L'Iran disegna l'alternativa al caos imperialista
di Enrico Tomaselli - 15/03/2026

Fonte: Giubbe rosse
Nei giorni scorsi, ho avuto modo di sottolineare come gli Stati Uniti difettino di pensiero strategico, che poi significa incapacità di prevedere i cambiamenti geopolitici determinati da altri attori - grandi o piccoli che siano - e soprattutto scarsa lungimiranza nel pianificare quelli che vorrebbero a loro volta determinare. L'ultimo grande disegno strategico statunitense - immaginato, pianificato, organizzato e poi messo in atto - ovvero il tentativo di colpire la Russia attraverso l'Ucraina, nonostante avesse appunto alle spalle almeno due decenni di preparazione, è andato com'è andato.
Il Medio Oriente è il secondo teatro dove abbiamo visto in campo la fallacia delle strategie statunitensi. L'architettura fondamentale è sempre stata quella riassumibile negli Accordi di Abramo: un patto tra paesi arabi filo-occidentali (e legati a doppio filo agli USA) ed Israele, caratterizzato da una non detta preminenza di quest'ultima. L'ostacolo alla realizzazione di questo disegno era stato identificato nella questione palestinese, e dunque - con pieno mandato statunitense - Tel Aviv si era assunta l'incarico di portare a termine la liquidazione del problema. Quando il 7 ottobre 2023 l'operazione Al Aqsa Flood fa saltare i vecchi piani, si rende necessaria una accelerazione, e parte così la campagna genocidaria contro la popolazione di Gaza. Ancora una volta, con la piena copertura politica e militare degli Stati Uniti e dell'Europa. Ma la Resistenza palestinese - questa volta in senso letterale - manda ancora una volta all'aria i piani: in due anni di guerra feroce Israele non riesce né a sconfiggere le organizzazioni politico-militari palestinesi, né a piegare il popolo di Gaza.
Pur avendo palesemente fallito il compito che avevano assicurato di poter portare a termine, gli israeliani convincono Washington che non solo per risolvere la questione palestinese è necessario prima cancellare la Repubblica Islamica dell'Iran, ma anche che è questo il momento giusto. Il primo tentativo, il giugno scorso, è stato portato avanti solo dallo stato ebraico, anche se sempre con totale copertura statunitense; ma il fallimento ha reso chiaro che Israele da solo non ne sarebbe mai stato capace, e che quindi si rendeva necessario l'intervento diretto degli Stati Uniti.
E siamo all'oggi. Netanyahu continua a blaterare di un ridisegno del Medio Oriente, che verrebbe portato a termine dall'azione israeliana congiuntamente all'alleato statunitense - mai uniti e coesi come adesso. Ma la verità è esattamente l'opposto. E l'Iran che sta ridisegnando il Medio Oriente, e lo sta facendo in modo chiaro e netto, e con grande lungimiranza strategica.
L'obiettivo per il prossimo decennio non è la distruzione di Israele - a meno che nel frattempo non imploda anticipatamente da sé - ma, appunto, una completa ridefinizione dalla mappa geopolitica. Il primo step, già in corso, è l'espulsione della presenza militare americana nella regione. Ma i passaggi successivi cominciano ad essere delineati. La definizione di una architettura di sicurezza regionale, che prescinda totalmente dalla presenza e dall'influenza statunitense, è il secondo. Quando il generale Mohsen Rezaei dice che "la presenza americana nel Golfo Persico è la principale causa dell'insicurezza degli ultimi 50 anni; senza l'uscita degli Stati Uniti dal Golfo Persico e il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dei paesi della regione e dell'Oman, che si trovano su entrambi i lati dello stretto, non è possibile garantire la sicurezza", sta lanciando un messaggio preciso ai paesi del Golfo. Così come la proposta, al momento chiaramente provocatoria, di riaprire il traffico nello stretto di Hormuz al petrolio commerciato in yuan, parla ancora una volta ai medesimi paesi. Ed il messaggio è che Teheran, in quanto alleato strategico di Pechino, può essere il garante della sicurezza del commercio col più grande mercato petrolifero dei prossimi decenni.
Ed è altrettanto interessante come, proprio in questi giorni, alcuni analisti iracheni stiano esplicitamente parlando di una ridefinizione letteralmente delle entità statuali (ponendo tra l'altro fine ad ogni eredità del colonialismo britannico), con il territorio degli Emirati Arabi Uniti che torna all'Oman, l'Arabia Saudita che prende il Qatar, il Kuwait che viene assorbito dall'Iraq ed il Bahrain che torna all'Iran. Una ridefinizione geopolitica che, domani, potrebbe ampliarsi ulteriormente, ad esempio con la riunione di Libano e Siria.
L'Iran, insomma, non solo mostra di sapere molto bene come affrontare la guerra, ma anche di come immaginare la pace. Ha un pensiero strategico, una profondità di proiezione che non ragiona in termini di caos e distruzione ma di stabilità e sviluppo. E che, inserito in un quadro geopolitico più generale, collocandosi sia nella prospettiva euroasiatica che nel modello BRICS+, si prospetta come una alternativa appetibile per l'intera regione. Un processo sicuramente non semplicissimo e non a brevissimo termine, ma che - anche attraverso la scomposizione e ricomposizione dei pezzi del puzzle - può rappresentare la via d'uscita dal loop 'guerra cinetica - sospensione della guerra - guerra cinetica', che è determinato dalla presenza coloniale israeliana, e quindi, in ultima analisi, dell'imperialismo statunitense nel cui contesto Israele è unicamente possibile.

