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Nella Germania in recessione appare Alternative für Deutschland

di Gilberto Trombetta - 14/09/2026

Nella Germania in recessione appare Alternative für Deutschland

Fonte: L'Adige

Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ne ha parlato con Gilberto Trombetta, giornalista e analista politico italiano, ha studiato Antropologia all’Università La Sapienza e successivi studi di Macroeconomia orientando il suo lavoro verso l’analisi economica e politica, con posizioni critiche verso l’Unione Europea e a favore della sovranità economica nazionale. Collabora con testate come L’Anti diplomatico, la web TV Il Vaso di Pandora e la rivista La Fionda.

Si stanno sprecando in questi giorni le analisi e i commenti alla vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt, che ha letteralmente sbaragliato i partiti di governo che fino a oggi hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Germania, il tutto condito con una crisi economica ed istituzionale che attanaglia lo Stato tedesco. Un suo primo commento, prima di entrare nel merito, per questo risultato forse non troppo inaspettato?

«Direi che il risultato è molto meno sorprendente di quanto possa apparire. AfD intercetta una crisi che non è soltanto politica, ma economica, sociale e persino identitaria. La Germania viene da 8 anni di calo della produzione industriale (dal 2018) e da 2 anni consecutivi di recessione, nel 2023 e nel 2024, e nel 2025 è cresciuta appena dello 0,2%. Dietro i record del Dax ( indice azionario tedesco) c’è quindi un’economia reale molto più debole: consumi stagnanti, investimenti insufficienti, esportazioni in difficoltà e una crescente sfiducia di famiglie e imprese.

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La Germania orientale penalizzata dopo l’unificazione

A questo si aggiunge una specificità orientale. A più di 35 anni dall’unificazione, i Länder dell‘ex DDR continuano a presentare livelli salariali e occupazionali nettamente inferiori rispetto all’Ovest. L’unificazione monetaria del 1990, avvenuta senza una reale convergenza economica, provocò un vero shock: tra il 1989 e il 1991 il PIL dell’Est crollò del 44% e la produzione industriale del 65%, mentre milioni di persone emigrarono verso Ovest. Le conseguenze sociali e politiche di quella deindustrializzazione sono ancora visibili.

AfD riesce oggi a trasformare questo malessere in consenso, soprattutto tra lavoratori, ceti produttivi e fasce di età centrali. In Sassonia-Anhalt ha raggiunto il 61% tra gli operai e percentuali superiori al 50% anche tra imprenditori e persone tra i 35 e i 59 anni. Il dato è ancora più interessante considerando che proprio nell’Est è più forte la componente di AfD con una piattaforma sociale più accentuata rispetto alla linea economicamente liberale prevalente a livello nazionale.

A mio avviso, però, il punto decisivo è soprattutto un altro. AfD è riuscita a presentarsi come la forza di maggiore discontinuità rispetto ai partiti tradizionali sui due temi che oggi hanno una fortissima capacità di mobilitazione: la guerra alla Russia e l’immigrazione. Ha costruito una parte centrale della propria proposta sull’opposizione al riarmo, al sostegno militare a Kiev e alle sanzioni contro Mosca, chiedendo di riaprire i rapporti economici e politici con la Russia; parallelamente ha assunto una posizione molto più netta dei partiti tradizionali contro l’immigrazione incontrollata.

È soprattutto su questi due fronti che AfD intercetta una domanda di rottura con il consenso politico dominante. La crisi economica e sociale fornisce il terreno materiale del malcontento; guerra e immigrazione sono, a mio avviso, i temi attraverso i quali quel malcontento si è tradotto più direttamente in voto».

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La crisi economica tedesca

La crisi economica in Germania sta letteralmente depauperando uno dei settori chiave come l’industria automobilistica e non solo. Quali sono le cause che hanno maggiormente creato questa situazione in una nazione che dopo il secondo dopoguerra aveva velocemente ripreso il primato economico in Europa?

«La crisi tedesca è prima di tutto la crisi del modello economico che aveva garantito alla Germania il successo negli ultimi decenni: forte specializzazione manifatturiera, moderazione salariale, domanda interna relativamente debole e crescita trainata dalle esportazioni. Automobili, chimica, macchine utensili e componentistica funzionavano perfettamente in un mondo globalizzato, aperto e con catene produttive stabili. Quel mondo però sta cambiando. Oggi il valore si concentra sempre più nei settori del software, dei semiconduttori avanzati, dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme digitali, dove prevalgono Stati Uniti e Cina. L’automotive, che da solo vale circa il 6% del PIL tedesco, è il simbolo di questa difficoltà di adattamento.

A favorire quel modello contribuì in maniera decisiva anche l‘euro. La moneta unica ha rappresentato per la Germania una valuta strutturalmente più debole di quanto sarebbe stato un marco nazionale, mentre per economie come quella italiana ha significato, al contrario, una moneta più forte. Berlino ha così potuto sommare al vantaggio valutario una politica di compressione salariale, soprattutto attraverso le riforme Hartz e i minijob, contenendo i costi unitari del lavoro e accumulando enormi surplus commerciali.

È stato, sotto molti aspetti, un classico meccanismo di “beggar thy neighbour”, “impoverisci il tuo vicino”: la Germania ha sostenuto la propria crescita comprimendo la domanda interna e conquistando quote di mercato anche a scapito degli altri Paesi europei, in particolare delle economie periferiche dell’Eurozona. In un sistema di economie fortemente interdipendenti, surplus persistenti di un Paese hanno come contropartita deficit o maggiore indebitamento altrove; nell’Eurozona, non essendoci più la possibilità di riequilibrare i rapporti attraverso i cambi, una parte consistente dell’aggiustamento è ricaduta su salari, occupazione e domanda interna dei Paesi deficitari.

Ma quel modello conteneva anche una contraddizione interna. La moderazione salariale che favoriva le esportazioni frenava contemporaneamente i consumi tedeschi. L’enorme risparmio così generato, invece di trasformarsi in misura sufficiente in investimenti produttivi in Germania, è stato in larga parte esportato all’estero, mentre infrastrutture, reti e capitale produttivo nazionale invecchiavano.

Quando le esportazioni hanno iniziato a rallentare, la domanda interna non è stata quindi in grado di sostituirle. A questo si sono sommati l’aumento dei costi energetici, la crisi delle piccole e medie imprese e un quadro burocratico sempre più pesante. In un solo anno sono state chiuse 187.744 imprese, circa 500 al giorno. Non siamo dunque soltanto davanti a una crisi dell’automobile: è il logoramento strutturale di un modello mercantilista e ordoliberista che ha funzionato finché esistevano condizioni internazionali ed europee particolarmente favorevoli alla Germania».

Stipendi più bassi nell’ex DDR

Lo Stato sociale tedesco è sempre stato considerato avanzato, un vero e proprio fiore all’occhiello, così pure i salari e forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, come la Mitbestimmung. Qual è attualmente la situazione in Germania ed in particolare nei Länder dell’Est?

«Bisogna innanzitutto ridimensionare l’immagine idealizzata del modello sociale tedesco. Le riforme Hartz e l’espansione dei minijob hanno contribuito alla moderazione salariale che ha sostenuto per anni la competitività dell’export, ma hanno anche prodotto un’ampia fascia di lavoratori poveri. La produttività cresceva più rapidamente dei salari e una parte del vantaggio competitivo tedesco si è costruita proprio comprimendo il costo del lavoro.

Il divario diventa ancora più evidente guardando all’ex Germania Est. Ancora oggi un lavoratore dell’Est percepisce circa il 70% dello stipendio di un lavoratore dell’Ovest, con una differenza che arriva intorno ai 13.000 euro l’anno, mentre la disoccupazione rimane sensibilmente più elevata. Molte aree si sono spopolate e milioni di persone hanno lasciato l’Est dopo l’unificazione.

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Questa situazione affonda le proprie radici nelle modalità con cui venne realizzata l’unificazione. Il cambio alla pari fu particolarmente traumatico perché ancora alla fine del 1989 il rapporto tra le due valute era di circa 1 marco occidentale per 4,44 marchi orientali: la rivalutazione improvvisa rese non competitive gran parte delle imprese della DDR, che furono successivamente privatizzate o liquidate attraverso la Treuhandanstalt. Dei circa 4,1 milioni di occupati nelle imprese dell’Est, nel giro di pochi anni ne rimasero appena 100.000. Si creò così un’economia strutturalmente dipendente dai trasferimenti provenienti dall’Ovest.

La Mitbestimmung e il welfare tedesco rimangono elementi importanti del modello, ma non possono nascondere questa progressiva dualizzazione del mercato del lavoro e, soprattutto, la frattura territoriale. È anche da questa frattura sociale, mai realmente ricomposta, che deriva una parte del voto di protesta che oggi premia AfD».

Il problema immigrazione

 Le porte aperte agli stranieri, volute principalmente dalla Merkel, hanno causato e stanno causando non pochi problemi di sicurezza interna e non solo, scatenando la protesta soprattutto tra i lavoratori e disoccupati dei Länder ex DDR. Vede analogie con l’Italia ed il resto dell’Europa? Quali rischi intravede? La Germania rischia di spezzarsi dopo un’unità dove l’Est sembra contrapporsi all’Ovest?

«La svolta del 2015, quando Angela Merkel decise di accogliere circa un milione di profughi siriani, ebbe certamente un impatto politico molto forte e viene indicata come uno dei detonatori dell’ascesa di AfD. Un afflusso così rapido esercitò una forte pressione sul sistema educativo e sociale e si inserì in una situazione nella quale soprattutto nell’Est esistevano già salari più bassi, maggiore disoccupazione e una percezione diffusa di essere cittadini di serie B.

Ma il problema non può essere ridotto alla sola sicurezza. Flussi migratori molto consistenti aumentano l’offerta di lavoro soprattutto nei segmenti meno qualificati, alimentando una competizione al ribasso sui salari tra lavoratori autoctoni e immigrati, e contemporaneamente accrescono la domanda di abitazioni, scuole, sanità e prestazioni sociali. Una dinamica che diventa ancora più conflittuale quando interessa territori già segnati da bassi salari, precarietà e disoccupazione.

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Anche l’argomento secondo cui l’immigrazione sarebbe indispensabile per “pagarci le pensioni” andrebbe sottoposto a una verifica molto più rigorosa. In Italia, ad esempio, viene spesso evidenziato il contributo fiscale e contributivo degli immigrati senza considerare allo stesso modo tutte le voci di spesa pubblica. Secondo un‘analisi di Itinerari Previdenziali che prende in esame, per la popolazione straniera residente, entrate fiscali e contributive da un lato e prestazioni e assistenza sociale dall’altro, il saldo complessivo per lo Stato risulta negativo, non positivo.

C’è poi un problema ancora più generale. Anche gli immigrati invecchiano e maturano a loro volta diritti previdenziali. Pensare quindi di compensare strutturalmente l’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità attraverso l’immigrazione significa avere bisogno non di un afflusso una tantum, ma di un flusso continuo. Una trasformazione di questa portata non può essere trattata come una semplice variabile contabile.

Flussi migratori molto elevati e prolungati nel tempo modificano inevitabilmente la composizione demografica e culturale di una società. Producono quindi problemi di integrazione, attriti tra sistemi di valori e un indebolimento della coesione sociale. Una trasformazione permanente della composizione della popolazione è una scelta politica e sociale sulla quale i cittadini devono poter essere informati e pronunciarsi, non una decisione tecnica da affidare a economisti o tecnocrati.

È una questione che non riguarda soltanto la Germania. Fenomeni analoghi sono visibili in Francia, nel Regno Unito, in Italia e in altri Paesi europei. Liquidare queste reazioni semplicemente come un problema di “percezione” o come espressione di razzismo significa lasciare senza risposta questioni economiche, sociali e culturali reali, consegnandole alle forze politiche che offrono interpretazioni magari semplificate, ma immediatamente comprensibili.

Non credo però che il rischio principale per la Germania sia una vera separazione territoriale tra Est e Ovest. La frattura più pericolosa è politica e sociale. Nell’Est permane una memoria molto concreta della deindustrializzazione successiva al 1990, accompagnata da salari inferiori, emigrazione e dipendenza dai trasferimenti. Se queste differenze rimarranno irrisolte, la distanza tra i due pezzi del Paese continuerà inevitabilmente a tradursi anche in comportamenti elettorali sempre più divergenti».

AfD contro la guerra, le sanzioni alla Russia e il riarmo

Ritornando ad AfD guidata da Alice Weidel, lei crede che possa veramente rappresentare un’alternativa politico-sociale al liberal-capitalismo, alla società edonistica dell’Occidente e riaprire i ponti con la Russia, ovvero una reale forza alternativa al sistema atlantico-centrico?

«Su questo distinguerei nettamente i diversi piani. Come dicevo, il successo di AfD, a mio avviso, deriva soprattutto dalla sua discontinuità rispetto ai partiti tradizionali su due questioni: la guerra alla Russia e l’immigrazione. È una delle poche forze tedesche che si oppone apertamente al riarmo, alle sanzioni contro Mosca e alla prosecuzione del sostegno militare a Kiev, chiedendo di ristabilire i rapporti con la Russia; allo stesso tempo ha fatto della critica all’immigrazione incontrollata uno dei propri principali temi politici.

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Alice Weidel

Bisogna però anche evitare di considerare AfD come un blocco perfettamente omogeneo. Al suo interno convivono sensibilità differenti. La componente che fa maggiormente riferimento ad Alice Weidel può essere definita nazional-conservatrice sul piano politico e sostanzialmente liberale in economia. Accanto a questa esiste una componente con una sensibilità sociale più accentuata, particolarmente forte nei Länder orientali e riconducibile anche all’altro co-presidente del partito, Tino Chrupalla. Una corrente capace di combinare la critica all’immigrazione e alla politica estera tedesca con una maggiore attenzione alle condizioni materiali dei lavoratori. È probabilmente anche questa specificità dell’AfD orientale ad aver contribuito al risultato ottenuto in Sassonia-Anhalt.

Questo aiuta a comprendere meglio perché AfD possa raggiungere percentuali così elevate proprio tra gli operai dell’Est, pur mantenendo nel suo programma nazionale un‘impostazione economica prevalentemente liberale. Il voto non si trasferisce necessariamente sulla base dell’intero programma economico del partito: può nascere dalla percezione che AfD rappresenti la rottura più netta con l’establishment sui temi considerati prioritari, in particolare guerra, rapporti con la Russia, immigrazione e, nell’Est, questione sociale.

Resta però il fatto che, se guardiamo al programma economico complessivo del partito, definirlo un’alternativa al liberal-capitalismo sarebbe contraddittorio. AfD propone deregolamentazione, riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia, contenimento del debito pubblico, abolizione delle imposte di successione e patrimoniali e una forte tutela dell’accumulazione privata. Non propone strumenti significativi contro la concentrazione della ricchezza, i movimenti di capitale o lo strapotere degli oligopoli privati.

È quindi radicale su alcuni temi culturali, migratori, europei e di politica estera, mentre sul terreno economico e sociale presenta una maggiore ambivalenza, anche per la presenza di sensibilità interne differenti. Nel suo programma nazionale prevale comunque una linea liberale, ed è per questo che considero la sua critica al sistema parziale».

L’inedita alleanza rosso-bruna

A sinistra troviamo il partito BSW di Sahra Wagenknecht – Bündnis Sahra Wagenknecht , con un buon 5,3% dei voti. Nel suo libro “Contro la sinistra neoliberale” si scaglia contro quella che definisce “Lifestyle-Linke”, la sinistra dello stile di vita. Lei come giudica questo partito? Crede che un’alleanza antisistema sia possibile con AfD, visto che tratti comuni ve ne sono e vanno al di là delle logore categorie di destra e sinistra?

«Considero il BSW uno dei fenomeni politicamente più interessanti emersi negli ultimi anni perché tenta di ricostruire una proposta esplicitamente non neoliberale, riportando al centro salari, pensioni, welfare, politica industriale, redistribuzione della ricchezza e critica della finanziarizzazione dell’economia. La battaglia di Wagenknecht contro quella che definisce Lifestyle-Linke nasce proprio dall’idea che una parte della sinistra abbia progressivamente abbandonato la rappresentanza delle classi lavoratrici per concentrarsi prevalentemente su questioni identitarie, culturali e morali.

Detto questo, ritengo sbagliato assimilare BSW ad AfD. Le differenze programmatiche, soprattutto sul piano economico, sono molto profonde. A livello nazionale AfD mantiene un’impostazione prevalentemente liberale: deregolamentazione, riduzione dell’intervento dello Stato, abolizione della tassa di successione e delle imposte patrimoniali e maggiore libertà di accumulazione privata. BSW sostiene invece forte intervento pubblico nell’economia, contrasto ai monopoli, investimenti strategici dello Stato, fiscalità progressiva sui grandi patrimoni e sulle rendite finanziarie, rafforzamento del welfare, aumento delle pensioni minime e del salario minimo.

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Come dicevo, però, AfD non è monolitica e soprattutto nell’Est esiste una componente con una sensibilità sociale più accentuata, riconducibile anche a Tino Chrupalla. Questo rende meno sorprendente che su alcuni temi possano emergere convergenze con BSW, pur rimanendo molto diverse le rispettive impostazioni complessive.

Anche sull‘immigrazione esistono punti di contatto, ma con accenti differenti: AfD parte soprattutto da una visione identitaria e nazionale, mentre BSW pone maggiormente il problema in termini socioeconomici, denunciando il dumping salariale e la pressione su scuole, abitazioni e servizi pubblici. Ancora più evidente è la convergenza sulla politica estera: entrambe contestano le sanzioni contro Mosca, il sostegno alla guerra in Ucraina e chiedono di ristabilire normali rapporti economici e politici con la Russia.

Quanto sta accadendo proprio in queste ore in Sassonia-Anhalt è quindi politicamente molto significativo. Il BSW ha annunciato che voterà un candidato AfD alla presidenza del Landtag, sostenendo che la carica spetti alla forza politica risultata nettamente prima alle elezioni. Allo stesso tempo ha deciso di aprire un confronto con AfD su temi concreti come energia, istruzione e politica di pace. Si incrina così la cosiddetta Brandmauer, cioè il principio secondo cui con AfD non si debba collaborare in nessuna circostanza.

Questo non significa però che si stia andando verso una coalizione AfD-BSW. È una distinzione fondamentale. BSW esclude una coalizione organica, mentre appare disponibile a forme di collaborazione parlamentare, maggioranze variabili sui singoli provvedimenti e, potenzialmente, anche a un appoggio esterno che consenta la nascita di un governo di minoranza senza entrare direttamente nell’esecutivo.

È quindi più corretto parlare di una possibile collaborazione esterna e selettiva che di un’alleanza politica. Le convergenze possono riguardare soprattutto pace, rapporti con la Russia, energia, critica di alcune politiche di Bruxelles e immigrazione, mentre sui rapporti tra Stato e mercato, redistribuzione, fiscalità e welfare le due forze rimangono molto distanti.

La vera novità politica potrebbe essere proprio questa: dimostrare che è possibile rompere la Brandmauer senza cancellare le differenze tra le due forze. Invece di una coalizione tradizionale, potrebbe emergere un modello fondato su appoggio esterno, astensioni decisive e maggioranze parlamentari costruite di volta in volta sui singoli provvedimenti. Le vecchie categorie di destra e sinistra non scompaiono, ma vengono attraversate da nuove fratture – sovranità e globalizzazione, guerra e pace, economia reale e finanziarizzazione – che rendono il quadro politico molto meno lineare rispetto al passato».

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Il fenomeno AfD destinato ad estendersi oltre la Germania

Se dovesse proseguire l’onda AfD, magari con il supporto di BSW, crede che vi potranno essere ripercussioni anche in altri Stati europei, dove la crisi economica sta avanzando sempre di più e dove il benessere dei vari popoli è stato subordinato da tempo alle logiche speculative finanziarie, quelle che hanno messo in crisi intere categorie di lavoratori, famiglie, sanità, scuola, servizi sociali e sicurezza?

«Credo che il punto fondamentale sia che il fenomeno non nasce in Germania e non finirà in Germania. La crescita di AfD si inserisce in una tendenza europea più ampia: una parte crescente dei lavoratori e dei ceti medio-bassi non si sente più rappresentata dalle tradizionali forze di centrosinistra e cerca altrove protezione economica, sociale e nazionale.

Ma anche qui credo sia importante individuare i temi che trasformano concretamente il malcontento in consenso politico. Non è un caso che AfD abbia ottenuto un risultato così forte presentandosi come la principale forza di rottura soprattutto sulla guerra alla Russia e sull’immigrazione. Sono questioni sulle quali gran parte dei partiti tradizionali europei continua a muoversi entro un perimetro relativamente ristretto, lasciando quindi uno spazio politico enorme a chi mette radicalmente in discussione quel consenso.

Gli sviluppi della Sassonia-Anhalt aggiungono poi un elemento nuovo. L’onda AfD non sta producendo soltanto nuovi consensi elettorali, ma sta iniziando a incrinare la Brandmauer. La disponibilità del BSW a votare un presidente del Landtag espresso da AfD, a dialogare con il partito e a costruire maggioranze su singoli provvedimenti dimostra che potrebbe affermarsi un modello diverso dalle tradizionali coalizioni: forze politicamente molto distanti che, senza allearsi organicamente, convergono su singole questioni per rompere equilibri consolidati.

La questione, inoltre, trascende la semplice disuguaglianza economica. C’è una richiesta più generale di sicurezza: economica, sociale, geopolitica e culturale. La crisi della globalizzazione, la perdita di potere d’acquisto, la precarizzazione del lavoro, l’indebolimento del welfare, le conseguenze dell’immigrazione e la sensazione che decisioni fondamentali sulla guerra e sulla politica economica vengano prese lontano dai cittadini alimentano una crescente sfiducia verso le élite politiche tradizionali.

E la crisi tedesca mette in discussione anche gli equilibri sui quali è stata costruita l’Eurozona. Per anni quel sistema ha favorito economie strutturalmente in surplus, Germania in testa, mentre l’aggiustamento ricadeva soprattutto sui Paesi periferici attraverso compressione salariale, austerità e riduzione della domanda interna. Oggi entra in crisi lo stesso Paese che di quell’architettura era stato il principale beneficiario.

Il rischio per la sinistra europea è enorme. Se continuerà a privilegiare una visione liberal-progressista centrata soprattutto sui temi culturali, senza recuperare una proposta forte su salari, pensioni, lavoro, welfare, politica industriale e sovranità economica e senza affrontare le domande provenienti dalla società su guerra e immigrazione, una parte sempre maggiore delle classi popolari continuerà a cercare rappresentanza altrove.

È proprio qui che l’esperimento di Wagenknecht assume interesse: tenta di contendere quel consenso alle destre riportando al centro la questione sociale, ma contemporaneamente rompendo con una parte del consenso liberal-progressista su guerra, Russia e immigrazione, senza per questo accettare l’impianto economico liberista di AfD.

Il caso della Sassonia-Anhalt potrebbe quindi rappresentare un precedente importante: non necessariamente la nascita di un’alleanza “rosso-bruna”, come qualcuno la definisce, ma la possibilità di rompere la logica dei blocchi e costruire convergenze trasversali su singoli obiettivi, mantenendo identità e programmi profondamente differenti».