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Gli artigli dell'aquila

di Enrico Tomaselli - 26/01/2026

Gli artigli dell'aquila

Fonte: Giubbe rosse

Come emerge sia dalla National Security Strategy, che dalla più recente National Defence Strategy, la difesa della residua posizione dominante degli Stati Uniti, ed ancor più il tentativo di invertire il declino, richiedono uno strumento militare capace di rispondere adeguatamente alle sfide di questo secondo quarto di secolo. Sfide che provengono non solo dalla crescita di attori globali in grado di competere con gli USA, o di attori regionali indisponibili al ruolo subalterno, ma anche dalle stesse ambizioni statunitensi, e dal modo in cui immaginano strategicamente di perseguirle.
L’enorme problema con cui devono però principalmente confrontarsi, molto probabilmente insormontabile, è strutturalmente connaturato alla natura del sistema statunitense; ciò che in passato, in una fase di ascesa e dominio imperiale, costituiva un vantaggio – cioè una straordinaria capacità industriale, all’interno di un sistema capitalistico – oggi non esiste più, e non solo appare irrecuperabile, ma si è persino trasformato in uno svantaggio.

Quando gli Stati Uniti intervengono nella seconda guerra mondiale, che rappresenterà il passaggio fondamentale per divenire una potenza globale, l’elemento decisivo, capace di spostare gli equilibri di forza sia nel Pacifico che in Europa, è precisamente la capacità di produzione industriale su larga scala. Al tempo stesso, l’ipertrofia della produzione bellica, alimentata da un conflitto di portata pressoché planetaria, porterà alla creazione di quello che il generale Dwight D. Eisenhower, nel suo discorso di addio alla nazione, a conclusione del suo mandato presidenziale, denuncerà come “complesso militare-industriale”. Un blocco di interessi e di potere, che eserciterà un’influenza decisiva sulla politica statunitense, nei decenni seguenti e sino al giorno d’oggi.
Questo blocco, però, ha subito almeno due decisive modifiche strutturali, tra la seconda metà del novecento ed i primi anni duemila.

La prima, interverrà a seguito della caduta dell’URSS. La scomparsa di una potenza militarmente simmetrica, infatti, così come l’illusione della fine della Storia, determineranno un significativo mutamento strategico: la funzione delle forze armate statunitensi non è più quella di fronteggiare un avversario capace di mettere in campo forze sostanzialmente equivalenti, ma diventano lo strumento per mantenere l’ordine all’interno dell’impero o ai suoi confini, e quindi la struttura viene adeguata alla nuova prospettiva di guerre asimmetriche e limitate.
Sulla scorta dell’esperienza della guerra nel Vietnam, inoltre, si assume la consapevolezza che un esercito di leva – ed un impiego militare che contempli un numero elevato di vittime – presentano un margine di rischio politico troppo elevato. Di conseguenza, il modello militare statunitense – che è poi quello determinante in tutta la NATO – piega verso una composizione ed una concezione operativa differente. Le forze diventano sempre più professionalizzate, sia per disporre di un manpower più motivato, sia perché – parallelamente – le forze armate puntano strategicamente sulla supremazia tecnologica come strumento per l’imposizione della volontà statunitense. Le guerre asimmetriche sono tali non solo perché i paesi nemici sono infinitamente più deboli, sotto ogni profilo, rispetto agli Stati Uniti, ma anche perché questi sono in grado di soverchiarli utilizzando sistemi d’arma infinitamente più avanzati.

Il modello, quindi, sotto il profilo operativo è quello di guerre capaci di conseguire rapidamente gli obiettivi, e di ridurre al minimo le perdite. Sotto il profilo produttivo, invece, passa dalla produzione di massa ad una di portata assai più limitata (non ci sono più guerre ad elevato consumo) ma di elevati standard tecnologici. E questo si inserisce perfettamente nel sistema industriale militare, che è un sistema a capitale privato, e quindi vuole essere altamente remunerativo. Piuttosto che produrre 21.000 carri armati Sherman (1943, picco della produzione), si passa ad un migliaio di Abrams – ma ad un costo di 10 milioni di dollari (e più) l’uno.
Questa doppia conversione consentirà, per un verso, il mantenimento dell’egemonia militare statunitense, e per un altro quello di un grasso margine di profitto per l’industria bellica.
La seconda modifica strutturale avverrà con la globalizzazione. Non solo l’economia occidentale, e statunitense in particolare, farà un salto in avanti verso la finanziarizzazione, ma verrà avviato un tumultuoso processo di delocalizzazione delle produzioni industriali – per quanto riguarda gli USA, verso il Messico e soprattutto verso l’Estremo Oriente.

Questo processo non riguarderà direttamente il comparto industriale militare, la cui produzione – ad alto valore aggiunto – rimarrà all’interno degli Stati Uniti, ma vi afferirà indirettamente, poiché determinerà la scomparsa di un ecosistema industriale circostante, aumentando la dipendenza dalle catene di approvvigionamento, in particolare per alcuni materiali sempre più necessari per le tecnologie hi-tech, di cui gli Stati Uniti dispongono in misura largamente insufficiente.
Ad esito di questi processi, le forze armate statunitensi si trovano oggi in una condizione di dipendenza strutturale da un preciso modello operativo, che è appunto quello delle guerre asimmetriche, iper-tecnologiche, veloci e risolutive. Un modello che, però, confligge in modo stridente con la realtà odierna.
Negli ultimi anni, infatti, si sono verificati almeno due nuovi fattori, che hanno reso ancora più debole questo modello.

Innanzitutto, la guerra in Ucraina e quella in Medio Oriente, entrambe caratterizzate dalla lunga durata e dall’elevato consumo, hanno quasi prosciugato gli arsenali degli Stati Uniti, ed il loro ripristino richiederà anni, se non decenni, proprio perché la capacità industriale non è tarata per alimentare conflitti ad alta intensità. E tutto questo si riflette direttamente sulle scelte politiche delle amministrazioni statunitensi. È abbastanza evidente, ad esempio – per quanto mai sottolineato – che una delle ragioni che hanno spinto la Casa Bianca a cercare una soluzione negoziale al conflitto in Ucraina è stato proprio il crescente divario tra la produzione bellica USA e la velocità di consumo sui campi di battaglia ucraini. Per non parlare della crescente capacità produttiva russa. Così come una delle ragioni per cui Washington ha chiesto un cessate il fuoco separato con il movimento yemenita di Ansarullah, è stato l’esaurimento del munizionamento antimissile per le navi nel mar Rosso.

Oltretutto, questo gap tra capacità (e costi) di produzione, e necessità di utilizzo operativo, raggiunge in taluni casi livelli di una insensatezza assoluta. Se prendiamo ad esempio il sistema di intercettazione antimissile THAAD, considerato il top mondiale nel settore, non solo il costo di una batteria (sei lanciatori, un radar, un’unità di comando) si aggira sotto i due miliardi di dollari, ma ogni singolo missile costa tra 12 e 18 milioni di dollari. Ma il vero problema di questo sistema d’arma è che una singola batteria (ne esistono sei in tutto) prevede una dotazione di 18 missili, ma la produzione arriva a malapena a una trentina di unità annue. Che è come dire che siamo di fronte ad un sistema – come infatti si è visto durante la guerra dei 12 giorni – dai costi stratosferici, ma che praticamente può essere operativo per qualche giorno al massimo, dopodiché ci vorranno almeno altri sei mesi prima che possa essere nuovamente attivo. In pratica, un giocattolo inutile, in un  contesto di guerre ad alta intensità.

Un altro fattore che ha determinato un cambiamento significativo, è stato il rapidissimo sviluppo di innovazioni tecnologiche capaci di modificare il campo di battaglia, in particolare droni e missili ipersonici, settori nei quali il ritardo degli Stati Uniti è tuttora rilevante.
Anche qui, è necessario sintetizzare le ragioni di tutto ciò. Durante la fase della guerra fredda, che ipotizzava un conflitto simmetrico, la dottrina fondamentale degli Stati Uniti è sempre stata, sostanzialmente, quella dell’AirLand Battle: dominio dell’aria, attacchi aerei, e poi masse di corazzati. Quando si apre la stagione delle guerre asimmetriche, il passaggio quasi naturale è stato l’eliminazione della componente terrestre. Le forze armate statunitensi disponevano di una potentissima aviazione, che consente sia di proiettare a distanza la capacità offensiva, sia di sviluppare una grande intensità di fuoco, sia di limitare al massimo le perdite. E infatti questo è tuttora il cardine dell’operatività militare degli Stati Uniti – vedi operazioni Midnight Hammer e Absolute Resolve. La stessa U.S. Navy è in realtà nient’altro che uno strumento di supporto e proiezione della forza aerea, ed infatti tutte le sue 6 flotte fanno perno sulle portaerei.

Ma, per ovvi motivi, cercare di contrastare questa capacità militare statunitense-occidentale, ponendosi sullo stesso piano, era una battaglia persa in partenza. E che solo la Cina, in tempi più recenti, ha potuto parzialmente ingaggiare. La scelta che ha fatto invece l’Iran, ad esempio, è stata un’altra.
Qui, innanzitutto, va detto che contrariamente a quanto si pensa la Repubblica Islamica ha capito da decenni che il vero nemico non è Israele, ma gli Stati Uniti. E che prima o poi arriverà una guerra risolutiva tra Washington e Teheran. Dal punto di vista iraniano, quindi, attrezzarsi per affrontare gli USA significava essenzialmente due cose: sviluppare una capacità di reazione, asimmetrica ma potente, e – quindi – sviluppare una capacità di prolungare il conflitto. La risposta a questa esigenza è stata la produzione di grandi quantità di missili, in particolare ipersonici, e soprattutto di droni.

Dobbiamo ricordare che sono stati proprio gli iraniani a fornire ai russi i primi droni Shahed – che poi sarebbero stati ulteriormente sviluppati domesticamente nei Geran. Benché esistessero già da tempo dei grandi UAV da ricognizione ed attacco, come gli statunitensi MQ-9 Reaper o i turchi Bayraktar, sono stati gli iraniani ad introdurre la novità di droni d’attacco di dimensioni molto più piccole, e dal costo infinitamente minore, prodotti su larga scala. L’apparizione degli Shahed/Geran sul campo di battaglia ucraino, ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione tattico-operativa, tuttora in corso, e che ancora una volta vede gli eserciti occidentali sostanzialmente inseguire quelli avversari, sia sul piano tecnologico che su quello dell’impiego operativo.
La situazione attuale delle forze armate degli Stati Uniti si può quindi riassumere in questi termini.
La dottrina e le capacità operative sono sostanzialmente legate al modello della proiezione di forza, esercitata prevalentemente attraverso la componente aero-navale-missilistica, che punta a conseguire il risultato in tempi brevi, minimizzando le perdite.

L’asset principale su cui puntano rimane quello della supremazia tecnologica, quindi sistemi d’arma sofisticati, costosi ed in quantità limitate. Nella fase attuale, molta attenzione viene riservata all’uso militare dell’AI – su cui gli USA ritengono di avere ancora il predominio, e che alimenta la bolla su cui si regge attualmente il PIL statunitense.
La produzione industriale, nonostante le pressioni esercitate dall’amministrazione Trump, rimane sugli standard attuali, che sono appunto orientati verso quantitativi relativamente limitati, ma ad altissimo valore aggiunto (per il capitale investitore).
Da ciò ne consegue che la capacità di utilizzare lo strumento militare è strategicamente limitata, almeno sotto due profili.

Da un lato, le forze armate statunitensi non sono assolutamente in grado di affrontare un conflitto simmetrico, e nemmeno uno asimmetrico ma prolungato. In generale, non sono in condizioni di sostenere una guerra di logoramento, ad alto consumo di uomini e materiali. Tutto ciò che possono mettere in campo è la summenzionata capacità di proiezione, ma appunto a condizione che possa produrre risultati tangibili, che non esponga a ritorsioni dolorose, e comunque in un numero limitato di episodi nel tempo, poiché – anche in queste condizioni – il consumo di munizionamento è un fattore critico, sempre pericolosamente vicino alla soglia della produzione per il ripristino delle scorte. E questo, ovviamente, significa anche che la vecchia dottrina strategica – in base alla quale gli Stati Uniti dovevano essere in grado di sostenere e vincere contemporaneamente due conflitti in due teatri diversi – è definitivamente archiviata, e persino la gestione di due crisi militari nello stesso arco di tempo presenta margini di rischio.

Di ciò, troviamo ampiamente traccia nelle due Strategy richiamate all’inizio, laddove non solo si parla di “contenimento” più che di contrasto, ma soprattutto si insiste sulla necessità di delegare ai paesi vassalli una parte significativa di quest’onere. Dal che si può facilmente intuire che l’ipotesi di una dissoluzione della NATO semplicemente non rientra negli interessi di Washington, e quindi non ci sarà. Mentre è assai più probabile che i vari paesi membri siano messi in riga, per essere operativamente e politicamente pronti a rispondere alle esigenze strategiche degli Stati Uniti.
Ovviamente, questa è una fotografia dello status quo, che l’amministrazione Trump vorrebbe modificare, proprio perché consapevole che le capacità militari degli avversari continuano a crescere, mentre le proprie stagnano. Sia le pressioni sulle industrie militari, sia il vertiginoso aumento del budget per il Dipartimento della Guerra, non sono che palliativi, a fronte del fatto che una grossa fetta di questo budget viene assorbita da costi ‘morti’ (dall’assistenza ai veterani al mantenimento di una miriade di basi in giro per il mondo), nonché da un aumento dei costi.

Tornare ad una condizione in cui lo strumento militare può essere utilizzato pienamente ed efficacemente, richiede quanto meno un’adeguata capacità industriale alle spalle, quale hanno Russia e Cina. Ed il processo di reindustrializzazione, sempre ammesso che sia possibile, è una faccenda che richiede anni ed anni. Cosa di cui gli Stati Uniti non dispongono in quantità sufficiente.
Per i prossimi cinque-dieci anni, gli Stati Uniti semplicemente non possono che utilizzare le proprie forze armate in modo limitato. Il che, a sua volta, limita la portata degli obiettivi che rientrano nelle capacità risolutive. L’Iran, ad esempio, è un caso critico, borderline, in cui le probabilità di successo (in senso ampio, non solo e non soltanto militare) sono pericolosamente vicine a quelle di una sconfitta – il che, sarebbe insostenibile, sia per l’amministrazione che per gli stessi USA.
La finestra di opportunità, quindi, è ristretta, sia in termini di tempo che in termini di capacità offensiva. Il che ovviamente non toglie che la tentazione di farvi ricorso sia, paradossalmente, tanto più in crescita quanto più si restringono le opzioni possibili. Tutto lascia presumere che vedremo ancora in azione gli artigli dell’aquila americana.