Medio Oriente, un nuovo Vietnam in versione persiana
di Domenico Quirico - 15/03/2026

Fonte: La Stampa
Sono passate soltanto due settimane, le missioni sui cieli dell’Iran proseguono “vittoriosamente” eppure… Dapprima è soltanto una parolina sussurrata all’orecchio da pochi analisti preoccupati di apparire dei menagramo. Poi, se la guerra continua, inizierà a farsi strada negli articoli, nei talk show, nei saggi degli analisti, fino ad approdare nelle cene e nei bar: per caso gli Stati Uniti non stanno forse perdendo l’ennesima guerra?
In due settimane gli americani stanno scoprendo che qualcosa nella confusa Strafexpedition persiana prende una discutibile piega. Si insinua il dubbio: la Persia dopo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan diventerà la nuova stazione dell’inglorioso “tutti a casa” lasciando dietro di sé irrisolte macerie e odi ancor più motivati e frementi? Il segretario alla guerra, tipo trucido e super kitsch, ha dichiarato, pescando nella specie dei roditori, che «gli Ayatollah terrorizzati si nascondono come topi nelle tane». Dove, con infausta metafora, assicurò che li avrebbe stanati uno dei figli di Gheddafi… La coincidenza preoccupa.
Come la divinità dei teologi la sconfitta è qualcosa di indefinibile: nessuno sa come sia venuta ed è, di colpo, in ogni dove. Tema affascinante. La vittoria è brutale e sensibile, ignora le sfumature, parla per proclami e per ordini ai vinti, sembra correre così veloce da non fermarsi mai: fino a quando si scopre che in molti casi era nata malaticcia, destinata a capovolgersi nel suo contrario. E di questo ci si accorge soltanto nel dopo, in quello che lascia di effimero e di duraturo.
La sconfitta, invece, è un’arte di morire, o meglio di vivere morendo. In qualche caso offre a chi la subisce, gli americani in questo caso, singolari possibilità di legittimazione, lava delle macchie. Questa potrebbe essere una buona occasione ad esempio, per l’America che detesta Trump: un nuovo Vietnam in versione persiana, con gli Ayatollah e i Pasdaran ancora arroccati al potere, sciupio vistoso di miliardi di dollari, le Borse in catalessi, gli alleati nell’area, quelli dalle vaste casseforti petrolifere, furibondi, sarebbe tutta intera colpa sua.
E del suo complice e istigatore Netanyahu. Non dell’America “vera”. Ecco pronta una scorciatoia perché, dopo la malattia Trump, la repubblica imperiale possa continuare nella perpetua adorazione di sé. In fondo è da tempo, dagli anni Sessanta, che gli Stati Uniti sono entrati nella normalità e possono davvero riconoscersi nei grandi imperi del passato, perché hanno scoperto la mortalità, e quindi hanno una Storia.
Sarebbe un azzardo avvicinare la classe dirigente americana che andò a insabbiarsi nelle risaie vietnamite, le teste d’uovo, il circolo di Camelot che consigliava Kennedy, con i trucidi personaggi che fanno corona attorno al caminetto della Casa Bianca dei tempi di Trump. Quelli appartenevano a una generazione sicura che, con la forza dell’intelligenza e della razionalità, ogni problema poteva esser risolto. Si ritenevano il fior fiore di una classe dirigente che aveva finalmente le redini di governo succedendo a uomini fiacchi, stanchi, con una mentalità da camera di commercio, quella degli anni di “Ike” Eisenhower.
Uno di loro, per esempio, era affascinato dall’idea di piazzare un televisore in tutte le capanne di paglia del mondo: secondo lui il tubo catodico avrebbe offerto la possibilità di aprirsi un varco verso il cuore e la mente dei derelitti occupanti di quelle capanne. Restava il problema, irrisolto, della corrente elettrica. Eppure questi inflessibili realisti posero le sciagurate condizioni perché dopo pochi anni gli elicotteri si posassero per il si salvi chi può sul tetto dell’ambasciata di Saigon. I piazzisti della trumpiade professavano ben altra fede: la via migliore è lasciare l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente a putrefarsi con le loro inutili mischie alzando il ponte levatoio dell’«Arricchiamoci!». Ebbene gli “immobiliaristi” hanno commesso lo stesso errore dei derisi “intellettuali” come McNamara, Bundy e Rusk.
Ecco il guaio. Per i virili eroi del lieto fine americano il Terzo mondo è una astrazione, un obiettivo politicamente utile di cui non vogliono saper nulla, terre lontane e primitive dove esportare al massimo i propri problemi interni per non doverli affrontare in casa. È accaduto con i contadini comunisti di zio Ho, poi ai tempi di Rumsfeld e dei neo conservatori con l’Islam e ora è la volta degli Ayatollah di Teheran. Tutte le volte si pensa: «È impossibile che quei primitivi fanatici possano resistere…» e invece il tempo passa e quelli non si arrendono, il tempo e la pazienza lavorano per loro. Vietcong, Taleban e Pasdaran inventano strategie nuove: la pista di Ho Chi Minh, i tunnel, gli ordigni a basso costo, la guerriglia, i droni discount… Tendono ogni mattina micidiali imboscate al distributore di benzina, stringono il nodo sugli stretti fatali (che i lettori di sure coraniche abbiano letto anche Malan? ). Oggi è Hormuz, domani Aden affidato alle cure degli Houthi tenuti di riserva. Sconvolgono le aiuole del paradiso dei petromonarchi che scoprono che l’America non sa difenderli…
È stupefacente che dopo il Vietnam o l’Afghanistan si attinga conforto sempre dall’idea di poter ripiegare sull’arma del bombardamento: dai B-52 ai missili la fede nei suoi magici effetti persiste nonostante i fatti ne dimostrino ogni giorno l’inefficacia. A loro modo i registi delle guerre americane sono dei credenti.
E ogni volta da quelle disavventure democratici e repubblicani, cucciolate di Harward e affaristi di dubbio pedigree, nessuno ha imparato dalla disavventura precedente: suvvia, niente di molto importante niente di molto grave, un vetro rotto da una sassata. E alla fine: molta gente è morta, Paesi interi sono stati distrutti e i comunisti sono sempre ad Hanoi, i Taleban a Kabul. E forse, anche stavolta la famiglia Khamenei a Teheran…

