Ardizzone
Iran – Il conflitto che insanguina l’intera Asia Occidentale sta disarticolando il sistema di potere posto dall’Egemonismo americano sull’area; un sistema basato sul pilastro israeliano – negli anni, da subalterno divenuto leader, capace di dettare le proprie scelte agli Usa – e su famiglie regnanti e centri di potere interessati a mantenere uno status quo da essi giudicato conveniente.
La Rivoluzione Islamica, e la Dottrina della Resistenza, si sono contrapposti per decenni a quella condizione di sostanziale subalternità della regione, fino a che le dinamiche successive al 7 ottobre 2023 hanno scardinato questo schema. Da ultimo, dopo anni di conflitto, il 28 febbraio Israele ha trascinato Washington in una guerra d’aggressione all’Iran rivelatasi contraria sia agli interessi dei partner regionali degli Usa, sia a quelli americani.
Le vicende del conflitto hanno mostrato al mondo l’impotenza degli Stati Uniti e certificato la loro inaffidabilità, con ciò distruggendo la loro deterrenza e le loro pretese egemoniche, non solo su scala regionale ma anche globale. Dall’altra parte, la Repubblica Islamica dell’Iran, prima largamente sottovalutata dagli osservatori occidentali, è emersa come potenza inaggirabile di primaria rilevanza.
Parliamo di questo mutamento epocale e delle prospettive che si delineano con Sua Eminenza Mohammad Hossein Mokhtari, Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran presso la Santa Sede.
D:
Eccellenza, vorrei esaminare il quadro interno: l’assassinio della Guida Suprema e di tanti massimi dirigenti ha richiesto un completo cambiamento delle più alte cariche della Repubblica Islamica. Qual è il significato della nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema? Quali sono le caratteristiche che ne hanno determinato l’elezione? E ancora: le tante nomine che Sua Eccellenza Mojtaba Khamenei ha operato, soprattutto nel comparto securitario, sono state solo sostituzioni dettate dalle contingenze o contengono anche un preciso messaggio politico? E se sì, quale?
R:
L’elezione di Sua Eminenza l’Ayatollah Seyyed Mojtaba Hosseini Khamenei come Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran è stata effettuata sulla base delle condizioni, delle caratteristiche e dei meccanismi previsti dalla Costituzione. I membri dell’Assemblea degli Esperti, eletti dal voto del popolo, hanno proceduto alla designazione e all’elezione della Guida Suprema facendo riferimento alle condizioni stabilite nel Capitolo Ottavo della Costituzione.
Per la guida erano state proposte diverse opzioni, e la maggioranza dell’Assemblea degli Esperti ha eletto l’Ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei come Guida Suprema.
Naturalmente questa procedura è stata caratterizzata da maggiori difficoltà e sensibilità a causa della situazione particolare del Paese e delle considerazioni derivanti dalla guerra. Di conseguenza, l’elezione della Guida è avvenuta tenendo conto sia dei requisiti legali sia, allo stesso tempo, delle considerazioni e delle esigenze dovute alle condizioni belliche.
Tuttavia, va detto che questa successione è avvenuta attraverso un meccanismo consolidato; il suo messaggio è che il sistema della Repubblica Islamica non dipende dai singoli individui e dimostra la continuità e la stabilità della struttura politica di fronte alle pressioni esterne, e che persino nelle “condizioni più critiche” la struttura del sistema può essere preservata e gli affari del Paese gestiti tempestivamente.
Persino nel periodo compreso tra il martirio della Guida Suprema e l’elezione della nuova Guida, il Consiglio provvisorio della Guida ha tenuto in mano la gestione del Paese. Questo fatto dimostra la solidità e la perfezione della Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran, che ha pianificato correttamente la successione e l’amministrazione del Paese.
D:
Eccellenza, la disgregazione del potere americano sulla regione ha determinato un vuoto politico che in molti stanno tentando di riempire. I media hanno dato molto risalto alla convergenza di alcuni Stati, che ha fatto un primo passo con i cosiddetti Accordi della Mecca a cui altri soggetti regionali potrebbero aderire; una dinamica che, piuttosto che filo o anti americana, sembrerebbe volersi caratterizzare come post americana. Come vede l’Iran questa iniziativa? È possibile un suo coinvolgimento in essa?
R:
In realtà, il patto a cui aderiscono i tre Paesi islamici dimostra la delusione e la preoccupazione nei confronti del comportamento degli Stati Uniti. Esso esprime il fatto che i Paesi della regione sono giunti alla conclusione che l’unica preoccupazione degli Stati Uniti nella regione sia la tutela degli interessi illegittimi del regime sionista usurpatore, e che essi stessi debbano adoperarsi per creare meccanismi interregionali basati sull’intesa tra i Paesi della regione.
Abbiamo sempre sottolineato l’importanza dei meccanismi di sicurezza basati sulla cooperazione tra i Paesi della regione; meccanismi privi di influenze e interferenze distruttive da parte di attori esterni alla regione.
D:
Eccellenza, il mondo che sta emergendo dalle rovine del preteso unipolarismo egemonico americano, assai più che multipolare – espressione puramente teorica, poco aderente alla realtà – è policentrico, caratterizzato dall’affermarsi di stati-civiltà come Cina, Russia, India, Turchia e lo stesso Iran. Un mondo che non trova rappresentazione nelle attuali istituzioni internazionali, figlie di equilibri vecchi di ottant’anni. Qual è la posizione dell’Iran nei confronti di esse e del nuovo mondo che si sta affermando?
R:
L’Iran sostiene la formazione di un sistema globale multipolare e la riduzione del dominio unilaterale degli Stati Uniti. In un simile ordine, il potere viene distribuito tra diversi Paesi e nessuna nazione da sola determina le regole internazionali.
La posizione dell’Iran può essere riassunta in alcuni punti chiave: l’accento sull’indipendenza e sulla sovranità nazionale dei Paesi, la contrarietà all’unilateralismo, il rafforzamento della cooperazione con le organizzazioni multilaterali e l’aumento del ruolo dei Paesi regionali e in via di sviluppo nei processi decisionali globali. Anche l’adesione dell’Iran a enti come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e i BRICS può essere analizzata all’interno di questo quadro.
Di conseguenza, l’Iran pone l’accento su un ordine multipolare e vede in esso una riduzione della dipendenza del sistema internazionale da una potenza dominante.
D:
Eccellenza, l’Occidente, in crisi di identità, è caratterizzato da una profonda scristianizzazione e da una crescente islamofobia suscitata da motivi strumentali – l’identificazione di un nemico – e alimentata dall’ignoranza dell’altro da sé. Il mondo ebraico è ormai pervaso da correnti estremistiche, per cui la religione è divenuta strumento di dominio e suprematismo. Anche nell’Islam sono emersi gruppi che distorcono il messaggio originale per asservirlo a scopi che nulla hanno a che fare con esso. In questo contesto, segnato dalle guerre, quale può essere il ruolo delle religioni? Quale un realistico percorso per depotenziare i conflitti, anche all’interno delle società?
R:
Le religioni possono porre l’accento su valori condivisi come la dignità umana, la giustizia, il perdono, la convivenza pacifica, il rispetto reciproco e l’astensione dalla violenza. La via realistica per ridurre i conflitti è che i leader e le istituzioni religiose, invece di evidenziare le differenze, mettano in risalto i punti in comune e contrastino apertamente l’estremismo e l’incitamento all’odio. Anche il dialogo interreligioso, l’educazione alla tolleranza, la cooperazione tra i seguaci di diverse religioni in attività sociali e umanitarie e la mediazione dei leader religiosi nelle dispute locali possono essere efficaci.
Anche nei conflitti interni alle società, le istituzioni religiose, grazie alla loro influenza culturale e sociale, possono accrescere la fiducia tra i diversi gruppi. Tuttavia, questo ruolo è costruttivo solo quando la religione non si trasforma in uno strumento per ottenere potere politico, supremazia o per eliminare gli altri gruppi. Di conseguenza, la via realistica non è l’abbandono della religione, bensì il rafforzamento di interpretazioni sagge della religione e la creazione di una cooperazione tra le istituzioni religiose, civili e governative per risolvere le controversie.
In una situazione in cui i gruppi estremisti, attraverso interpretazioni radicali, violente e selettive dei testi religiosi, cercano di legittimare il proprio comportamento, il ruolo delle religioni, e in particolare dei leader e degli studiosi religiosi, è estremamente importante e multidimensionale. In primo luogo, occorre distinguere tra la vera religione e la sue interpretazioni. La comprensione di ogni testo religioso è influenzata da vari fattori, come l’interprete, le condizioni storiche, il linguaggio, la cultura e lo scopo finale. Solitamente l’estremismo si genera quando una parte del testo viene evidenziata in modo selettivo, senza prestare attenzione al contesto storico e senza considerare l’insieme degli insegnamenti morali e umani della religione, per poi strumentalizzarlo per eliminare l’altro o per esercitare violenza.
Da questa prospettiva, il primo dovere teologico è fornire un’interpretazione coerente, metodica e responsabile dei testi sacri; un’interpretazione che distingua tra i principi fondamentali della religione – come la giustizia, la dignità umana, la misericordia, la responsabilità morale e la sacralità della vita umana – e i precetti specifici legati a condizioni storiche.
Il ruolo dei leader religiosi non si limita solo all’emissione di dichiarazioni di condanna della violenza. Se l’estremismo viene generato sulla base dell’interpretazione di un testo religioso, anche il contrasto ad esso deve avvenire sugli stessi testi. I teologi devono essere in grado di dimostrare che l’interpretazione estremista non solo è solo una delle interpretazioni possibili, ma è, in molti casi, un’interpretazione incompleta, riduzionista e incompatibile con la religione nella sua interezza. Questo lavoro richiede una profonda conoscenza dei testi, della storia, dei principi di esegesi, della filosofia morale e anche la conoscenza delle realtà sociali contemporanee. Bisogna spiegare in modo argomentato dove risieda esattamente l’errore interpretativo e perché la conclusione che hanno tratto dal testo non sia difendibile dal punto di vista religioso e razionale.
Un altro dei doveri fondamentali dei teologi è prevenire il “takfir” (scomunica), l’etichettatura e l’assolutizzazione delle divergenze. L’estremismo di solito divide il mondo in due gruppi completamente opposti: “noi”, che possediamo la verità assoluta, e “gli altri”, che sono nel falso. I leader religiosi possono indebolire questo pericoloso dualismo ponendo l’accento sulla possibilità di divergenze nell’interpretazione, sulla legittimità della diversità intellettuale e religiosa e sulla necessità di rispettare i diritti umani. Una società in cui il disaccordo è accettato come una parte naturale della vita sarà meno incline a trasformare la divergenza in violenza.
Infine, i leader di diverse religioni possono dimostrare, attraverso il dialogo interreligioso e la collaborazione su questioni condivise, che la differenza religiosa non porta necessariamente al conflitto e all’ostilità. Quando i teologi difendono insieme la sacralità della vita umana, la giustizia e la pace, lo spazio sociale per lo sfruttamento da parte degli estremisti si restringe. Pertanto, il ruolo fondamentale delle religioni contro l’estremismo può essere riassunto in tre punti chiave: correggere e approfondire la comprensione religiosa, contrastare la legittimazione della violenza e costruire una cultura basata sulla razionalità, sulla dignità umana e sul dialogo. Il successo in questo percorso è possibile non eliminando la religione dalla società, ma rafforzando letture responsabili, colte ed etiche della religione stessa.
Tuttavia, riguardo alla via realistica per ridurre l’intensità e la forza dei conflitti nelle società, si può affermare che per ridurre i conflitti, in particolare quelli religiosi, etnici e identitari, non ci si può limitare a raccomandazioni morali o a un invito generale alla pace. Il conflitto di interessi, di opinioni e di identità è una parte naturale della vita sociale e probabilmente non scomparirà mai del tutto. Pertanto, l’obiettivo realistico deve essere quello di far uscire la divergenza dalla sua forma violenta ed escludente, trasformandola in competizione, dialogo e risoluzione pacifica dei conflitti.
Il primo passo è l’accettazione di questa realtà, le differenze non significano necessariamente ostilità. Gli esseri umani possono avere forti divergenze su religione, politica, cultura e stile di vita, ma continuare a vivere insieme in una società. Il problema inizia quando un gruppo dichiara se stesso come l’unico possessore della verità e l’altro come privo di diritti, traditore o nemico. Pertanto, la riduzione del linguaggio dell’odio, delle scomuniche, del disprezzo e dell’etichettatura, e la lor sostituzione con una cultura del dialogo, è una delle azioni fondamentali.
Il secondo passo, in ambito religioso, consiste nel tracciare un confine chiaro tra la credenza religiosa e l’imposizione della fede con la forza. Un individuo o un gruppo può credere profondamente nella correttezza della propria opinione, ma questa convinzione non deve diventare una licenza per la violenza contro coloro che la pensano diversamente. I teologi hanno un’importante responsabilità in questo campo; essi devono criticare con argomentazioni religiose e razionali le interpretazioni che legittimano la violenza, la scomunica o l’eliminazione degli altri, e porre l’accento su concetti come la giustizia, la misericordia, la dignità umana e la responsabilità morale.
Il terzo passo riguarda l’educazione e i media, che svolgono un ruolo a lungo termine ma fondamentale. Se la giovane generazione viene a conoscenza di una sola narrazione della propria storia, religione o identità e conosce gli altri solo attraverso gli stereotipi, si creano i presupposti per la creazione del nemico. L’insegnamento del pensiero critico, l’alfabetizzazione mediatica e la capacità di riconoscere la propaganda e le informazioni errate possono ridurre la vulnerabilità della società di fronte alle provocazioni estremiste. Anche i media devono evitare di trasformare le divergenze sociali in eccitazione, odio e nel dualismo “noi e loro”.
D:
Eccellenza, un’ultima domanda: il destino della Palestina e del Popolo Palestinese è un nodo cruciale e inaggirabile per assicurare una pace vera all’Asia Occidentale. Qual è la posizione dell’Iran sulla questione, sul futuro di tutte le popolazioni che vivono dal Fiume al Mare e quale tipo di governo è auspicabile che vi venga instaurato?
R:
Dal punto di vista della Repubblica Islamica dell’Iran, la questione palestinese è in primo luogo una questione di occupazione, di diritto all’autodeterminazione e di ritorno dei profughi palestinesi. L’Iran ritiene che una pace duratura in Asia occidentale sia possibile solo quando l’occupazione cesserà, i diritti del popolo palestinese saranno riconosciuti e saranno loro stessi a decidere il futuro politico della propria terra.
La soluzione ufficiale proposta dall’Iran è lo svolgimento di un referendum generale e inclusivo in Palestina. In base al piano che l’Iran ha ufficialmente registrato presso le Nazioni Unite nel 2019, gli “abitanti originari della Palestina”, siano essi musulmani, cristiani o ebrei, devono partecipare a questo referendum e decidere il loro futuro sistema politico. L’Iran pone inoltre l’accento sul ritorno dei profughi palestinesi e sul loro diritto di partecipare all’autodeterminazione.
Di conseguenza, in risposta alla parte della domanda su “quale tipo di governo debba essere istituito lì?”, in base alla posizione dell’Iran, il tipo e la struttura esatta del governo non devono essere imposti dall’esterno, bensì devono essere il risultato del voto delle persone aventi diritto nel referendum. L’Iran considera questa soluzione come la base per la formazione di uno Stato palestinese indipendente e, nelle sue recenti posizioni, ha sottolineato la necessità di un governo basato sulla volontà degli abitanti originari della Palestina, senza distinzioni religiose.
In sintesi, si può affermare che la Repubblica Islamica dell’Iran vede la soluzione della questione palestinese nella fine dell’occupazione, nel ritorno dei profughi e nella realizzazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. La soluzione proposta dall’Iran è lo svolgimento di un referendum libero e inclusivo con la partecipazione degli abitanti originari della Palestina – musulmani, cristiani ed ebrei – affinché siano loro stessi a determinare il futuro sistema politico. Dal punto di vista dell’Iran, la realizzazione di questi diritti e la formazione di uno Stato palestinese nato dalla volontà del popolo getteranno le basi per una pace e una sicurezza durature nella regione.
Già pubblicata dall’autore su Il Faro sul Mondo https://ilfarosulmondo.it/
