Donne che amano la guerra
di Diego Siragusa - 25/03/2026

Fonte: Italicum
1) Le lotte per l’emancipazione femminile degli anni ’70, avrebbero dovuto condurre ad una valorizzazione del ruolo della donna nella società. L’emancipazione femminile, infatti, oltre che contribuire alla attuazione del principio di eguaglianza sostanziale dei cittadini sancito dalla nostra costituzione, comportava anche l’ampliamento della partecipazione popolare alla vita democratica della società. L’accesso delle donne ai ruoli di vertice della politica, non si è tradotta invece in una mera “mascolinizzazione” della donna, in una omologazione egualitaria dei sessi, conforme ai canoni dell’ideologia liberal? Il proliferare delle donne nelle élite dell’Occidente, non avviene peraltro in una fase storica di degrado della politica a mero strumento delle lobby economico – finanziarie nel contesto di un sistema neoliberista in progressiva decadenza? La presenza delle donne non è quindi necessaria a creare una falsa immagine del tutto ideologica della emancipazione femminile?
Risposta – Sono cresciuto e fatto attività politica, dal ’68 in avanti, osservando questo lento processo della presenza femminile in tutte le attività della società. Posso citare la scuola, la fabbrica, la scienza, la medicina, il cinema, la letteratura; l’unico settore dove la presenza femminile segnava il passo era la POLITICA. Ricordo, avendo militato in un grande partito popolare, l’orgoglio con cui annunciavamo, in prossimità di elezioni, di aver candidato un numero di donne superiore a quello di tutti i partiti messi insieme. Riuscivamo anche a farle eleggere.
Nella Prima Repubblica, la qualità delle elette, in tutti i partiti, meritava rispetto. Faccio una breve rassegna solo delle donne del PCI elette nell'Assemblea Costituente (1946): 9 donne su 21 rappresentanti nell'Assemblea Costituente, risultando il partito con maggiore rappresentanza femminile in quella fase: Adele Bei, Laura Diaz, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Rita Montagnana, Teresa Noce, Romana Rodano, Maria Maddalena Rossi, Elettra Pollastrini. Tra le 9 democristiane elette all'Assemblea Costituente figuravano Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Maria Federici, Angela Gotelli, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio e Maria Viteri. Il PSI elesse due donne.
Nelle legislature successive questi numeri aumentarono, lentamente, man mano che la questione femminile imponeva la propria urgenza. Gli elementi comuni che univano le elette dei vari partiti erano: la disciplina di partito, l’appartenenza culturale e ideologica, la scelta delle candidate in base alla competenza e non all’avvenenza, la responsabilità individuale di fronte alla società. Da tutto questo discendeva anche la modestia dei comportamenti. Tutto questo finisce con l’avvento della Seconda Repubblica e il ventennale impero di Berlusconi: apparenza, volgarità, aggressività, edonismo, incultura, cretinismo, carrierismo, opportunismo. Certi ministri della Seconda Repubblica sarebbero diventati al massimo consiglieri di quartiere nella Prima. Le quote rosa ovvero la parità numerica tra uomini e donne nelle candidature, e la fine pedagogica dei grandi partiti di massa, hanno interrotto questo lento ma virtuoso cammino verso la presenza femminile nelle istituzioni.
Dopo la caduta del muro di Berlino assistiamo alla invasione di donne outsider, senza storia, selezionate dalle agenzie di McKinsey, finanziate da Soros e da altri magnati desiderosi di avere pedine fedeli per la conquista dei mercati dei paesi dell’est ormai in mano al capitalismo non “ben temperato” ma selvaggio e ingordo. Ricordo gli interessi della famiglia Biden in Ucraina e i progetti di Blackrock e della famiglia Rotschild: capitalismo di rapina in stile neocoloniale. Tutte queste donne, che ho esaminato nel mio libro, hanno in comune l’avvenenza (tranne qualcuna), l’incultura, la subordinazione politica al centro dell’impero, l’irresponsabilità fino all’azzardo più bellicista. Siamo distanti anni luce da Olympe de Gouges, autrice della "Dichiarazione dei diritti della donna" (1791), e daMary Wollstonecraft, che nel 1792 sostenne la parità educativa, e non cito le suffragette del XIX secolo come Kate Sheppard, e scrittrici come Sibilla Aleramo o una grande matematica come Sofia Kovalevskaja e militanti socialiste come Anna Kulishoff, Aleksandra Kollantai e Klara Zetkin. Rileggo alcune pagine del libro del filosofo John Stuart Mill, scritto assieme alla moglie Harriet Taylor, sulla Emancipazione delle donne e mi sento sopraffatto dalla depressione.
2) L’inclusione della donna nei ruoli di vertice della politica costituisce, secondo la vulgata mediatica, una essenziale conquista nell’evoluzione progressiva della società occidentale. Tale evoluzione avviene comunque nell’ambito di una struttura classista della società. Infatti, le “donne che amano la guerra” sono tutte (o quasi), di estrazione alto – borghese. L’esito delle lotte degli anni ‘60/’70 per l’emancipazione sia delle donne che degli afroamericani negli USA, non hanno avuto come esito finale, quello della cooptazione di singoli (e assai esigui) esponenti delle minoranze oppresse nelle classi dominanti? Non si è spacciato per emancipazione delle donne e degli afroamericani un processo di assimilazione degli oppressi nella struttura classista della società occidentale, che è rimasta inalterata, facendo venir meno le istanze riformatrici dei movimenti di protesta?
Risposta - Si è vero. Durante un convegno a Davos organizzato da Klaus Schwab, furono invitate prevalentemente donne dell'alta borghesia, donne che avevano già un ruolo nella politica, nell'economia e nella finanza. Invece furono scartate quelle donne che hanno legato il loro nome all'emancipazione femminile nel Terzo e Quarto mondo, come quelle che si sono battute per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nel sud est asiatico e a tutela dei popoli dell'amazzonia in America Latina. Perché non includere Rigoberta Menchú, una pacifista guatemalteca di etnia K’iche’, insignita nel 1992 del Premio Nobel per la pace? Perché non Taslima Nasreen, insignita per i suoi meriti col Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 1994 e l’Humanist Awards dall’Unione internazionale etico-umanistica nel 1996 e membro onorario del National Secular Society? Perché non Malala Yousafzai e Kailash Satyarthi entrambe Premio Nobel per la Pace nel 2014? Potrei continuare citando Aung San Suu Kyi (Birmania), Alva Myrdal (Svezia), Mairead Corrigan e Betty Williams (Gran Bretagna), Emily Greene Balch (USA), Jane Addams (USA) e Bertha von Suttner (Austria). Ma alle élite dominanti non servivano perché si tratta di donne che hanno combattuto per la parità salariale, per i diritti umani, per la salvaguardia dell'ambiente e tante altre storiche battaglie della sinistra. Voglio ricordare che un miliardario che si chiama Warren Buffet ha fatto questa affermazione “Negli ultimi quarant'anni c'è stata in tutto il mondo una lotta di classe e abbiamo vinto noi: i ricchi.” Questa affermazione spocchiosa descrive bene l'arroganza dei vincitori. Il mondo è stato quindi ridisegnato in base a questi nuovi rapporti di forza: è aumentato il numero dei miliardari e sono aumentati all'opposto i poveri gli emarginati, gli scartati come li chiamava Papa Francesco. La scelta dei gruppi dirigenti nel mondo liberista e capitalista è avvenuta dentro questo mutato rapporto tra le classi. Le nuove figure femminili che hanno guadagnato posizioni preminenti in Occidente e, soprattutto, nei nuovi stati dell'est Europa dopo il crollo dell'Unione Sovietica, sono il risultato di una selezione che ha premiato l'apparenza, la fedeltà atlantica e liberista a svantaggio della competenza e della capacità diplomatica e negoziale. Oggi tutte le donne che ho selezionato e analizzato all'interno dei gruppi dirigenti occidentali hanno tra loro caratteristiche comuni senza contraddizioni interne. L'obbedienza e la fedeltà alle linee guida delle regole del liberismo occidentale sono i criteri per la selezione e l'elezione alla carica pubblica nei vari stati o nelle varie organizzazioni multinazionali: Onu, Unione Europea, Banca Centrale Europea, Nato, OSCE, eccetera.
3) Le “donne che amano la guerra” sono caratterizzate da un estremismo bellicista. Imponendo tali donne ai vertici politici, l’Occidente non ha creato un sistema mediatico di dominio psicologico delle masse, in cui la componente emotiva femminile ha un impatto decisivo come tecnica di persuasione collettiva? Non si riscontra nell’estremismo delle élite femminili una funzione pedagogica derivata dalla riviviscenza inversione secolarizzata del fanatismo delle predicazioni veterotestamentarie che presiedettero alla fondazione degli Stati Uniti?
Risposta - Spesso c'è un equivoco tra i miei detrattori: vogliono trasformare il titolo del mio libro in “Tutte le donne amano la guerra”. In realtà io non ho mai detto questo né lo penso. Il sottotitolo del libro è eloquente. Io parlo di persone, di donne che sono state scelte per queste funzioni che obbediscono alla filosofia edonistica delle società liberali occidentali. Ho già detto che queste donne sono più adatte ad una sfilata di moda che al lavoro improbo e paziente di un capo di Stato o di un ministro. La condotta che in questi anni abbiamo rilevato è conseguente ad una selezione che non ripone i propri obiettivi sulla competenza e sulla cultura come motore per assolvere in modo dignitoso le proprie funzioni pubbliche. I personaggi femminili non commendevoli e, in alcuni casi, comici come Liz Truss, Kaja Kallas, Sanna Marin, Annalena Baerbock hanno dimostrato che si tratta di donne impresentabili alla testa di organizzazioni nazionali e internazionali che richiedono un'onorevole senso della responsabilità e dell’autorevolezza. Per quanto riguarda l'Italia abbiamo avuto esempi fulgidi nella prima Repubblica, nella seconda con l'avvento del berlusconismo registriamo il degrado costante, totalitario della presenza di personale politico di entrambi i sessi in tutti gli ambiti della vita pubblica. Per quanto riguarda i paesi anglosassoni possiamo registrare un'ascesa ai vertici degli Stati di donne che sono cresciute all'ombra della Bibbia, del sionismo, di una cultura protestante e salvifica come quella inculcata dai padri pellegrini all'inizio della colonizzazione del Nuovo Mondo. Non riesco a spiegare in modo più convincente il cieco fanatismo di donne come la signora Madelaine Albright, Hillary Clinton, Condoleezza Rice, Susan Rice e altre alle quali ho dedicato un profilo che mi auguro risulti convincente anche se l’ho scritto in modo riassuntivo. Consiglio il lettore di leggere con attenzione i profili delle donne israeliane. Ho preferito riportare le loro parole folli e sanguinarie perché ogni aggettivo per descrivere il loro satanismo genocidario contro il popolo palestinese mi appariva inadeguato.
4) Le “donne che amano la guerra”, siano esse di orientamento progressista o conservatore, sono comunque integrate nell’ideologia liberaldemocratica dominante in Occidente. Tali élite femminili assurte alla guida della politica estera, non si configurano come l’immagine virtuale di un Occidente percepito come modello di una società evoluta a cui debbano aspirare? Il progresso e l’emancipazione della donna sarebbero quindi possibili solo mediante l’esportazione (culturale e/o armata) nel mondo del sistema occidentale. Pertanto, le “donne che amano la guerra” non assumono il valore simbolico/mediatico di un Occidente universalista, che si arroga il diritto di imporre il proprio suprematismo imperialista, quale “civiltà superiore”, legittimata alla guida di un mondo globalmente occidentalizzato?
Risposta– Sì, condivido questa sintetica descrizione compresa nella domanda. L'Occidente non si è ancora liberato dalla cultura e dalla pratica coloniale. Per secoli l'Occidente ha scritto le pagine più sanguinose nell'opera di dominio dei paesi di nuova scoperta e di antica civiltà. Sappiamo cosa è stata la dominazione occidentale in tutta l'America del nord e del sud con il genocidio delle civiltà precolombiane e dei nativi. Sappiamo come le borghesie occidentali hanno saccheggiato l'Africa, l'Asia e gli altri continenti come l'Australia, le isole felici del Pacifico, la Nuova Zelanda. Ovunque gli europei sono sbarcati con le loro ciurme predatorie, con le loro piraterie, hanno seminato i germi del futuro sottosviluppo e l'arretratezza di questi popoli. In questo senso l'ideologia dominante è stata quella tecnica ovvero la conoscenza dei metodi di trasformazione della natura laddove prevaleva una concezione animistica e sacrale del mondo che richiedeva rispetto e immutabilità. La cultura dei nativi del Nord America, la loro concezione cosmologica oggi viene riconosciuta come salvifica davanti alla distruzione capitalistica delle risorse del pianeta e della sua difficile riparabilità. L'enciclica di Papa Francesco LAUDATO SII è stato un coraggioso richiamo al mondo capitalistico e finanziario per le sue responsabilità nella distruzione della vita sul pianeta e per le minacce che questa attività distruttiva continua a gravare sulle generazioni future. La presenza delle donne in questo scenario di egemonia e di modello unico da imporre urbi et orbi è coerente con questa ideologia vitalistica che vede nella tecnica e nella propensione alla accumulazione capitalistica senza limiti il proprio inveramento di civiltà ovvero una specie di destino manifesto di salvezza verso quei popoli che si attardano in concezioni arcaiche aliene da progetti di trasformazione della natura per assicurare alti livelli di benessere e di civiltà. Aggiungo un’altra considerazione: il protagonismo delle donne e la loro presenza sempre più numerosa nelle istituzioni pubbliche e nei centri di comando dell'economia è enfatizzata in corrispondenza di una scarsissima presenza femminile nei paesi di recente decolonizzazione, additati come paesi arretrati dove la donna non ha un ruolo paragonabile a quello dell'Occidente. Questo è anche vero, ma non si considera quanto la subordinazione dei paesi del terzo e quarto mondo al modello liberal capitalistico abbia compromesso e rallentato il processo di emancipazione delle donne. L'Iran, per esempio, subisce campagne di propaganda sul velo delle donne oscurando risultati encomiabili che riguardano la presenza femminile nel settore dell'istruzione, oggi le donne laureate sono circa il 66%. In conclusione: l’Occidente non si arrende alla sua propaganda razzista e suprematista tutto proteso a presentarsi come un “giardino fiorito” oltre il quale c’è la jungla, come disse il sig. Borrell, ex rappresentante della politica estera dell’Unione Europea.
5) Nella lettura del suo libro, emerge, a mio parere, lo scarso livello culturale, che si riflette nella conclamata inettitudine nell’arte diplomatica, dell’entourage delle donne della UE. Perdono il confronto perfino con le donne dell’élite statunitense. Forse perché l’estremismo bellicista e razzista è più radicato nella cultura americana? L’emergere di questa nuova antropologia femminile nella UE, non è l’estrema conseguenza dell’influenza culturale dominante in Europa del soft power americano? L’élite femminile della UE, non si rivela come una maldestra imitazione degli aspetti più deteriori del primato americano,esasperati fino al ridicolo?
Risposta - Durante una intervista un amico giornalista, con la necessaria cautela, cercava di accusarmi di non essere stato imparziale in quanto tra i profili di donne guerrafondaie non avevo inserito alcuna donna della Federazione russa, della Cina, di Cuba, del Vietnam o dei paesi arabi. Ho risposto che, piaccia o no, donne guerrafondaie in quei paesi fuori dall'orbita occidentale e di dominio statunitense, non ne ho trovate. Ho evitato accuratamente di apparire partigiano, ma, ripeto, non ho trovato nei paesi antagonisti dell'Occidente figure femminili riconducibili a donne disposte a fomentare guerre o a giustificarle. La risposta si trova nella ideologia liberal edonistica, nel modello di società asservita ai consumi illimitati che antepone l'esibizione di valori ipocriti contrabbandati alla luce di messaggi biblici o evangelici. L'imperialismo in tutti questi anni si è messo il belletto con la campagna sui diritti umani e sulla democrazia intesa come un rito elettorale dove vincono sempre i detentori del dominio economico e finanziario. Il fatto che in Occidente l'accesso alle cariche pubbliche sia sempre più appannaggio di coloro che dispongono di lauti aiuti finanziari è una verità che è impossibile mettere in discussione. I riti elettorali sono stati assorbiti dagli europei secondo il modello nordamericano. Infatti, il Partito Democratico in Italia ha importato, oltre al nome, modelli come le primarie per la scelta dei candidati, modelli mutuati dalla prassi del Nord America. Tutto questo implica competizione, lotta personale, uso disinvolto di tecniche di propaganda costose e finalizzate all'affermazione personale. Ricordo bene che nel Partito Comunista Italiano la propaganda personale era proibita poiché era il partito che premiava con le candidature i militanti più popolari e legati al prestigio personale. Ovviamente in un sistema politico in cui prevale il personalismo e la promozione della propria individualità a svantaggio dell'entità collettiva rappresentata dal partito, va da sé che ogni forma di degenerazione viene accettata con indulgenza e diventa metodo costante di campagne elettorali sempre più americanizzate e legate a fonti di finanziamento che implicano condizioni di fedeltà, obbedienza e subordinazione. Non è un mistero che parecchi partiti ricevono soldi per finanziare la propria campagna elettorale da personaggi come Soros che elargisce finanziamenti attraverso un controllo delle scelte future dell'eletto. Su questo punto è sufficiente fare una ricerca nella rete, come ho fatto io, per avere l'elenco dei deputati e senatori finanziati da centri di potere che esercitano un controllo sulla condotta dei candidati. La miserevole assenza di un dignitoso cursus studiorum è una specie di setaccio che separa il grano dal loglio. Difficile trovare nel passato esempi di abissale incultura e ignoranza come dimostrano le donne che oggi sono ai vertici del potere. La deputata del PD Alessandra Moretti, subito dopo l'inizio dell'operazione militare speciale ordinata dal presidente Putin, aveva proposto di eliminare la lettera Z poiché questa era il segno distintivo sugli automezzi russi al posto della frase “za pabieda” che in russo significa “per la vittoria.” Il risultato fu esilarante: la società di assicurazioni Zurigo, che ha la Z come logo, protestò e così pure protestarono i giornalisti i quali provarono a sostituire la Z con la S. Non parlo di Pina Picerno o di Giorgia Meloni che sono la delizia dei disegnatori satirici e dei comici televisivi.
a cura di Luigi Tedeschi
