Fenomenologia del progressismo
di Antonio Catalano - 25/03/2026

Fonte: Antonio Catalano
IL BIPOLARISMO DESTRA/SINISTRA È FUNZIONALE AL SISTEMA…
E QUESTA SINISTRA NON HA NIENTE A CHE FARE CON QUELLA STORICA
[MI RIVOLGO A QUEI GIOVANI CHE VOGLIONO SOTTRARSI AL MORTIFERO RICHIAMO DELLA SIRENA CAPITALISTICA, CHE NON SI FA SCORNO DI PRESENTARSI NEI MODI ACCATTIVANTI DELLA TRASGRESSIVITÀ ANTI "BORGHESE”]
Questo post nasce dal confronto con un mio caro amico, molto più giovane di me, il quale mi chiedeva perché io considerassi il ’68 l’anno simbolico dell’inizio della crisi della sinistra storica, crisi arrivata a compimento negli anni ’80… nonostante il ’68 (altra cosa dal ’69 operaio) nell’immaginario collettivo sia considerato la culla di movimenti sedicenti rivoluzionari, che contestavano a volte violentemente il vecchio partito comunista. Ho dovuto tagliare con l’accetta, sono consapevole che ogni questione, qui velocemente accennata, meriterebbe ben più ampia trattazione.
Parto da lontano, da Marx e dal suo Manifesto del partito comunista (1848), in particolare dal ruolo rivoluzionario della borghesia.
«Essa [la borghesia] al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche ha messo uno sfruttamento aperto, privo di scrupoli, diretto, arido […] Ha trasformato il poeta, l’uomo di scienza in salariati da lei dipendenti. Ha stracciato nel rapporto familiare il velo di commovete sentimentalismo riducendolo a un mero rapporto di denaro […] La borghesia non può esistere senza rivoluzionare incessantemente gli strumenti della produzione, quindi i rapporti di produzione, di conseguenza tutto il complesso dei rapporti sociali. Il costante rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di ogni condizione sociale, un’eterna incertezza e un movimento senza fine contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le epoche precedenti. Vengono meno tutti i rapporti sociali e irrigiditi col loro seguito di opinioni e concetti riassettati per tradizione, mentre i nuovi invecchiano ancor prima di essere potuti impiantare. Tutto ciò che era stabilito e rispondente alla situazione sociale svanisce, ogni cosa sacra viene profanata e gli uomini si trovano costretti infine ad osservare senza più illusioni la loro condizione di vita, i loro reciproci rapporti.»
La borghesia è stata la classe sociale che ha accompagnato la nascita, lo sviluppo e l’affermazione del modo di produzione capitalistico. Ma legare il capitalismo alla borghesia è fuorviante, perché a un certo punto la stessa classe borghese diventa freno per il capitale che, come abbiamo visto, è una forza che non ammette ostacoli al suo incessante e furibondo affermarsi, in una corsa pazzesca verso il superamento dei limiti posti dal suo precedente livello di sviluppo, per arrivare alla negazione di qualsiasi limite, al superamento estremo di qualsiasi vincolo che possa determinare stagnazione. Per cui giustamente, con Costanzo Preve, possiamo parlare di una società post borghese, che non significa post-capitalistica.
Consideriamo la nostra Italia. L’Italia dopo la seconda guerra mondiale è ancora una nazione prevalentemente agricola e rurale, ma dagli anni ’50 in poi comincia ad affermarsi una capacità industriale che esplode agli inizi degli anni ’60. A quel punto, dal punto di vista del capitale, si rende necessario lo svecchiamento, i rapporti sociali devono quindi conformarsi a nuovi “valori”, senza dei quali la crescita economica sarebbe zoppa. Bisogna quindi passare dal risparmio all’investimento, la vecchia mentalità che dà importanza al valore d’uso di un bene, e quindi alla sua conservazione, deve cedere il posto all’idea di un bene che non deve essere duraturo ma sempre più velocemente da rimpiazzare (“consumismo”).
Serve quindi un rinnovamento generale della mentalità, si irridono il vecchio e il passato, aumentano atteggiamenti provocatori e trasgressivi, la pubblicità assume un ruolo sempre più determinante nel consumo individuale e la sua proposta è sempre meno relativa al reale valore d’uso del bene proposto e sempre più rivolto alla sfera desiderante. Al festival di Sanremo compaiono i “capelloni” e il pop gradualmente soppianta la tradizione melodica della canzone italiana. I giovani vogliono essere “moderni”, nasce un nuovo segmento di mercato, l’adolescente, il teenager, si frattura il legame tra le generazioni, gli adulti diventano matusalemme, un po’ come oggi boomer, vecchi o giovani che fanno cose da vecchi, incapaci cioè di cogliere il nuovo che avanza. La trasgressione avanza ovunque, nel cinema, nell’arte, nello spettacolo… e nella politica.
I nuovi movimenti politici si fanno carico di rappresentare questa trasformazione, specialmente quelli di sinistra che si definiscono rivoluzionari. Nasce una “Nuova sinistra”, che vede nel Partito comunista italiano (e nella tradizione storica del comunismo) un retaggio del passato, un pachiderma che si oppone al nuovo, per i più “rivoluzionari” esso diventa una forza di freno e di conservazione oltre che di rinnegamento della via rivoluzionaria.
Ma è fondamentale tener presente il contesto internazionale e non dimenticare che il mondo era diviso in due grandi blocchi, Usa e Urss, tra i quali si combatteva la cosiddetta “Guerra fredda”. Entrambi cercavano di rafforzare la propria posizione e la propria area di influenza. L’Urss diventava riferimento per i movimenti anti-coloniali africani, sudamericani e asiatici e teneva stretti rapporti con i partiti comunisti di orientamento moscovita, anche se non c’era più il Comintern. Gli Usa, che avevano invaso l’Europa occidentale con il piano Marshall, attestavano la propria supremazia tecnologica sul campo sovietico con beni di consumo di qualsiasi tipo attraverso i quali affermavano il famoso “american way of life”, il modello americano che propagandavano attraverso il cinema (si pensi alla potenza propagandistica dell’industria hollywoodiana), la musica, la cultura...
A Washington non dormivano la notte per escogitare strategie culturali e politiche finalizzate a depotenziare i partiti comunisti legati a Mosca, serviva una vera e propria rivoluzione “culturale”. Cosa di cui se ne occupò direttamente la principale centrale di intelligenza americana, la CIA, collegata a potenti Fondazioni come la Ford e la Rockefeller.
Si diede quindi importanza mediatica agli ambienti letterari della “beat generation”, la cui espressione fu inventata da un giornalista del New York Times – l’organo portavoce di Wall Street – che diede grande risalto a quel gruppetto di intellettuali vagabondi, trasformandoli in fenomeno mediatico. La beat generation era la rivoluzione da esportare nell’occidente filo-americano, il resto del mondo era ancora “acerbo” per tale operazione culturale… per il momento bastava la coca-cola. E così nel 1960 il sociologo Wright Mills poteva scrivere che ormai non era più la classe operaia a costituire la classe rivoluzionaria bensì l’intellighenzia.
La cultura “beat” fu il brodo di coltura di quel mondo che eleggeva come mito fondativo la trasgressione. Trasgressione come modello di vita: promiscuità sessuale, rifiuto del lavoro, vagabondaggio, droga, misticismo orientale… comportamenti che oggi sono presentati come modelli positivi: la precarietà del lavoro, la stessa mancanza del lavoro, la libertà di droga, l’assenza di radici, la cancellazione del passato, la promiscuità… il woke.
Nel campo politico il movimento che si incaricò di rappresentare questa “rivoluzione culturale” fu la Nuova Sinistra. Negli ambienti statunitensi del “soft power” si capiva bene l’importanza di alimentare una cultura politica che andasse a contrastare da “sinistra” i vecchi e consolidati partiti comunisti, e più che altro andasse a minarli alle fondamenta. Un lavoro lungo e paziente ma che alla fine darà i suoi frutti.
Come scrive Hauke Ritz nel suo recente “Perché l’Occidente odia la Russia”, bisognava sostenere una sinistra non comunista riprendendo e reinterpretando l’identità stessa della sinistra, mettere su una sinistra non comunista che potesse diventare una parte produttiva di una società capitalista. «Bisognava concentrarsi non più sulle principali contraddizioni del capitalismo, vale a dire il conflitto tra capitale e lavoro, tra guerra e pace, tra imperialismo e critica dell’imperialismo stesso, ma si doveva indirizzare l’attenzione della società sulle contraddizioni secondarie del capitalismo, quindi sulle contraddizioni che rappresentano i sintomi di una acuita concorrenza capitalista, ad esempio, la discriminazione razziale, la sottomissione delle donne, lo sfruttamento della natura, così come in generale tradizioni desuete e repressive, tra le quali l’atteggiamento della Chiesa cattolica verso la sessualità e contraddizioni simili. Si doveva in pratica reindirizzare l’attenzione della sinistra dal bene comune ai diritti individuali, con lo scopo di creare una sinistra non comunista e allo stesso tempo liberale che spostasse l’attenzione dai diritti sociali ai diritti civili».
Per questo lavoro di spostamento dell’asse di riferimento dalle “vecchie” alle nuove contraddizioni fu decisivo il ruolo degli intellettuali. Pensiamo, ad esempio, tanto per fare qualche nome, ai “nouveau philosophes” francesi André Gluckasman e Bernard-Henri Lévy che ruppero col marxismo per farsi interpreti di un liberismo “antitotalitario”. Oppure all’italiano Toni Negri, teorico del rifiuto del lavoro, che insieme ad altri teorici marxisti "eterodossi", i cosiddetti operaisti, ribaltò i canoni dell’ortodossia marxista sovietica.
La sinistra storica fu definitivamente sconfitta negli anni ’80, da allora i suoi epigoni sono diventati progressisti, la migliore incarnazione dell’incessante moto capitalistico di superamento di sé. Ecco perché costoro guardano con commozione e perenne nostalgia al “mitico” Sessantotto.
