e.motion
di Lorenzo Merlo - 05/04/2026

Fonte: Lorenzo Merlo
L’emozione di esistenza.
Viviamo costantemente entro un’emozione. Ognuna di esse detiene un potere di movimento. Nel suo massimo agiamo come automi, molle cariche dall’energia inesauribile, verso uno scopo che è già in noi. Nel suo minimo ci avviciniamo alla morte, ovvero all’immobilità. Nel suo medio conduciamo la vita cosiddetta ordinaria. Egoismo e empatia sono estremi di uno spettro di emozioni, sono raggi colorati che escono dal prisma della coscienza colpito dal raggio della vita.
Le mozioni sono poche e sempre identiche. Esse si manifestano negli esseri viventi recettori di energia. Nel caso degli uomini, da metallica a lignea. In noi, se ne contano le varietà disponibili agli esseri con autocoscienza di sé. Tutte riflettono lo stato identitario del momento e nel tempo, ne sono rispettose e in quanto tali veritiere, più delle parole che possiamo aver detto prima e pronunciato poi in merito a qualsivoglia situazione. Esse aprono e chiudono la relazione con l’ambiente esterno in funzione sensoriale del mantenimento del proprio equilibrio e stato.
Nel subentrare di un’emozione differente da quella in corso, lo stato di chi la vive cambia, come rispettasse una forza maggiore, nuovi comandamenti, ordini e leggi. Cambia allora anche la descrizione dei fatti, della realtà. Cambia l’energia che ci attraversa e ci muove e, con essa, il gradiente di creatività e quello della disponibilità alla volontà altrui.
Le emozioni sono come la superficie del mare. Le impongono il movimento, la fanno quieta, agitata e burrascosa. E noi, sul nostro natante, non possiamo che rispettarne il potere.
Con tale assunto, si può parlare di emozione di esistenza. Infatti, al pari di come esiste il mondo che stiamo vivendo nella nostra descrizione di esso, la vita stessa, nel senso di esistenza, non può che essere un’emozione.
Cosa l’abbia provocata, causata, scatenata, non sarà merito dell’indagine logico-razionale fornirne risposta pertinente.
La logica corrisponde ad un dominio assai limitato del reale, una briciola detta storia che fluttua nell’infinito credendo di poterlo contenere e raccontare. Tronfia d’inconsapevolezza, la logica, che non può gestire altro che questioni meccaniche, di fatto genera il problema del mistero con la presunzione di essere lei sola a poterne dare risposta.
Così come siamo ed esistiamo in ciò che esce dalle nostre mani e dai nostri pensieri, solo essendo il mistero potremo pacare la tanto furibonda quanto ottusa ricerca filosofico-scientifica sull’origine di tutto.
Soltanto emancipandoci dall’emozione di poter conoscere attraverso l’assunzione di dati, scomposizione della materia e dalla speculazione metafisica, ovvero dal campo d’azione della coscienza duale e della realtà oggettiva, ovvero dall’incantesimo scientista, potremo farci nuovamente prendere dall’emozione della nascita, della creazione e, così accadendo, scacciare l’emozione assolutistica della conoscenza cognitiva.
Le emozioni non scaturiscono da noi, ma, come violenti saette o tenui voltaggi ci attraversano costantemente. La perduta divinità sciolta nell’acido antropocentrista, ci fa credere di esserne gli autori e i proprietari, mentre siamo, invece, più simili ad attori che, talentuosamente, rispettano le volontà del regista.
La vita ci attraversa come se a costituire il cosmo, il mondo, la realtà, la verità – qualunque essa sia per ognuno di noi – non fosse altro che un’emozione. Energia libera, i cui flussi e la cui condensazione decantano al cospetto della nostra condizione sentimentale e del nostro stato relazionale – come se emozioni e sentimenti fossero la trama e l’ordito della storia – dando forma ad ogni affermazione di qualsivoglia argomento e presunto spessore e che dà forma ai differenti talenti di ognuno. Così avviene l’evento del mondo che corrisponde alla condensazione che ci compete o cui siamo destinati da noi stessi. Più comunemente, che meritiamo. Ogni giudizio che emettiamo ne è una dimostrazione, con buona pace degli adoratori del metodo scientifico.
Così procedendo, l’emozione del circo della storia umana non sarebbe che il nodo della configurazione dualistica del pensiero, dunque dell’immaginazione e, infine, della realtà.
Ma si tratta di una conclusione per modo di dire, in quanto intermedia o arbitraria. Infatti, se di condensazione si può parlare – anche la meccanica quantistica ci è arrivata – si deve parlare pure della possibilità di emancipazione da tale nodo, come le tradizioni sapienziali da sempre ci hanno fatto presente. Una liberazione dall’identificazione con le idee che, a loro volta, ci attraversano, la cui natura risente dello stato di emancipazione del momento. È un percorso verso la sospensione del peso della storia e della biografia. Una via verso la salute e la bellezza. Sì, perché solo la bellezza fa vibrare e sentire l’energia dell’infinito. È nel momento della bellezza che la vita sublima e tocca l’intero. È in quello della degradazione che conosciamo la pazzia detta inferno. Intendendo per pazzia il gorgo intorno a se stessi, provocato dalla distorsione dovuta all’assolutistica centratura egocentrica delle proprie ragioni, con conseguente disagio reattivo in caso di insoddisfazione. Uno stato che caratterizza questa nostra storia, che tutti conoscono e che, per persistenza, è patologico in alcuni, purtroppo non pochi. E quelli che campeggiano nei telegiornali, americani o israeliani, europei che siano, non sono altro che i nostri migliori campioni del nostro stesso spirito.
Riguardo alle emozioni primarie, comunemente citate dalla letteratura, quali la paura, la sorpresa, la delusione eccetera si potrebbe quindi sostenere che tra la paura della volpe, quella della rondine e quella di qualsiasi essere la esperisca e i bambini e gli uomini, non vi sia differenza. Per il saggio, il santo, il criminale e il politico la paura e tutte le emozioni comunemente considerate sono identicamente vissute.
Se quanto detto relativamente alle emozioni primarie potrebbe apparire accettabile, l’idea che sia sempre un’emozione ad accompagnarci, anzi, a muoverci vita natural durante, appare forse più ostico da riconoscere ed accettare. Ma non è necessario trovarlo scritto nei manuali di psicologia per constatarlo. Una delle modalità sta nell’osservazione del momento del cambio di emozione e nel relativo cambio di stato, di condizione, di narrazione del mondo che noi stessi o chi stiamo osservando esprimiamo.
“La vita ti sorride?” si chiede a chi sprizza pienezza e soddisfazione. “Sei giù di careggiata?” sentivo chiedere una madre a suo figlio mogio. Chi non è stato quel figlio? Chi non ha vissuto un momento di liberazioni dai pesi della sua ordinaria condizione? Se conosciamo questi stati è perché vi ci siamo entrati e, se non permangono in noi è perché ne siamo usciti. Osservarne l’ingresso e/o l’uscita, evidenzia quanto sia attendibile l’idea che siamo sempre entro un’emozione.
“Ho pensato di uccidermi” è un’affermazione che spaventa alcuni, che provoca un motto di giudizio morale in altri e che permette a chi l’ha già pensato di sapere di cosa si stia parlando. Quel pensiero-sentimento ha una corrispondente emozione nella quale, pur orientati alla morte, si avverte la continuità della biografia.
Sebbene il passaggio da un’emozione all’altra, la cui dinamica è ben rappresentata dalla formula “chiodo scaccia chiodo”, sia costantemente a disposizione per essere osservato, per vedere lo svanire in noi di una e il subentrare di quella che ne prenderà il posto, ci sono due momenti quotidiani nei quali è forse più facile assistere al processo del mutamento. Sono il momento della sveglia e del sonno. La sveglia compiuta avviene solo quando un’emozione d’urgenza, cancella definitivamente quella torporica o del sonno vero e proprio. Similmente l’attività cessa lasciandoci entrare nel ristoro del sonno, soltanto quando l’eccitazione di qualche emozione ci lascia. Se non si dovesse riuscirci al primo tentativo, con la pratica si può assistere al cambiamento del nostro stato.
Unendo i puntini che vediamo nell’immaginario delle forme-pensiero di cui siamo prede, scelti – come dicono quelli del buon senso – tra gli infiniti che non vediamo (come sarebbe possibile comporre qualunque altro disegno, scrivere qualunque altro nuovo romanzo e nuova scienza, se non ci fossero?) emerge all’evidenza il disegno che sostiene l’identicità degli uomini in quanto mossi da identiche forze, ragioni, istinti e desideri, che solo la cultura quantista permette, anche in ambito relazionale, aperto, non chiuso tra regole, ad alcuni di essere considerati superiori di altri necessariamente classificati come inferiori.
L’esigenza autopoietica di ogni essere vivente di mantenere se stesso, cioè l’efficienza della propria “organizzazione interna” (1), impone all’essere stesso, meglio, alla sua autocoscienza non necessariamente consapevole e razionalizzata, un’identità nella quale riconoscersi e sentirsi vivere, cioè sentire sussistere la propria organizzazione interna, indipendentemente dai cambiamenti che avvengono lungo il percorso esistenziale. Al contrario si avverte un cedimento, nelle mortificazioni, nei traumi, negli scioc, nelle delusioni. Tutti eventi con un relativo lutto spirituale o emozionale, necessario per riprendere il filo della propria biografia o per riorganizzare e riformulare le concezioni e compiere così una svolta angolare dell’esistenza. Interrompere un vizio richiede un’emozione che ne sostituisca la presenza, non di razionale forza di volontà, necessariamente sempre perdente di fronte ad un’emozione contraria.
Considerando che nel sonno, come i sogni potrebbero dimostrare, permane uno stato di coscienza seppur spesso alogico – che allude a condensazioni di energia svincolati dai regolamenti socio-razionali – si deve ulteriormente considerare che, solo con la cessazione del transito delle emozioni, cioè con l‘avvento di quello stato della vita detto morte, cessiamo di interpretare, di unire puntini a favore di noi stessi, lasciando così che le medesime energie che hanno animato la nostra esistenza si condensino in altre entità viventi.
Ma se davvero stessero così le cose, allora l’apparenza cavernicola di Platone, quella buddhista e quella tolteca raccontata da Castaneda non sono verità illegittime, non hanno unito puntini per dare forma ad uno stupido disegno di cui non tenere conto. E lo è altrettanto, ma con maggior gravità, quel disegno in cui crediamo, che sta dominando l’epoca della nostra esistenza. Troppe volte preso per buono e per vero, tragicamente per unico, nonostante il dramma umanistico, sociale, politico in cui si mostra a tutti noi.
Che fare?
Affidandosi all’idea che ogni consapevolezza muta il mondo nella sostanza, lasciandolo intatto nella forma, ve n’è una che potrebbe avere il potere di modificare la condizione di pazzia del mondo attuale. Ma le consapevolezze avvengono per autopoietiche riorganizzazioni interne e queste non sono necessariamente e direttamente provocate da stimolazioni esterne, tantomeno razionali. È per un’emozione, non per un ragionamento che, per esempio, dal rancore si può passare al perdono, che dalla pigrizia passiamo all’essere energici. Ed è per un’emozione che possiamo seguire la linea razionale, non certo perché essa può sterilizzarsi dalle emozioni.
La consapevolezza riguarda l’emancipazione dalla condizione di pensiero e creatività costretta ed esaurita entro i confini della logica, del causa-effetto, perciò del meccanicismo. A mezzo di tale liberazione si po' accedere alla dimensione alogica o magica del reale. Un passo che permette di riconoscere in che termini è vero che siamo creatori di realtà, che ogni realtà che creiamo è acqua per il nostro mulino, che quanto pensiamo e i sentimenti che abbiamo sono mattoni dell’edificio che crediamo di trovare fatto di fronte a noi, che tutto ciò in cui abbiamo creduto, semplicemente, non l’hanno creduto i talebani, né gli sciamani e, con loro, molti altri di cultura e concezione differente dalla nostra.
Un passo che comporta l’assunzione di responsabilità di tutto, forse il solo che ci può permettere di uscire dall’abisso nero dell’antropocentrismo e dell’egoismo, matrici autentiche dell’inconsapevolezza dell’insopprimibile presenza di noi in ogni descrizione del reale per la quale siamo ogni giorno disposti a emulare Muzio Scevola. Affidarsi ad una o ad un’altra narrazione è fideismo che, a sua volta, è negazione del sé e realizzazione dell’io, quel parassita al quale abbiamo inconsapevolmente devoluto tutta l’energia emotivo-creatrice per i suoi opinabili, superficiali, futili desideri.
Nota
- Humberto Maturana, Francisco Varela, L’albero della conoscenza. Le radici biologiche della conoscenza umana, Sesto San Giovanni (Mi), Mimesis, 2024, p. 77.
