Destra plebea, sinistra patrizia
di Roberto Pecchioli - 29/08/2026

Fonte: EreticaMente
Tra le polemiche estive, una è interessante, benché trattata dagli interessati con il corto respiro della politica italiana. Il presidente del PD Stefano Bonaccini, tipico prodotto della nomenclatura di sinistra ma personalità equilibrata – potremmo chiamarlo Stefano Bonaccioni – ha affermato in un evento del suo partito che “il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit qualche anno fa. Il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia alla Meloni, prima a Salvini oggi forse a Vannacci, è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente”. Contra factum non valet argumentum: è la verità accertata da ogni indagine sociologica e empirica.
Con grande velocità e maestria comunicativa, Giorgia Meloni – l’unico vero attivo della coalizione che capeggia – ha replicato così “Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare.” Colpito e affondato. Il punto è che entrambi hanno ragione e torto allo stesso tempo. Soprattutto non riescono a cogliere l’importanza storica di quanto osservano da mestieranti della politica preoccupati più del consenso immediato che delle ricadute di quanto osservano. Ebbene sì, due spettri si aggirano per la terra del tramonto, la sinistra patrizia e la destra plebea. E’ una novità, ma non del tutto: la rivoluzione francese, madre di tutte le rivoluzioni, la fecero avvocati, intellettuali e nobilotti di città, l’opposizione venne dagli strati popolari e contadini, sterminati in autentici genocidi come in Vandea. Fu la liberalissima legge Le Chapelier (1791) ad abolire i corpi intermedi e a lasciare indifeso il popolo dinanzi alla forza impersonale della neonata “nation” (il potere legale) e dell’economia.
Per buona parte del secolo XIX, la sinistra fu liberale, nelle varie accezioni del termine. La violenza sfruttatrice del nuovo potere generò la reazione socialista e comunista; i liberali divennero la destra, egemonizzando i conservatori. Si torna alle origini. I vincenti da un lato, i perdenti dall’altro. Cambia la segnaletica, non la sostanza. Sfumata la mistica marxista del proletariato, leva della rivoluzione comunista, è rimasto ciò che i postmarxisti francofortesi – in particolare Adorno e Horkheimer – compresero un secolo fa: i proletari non sono affatto una classe rivoluzionaria. Lottano per uscire dalla loro condizione e diventare borghesi. Furono loro, con Marcuse, a individuare nuovi gruppi “rivoluzionari”: le donne, le minoranze etniche e sessuali, i giovani visti come classe a parte, le comunità prive di rilievo sociale.
La sinistra – diventata progressista e tornata in qualche modo liberale ( le parole generiche multiuso attraggono sempre) ha imparato la lezione e si è messa dalla parte dei vincenti. Quelli veri, le oligarchie economiche e finanziarie liberatesi a loro volta dai principi di ieri in nome del nuovo dio immanente, il mercato diventato globale, onnipotente. Conquistato potere dopo aver affollato determinate facoltà universitarie e aver conquistato le casematte del potere ( eterogenesi dei fini del pensiero di Gramsci!) è ovvio che questi ceti– molto numerosi e quasi sempre garantiti – non vogliano mollarlo: per questo votano a sinistra. Poiché la loro formazione è prevalentemente giuridico-amministrativa, sociologica, filosofica, psicologica, si considerano gli unici illuminati. E’ un ampio ceto snob, con una crescente percentuale femminile . E’ a suo agio nei centri commerciali, ama le novità di ogni genere, specie tecnologiche, è affascinata dai cosiddetti “ diritti” (dinanzi ai doveri si ritrae scandalizzata) e fa parte del tipo umano sradicato volontariamente, cosmopolita, che non si sente di nessun luogo (i nowhere della sociologia anglosassone). L’altra caratteristica è il narcisismo: guardano solo se stessi, si amano e si considerano, come avrebbe detto il Principe di Salina, il Gattopardo, il sale della terra. Naturale che abbiano orrore di tutti gli altri, esattamente come le classi alte del passato, “ i signori” che almeno sapevano trarre dai loro ranghi una classe dirigente.
Bonaccini nasce comunista, sa bene che la sua parte era formata prevalentemente dallo stesso popolo che adesso si è spostato altrove. Operai, le loro famiglie, lavoratori e lavoratrici manuali , abitanti delle periferie, generazioni intere sradicate dalla rivoluzione industriale, che in Italia arrivò a fine anni Cinquanta. Non avevano master, lauree o diplomi, ma volontà, capacità di lavoro, spirito di sacrificio, amore per la famiglia e per la loro terra, speranza nel futuro. I ceti parassitari – a sud incarnati dal notabilato, da possidenti agrari, da insegnanti, burocrati di ogni ordine e grado, a nord soprattutto dalla rampante borghesia imprenditoriale insofferente delle limitazioni e sospettosa dello Stato, stavano dall’altra parte. E’ una divisione rozza e assai parziale, ma rende l’idea.
Sempre alto contro basso, centro contro periferia, oligarchie e ceti tecnici e intellettuali di supporto contro popolo. I vincenti degli ultimi sessanta-settant’anni si sono posizionati a sinistra (il termine è puramente descrittivo) perché vi hanno trovato ciò che cercavano. Indifferenti ai principi dell’identità, della religione, della nazione, della famiglia, non più interessati ai temi sociali, attratti dal fantasma della libertà intesa come liberazione dai vincoli, hanno trovato in un certo tipo di studi la chiave per affermare alcuni valori e soprattutto elevare la propria condizione economica e il proprio peso sociale. Hanno occupato le burocrazie, aumentate di numero e importanza, sempre votate al controllo, alla gestione (due sostantivi centrali nell’universo mentale progressista) a una visione legalistica, formalistica della realtà: il ceto dei “protocolli” che esentano dal pensiero e soprattutto dalla responsabilità.
Si sono impadroniti della scuola, abbandonata da molti insegnati uomini per lo scarso prestigio economico. Egemonizzano professioni come la psicologia, l’assistenza sociale, i quadri amministrativi pubblici, la legione dei cosiddetti “esperti”. Sono istintivamente di sinistra non per progressismo, ma, paradossalmente per l’opposto: ce l’hanno fatta, ora guardano dall’alto in basso la massa sottostante, i penultimi, gli sconfitti del nostro tempo. Hanno sostituito il razzismo di ieri e la distanza di classe con la supponenza culturale, il suprematismo dei semicolti, semi riflessivi, semi abbienti, semi moralisti, sempre con il dito alzato e le sopracciglia inarcate nello sdegno mentre guardano in basso senza tentare di capire. Se non fossero i padroni del linguaggio, sarebbero la destra, termine caricato di ogni negatività. Perciò Bonaccini ha ragione quando segnala il disagio che induce i meno colti, i non garantiti, gli abitanti dei piccoli e medi centri, i superstiti ceti rurali, chi non ha potuto terminare gli studi, a ideali e scelte avverse alla sua parte. Ma sono i suoi ad averli abbandonati e innanzitutto ad avere screditato, vilipeso, ridicolizzato i loro principi e valori. Non può stupirsi se i perdenti non ci stanno.
Ha ragione la Meloni a difendere i suoi elettori, ma non può dimenticarsi di rappresentarli, come è accaduto nei deludenti anni di governo. Nulla di ciò che chiedeva il suo popolo è stato realizzato su temi centrali come immigrazione, ordine pubblico, guerra, riarmo, difesa dei ceti medi. Più ancora, dovrebbe prendere atto che il giudizio sommario della sinistra sulla destra non è del tutto infondato, specie sul piano culturale, e lavorare per rimuoverlo, evitando di affidare questi temi ad azzimati maestrini da salotto televisivo. Inutile indorare la pillola: un numero gigantesco di militanti è interessato a soli tre temi: i liberalconservatori alle tasse e al totem dell’impresa; gli altri all’immigrazione, in cui confondono il fenomeno, drammatico, con l’immigrato, che è una persona.
Chi ha lottato per decenni contro l’indifferenza culturale delle varie destre lo sa. A minoranze di grandissima qualità, vasti interessi e larghe conoscenze, frequentatori di blog, siti Internet, librerie di nicchia, animatori di circoli, lettori voraci, pubblicisti accaniti, si contrappone una maggioranza enorme di indifferenti, se non di ignoranti soddisfatti. Incapaci di approfondimento, infastiditi da ogni argomentazione che non riguardi il portafogli o gli stranieri, non hanno però ogni colpa. Sono diseducati da decenni: pensa a tutto il capo di turno. Nel passato leader politici come Almirante, Malagodi o Fanfani, poi Berlusconi, adesso Meloni e l’ultimo arrivato, il generalissimo.
Dobbiamo ammetterlo con il dispiacere, l’impotenza e la delusione di una vita: discutere con i progressisti può infastidire, far male, stupire per il rifiuto della realtà di alcuni, ma farlo con l’elettore medio di destra è spesso disperante. Epperò il motivo per cui la destra è così popolare presso i gruppi sociali citati da Bonaccini – che ha dimenticato di analizzare (non gli conviene!) la forte preminenza maschile – è elementare. Nella società contemporanea il conflitto non è più esclusivamente verticale, tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori, ma, come dicevamo , tra centro e periferia, popolo e oligarchie, ceti burocratici, tecnici, “esperti” garantiti e masse non garantite, tra identitari e cosmopoliti. Bonaccini lo ha capito, mentre dal lato opposto ci si limita a rispondere con slogan piccati, ancorché efficaci. E’ la differenza tra riflessione e approssimazione, approfondimento e pesca delle occasioni. Se la neo destra è plebea è perché è sconfitta. Talvolta vince sfruttando i madornali errori dell’avversario, ma non rappresenta un’ alternativa. Parafrasando il comunistissimo Dario Fo: il padrone del discorso sa mille parole, il perdente trecento. Per questo vince.
