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Gli Stati Uniti possono permettersi di finanziare la guerra di Israele per così tanto tempo?

di Lorenzo Maria Pacini - 25/03/2026

Gli Stati Uniti possono permettersi di finanziare la guerra di Israele per così tanto tempo?

Fonte: Strategic Culture Foundation

Revisione strategica

Negli ultimi giorni di conflitto tra Iran e la coalizione guidata da Stati Uniti e Israele, molte delle interpretazioni iniziali sono state progressivamente riviste alla luce degli sviluppi sul campo.

L’idea di una campagna rapida e decisiva, spesso evocata nei primi momenti dell’operazione, non si è concretizzata. Sebbene il primo attacco abbia avuto un impatto significativo, in particolare grazie alla sorpresa operativa e all’uso combinato di capacità aeronautiche avanzate, guerra elettronica e intelligence, la struttura militare iraniana non è collassata. Alcuni centri di comando e controllo sono rimasti operativi, e questo ha consentito una risposta relativamente rapida da parte delle forze armate iraniane.

Il territorio iraniano, molto vasto e caratterizzato da una geografia complessa con vaste catene montuose, rende estremamente difficile neutralizzare completamente le infrastrutture militari attraverso attacchi aerei. Inoltre, l’Iran ha sviluppato negli anni un sistema relativamente decentralizzato di comando e distribuzione delle forze, progettato proprio per resistere a un eventuale tentativo di “decapitazione” della leadership militare o politica. Questo tipo di struttura permette alle unità regionali di operare autonomamente secondo piani preparati in anticipo, anche nel caso in cui le comunicazioni con il comando centrale vengano interrotte. In questo contesto, i contrattacchi iraniani con missili balistici e droni contro obiettivi regionali indicano che il paese conserva ancora una parte significativa delle proprie capacità offensive.

Allo stesso tempo, diverse infrastrutture militari e radar nella regione del Golfo Persico sembrano aver subito danni o interruzioni operative, complicando il funzionamento dei sistemi di difesa antimissile e riducendo i tempi di reazione contro eventuali attacchi. Ciò non significa che la superiorità tecnologica degli Stati Uniti e dei loro alleati sia venuta meno; piuttosto dimostra che il conflitto si sta trasformando in una fase più lunga e complessa di quanto previsto da alcuni osservatori nelle prime ore della crisi.

Storicamente, gli Stati Uniti hanno spesso ottenuto vantaggi decisivi nelle fasi iniziali dei conflitti grazie alla loro potenza aerea, alla precisione delle armi a lungo raggio e alle capacità di guerra elettronica e di intelligence, ma il controllo dello spazio aereo da solo raramente determina l’esito finale di una guerra, soprattutto contro un Paese con un territorio esteso e con una struttura militare distribuita e… con la determinazione di difendersi a qualunque costo. Proprio per questo motivo diversi analisti ritengono che l’obiettivo strategico possa evolvere verso operazioni mirate contro infrastrutture economiche o energetiche fondamentali, piuttosto che verso una classica invasione terrestre su larga scala, che richiederebbe risorse enormi e comporterebbe rischi politici e militari molto elevati.

Parallelamente si osserva un rafforzamento della presenza militare statunitense nella regione, con il possibile dispiegamento di ulteriori sistemi di difesa antimissile e il trasferimento di unità militari per valutare scenari operativi futuri. Questa fase di relativa pausa nelle operazioni più intense potrebbe essere legata alla necessità di valutare i danni subiti da entrambe le parti, raccogliere nuove informazioni di intelligence e riorganizzare le forze.

In ogni caso, la crisi ha già avuto effetti significativi sui mercati energetici globali, dimostrando quanto la stabilità del Golfo Persico sia cruciale per l’economia internazionale: l’aumento dei prezzi del petrolio e le tensioni nel traffico marittimo mostrano come anche operazioni militari limitate possano avere ripercussioni economiche globali; l’attenzione di molti osservatori si concentra su alcune infrastrutture energetiche chiave che rappresentano nodi fondamentali per l’export di petrolio iraniano e per la stabilità commerciale della regione.

Possiamo già con certezza dire che l’impatto di questo blocco ha impresso un cambiamento nel mercato globale, che non tornerà più come prima. È un turn-over storico. Si apre un nuovo capitolo dei commerci globali, dell’influenza del petroldollaro, della geografia politica delle petrol-monarchie nella regione. È verosimile che nel giro di pochi anni tutta quell’area avrà un aspetto diverso.

Gli USA di Donald Trump avevano promesso di ritirarsi, ma questa bugia – l’ennesima bugia americana – sta costando cara al mondo intero, come d’altronde è logico che avvenga quando una potenza imperialistica è costretta a modificare le proprie zone di influenza. Gli USA sanno benissimo che, senza il Golfo, il dollaro dovrà cambiare aspetto. E forse è proprio quello che stanno cercando di fare, ma non senza vittime. Se il dollaro crolla, allora crolleranno anche le impalcature politiche che sono ad esso collegate.

Prova tattica

Uno dei punti strategici più importanti in questo scenario è l’Isola di Kharg, un piccolo territorio situato nel Golfo Persico che svolge un ruolo centrale nel sistema energetico iraniano e nel commercio petrolifero regionale.

L’isola si trova al largo della costa sud-occidentale dell’Iran, nella provincia di Bushehr, e dista circa 25 chilometri dalla terraferma. Nonostante le dimensioni relativamente ridotte, Kharg rappresenta uno dei terminal petroliferi più importanti del Medio Oriente. La sua importanza deriva dal fatto che la maggior parte del petrolio esportato dall’Iran viene convogliato proprio verso le infrastrutture presenti sull’isola prima di essere caricato sulle petroliere dirette ai mercati internazionali. Nel corso dei decenni, Kharg è stata trasformata in una piattaforma energetica altamente specializzata, dotata di grandi impianti di stoccaggio, infrastrutture portuali progettate per accogliere superpetroliere di grandi dimensioni e collegamenti con i principali giacimenti petroliferi iraniani attraverso una rete di oleodotti. Questa concentrazione di infrastrutture fa sì che l’isola svolga una funzione di snodo fondamentale per l’economia iraniana: una quota molto elevata delle esportazioni petrolifere del paese passa infatti da qui.

Dal punto di vista logistico, Kharg possiede moli di attracco progettati per navi di grande tonnellaggio, oltre a vasti serbatoi di stoccaggio che consentono di accumulare il petrolio prima del carico sulle navi cisterna. L’isola è collegata ai principali giacimenti petroliferi del sud-ovest dell’Iran, in particolare a quelli situati nella provincia di Khuzestan, che rappresenta una delle regioni più ricche di idrocarburi del paese. Il funzionamento di questo sistema permette all’Iran di mantenere un flusso relativamente stabile di esportazioni verso i mercati asiatici ed europei, contribuendo in modo significativo alle entrate economiche nazionali.

Proprio per questo motivo Kharg è stata storicamente considerata un obiettivo strategico in diversi conflitti regionali. Durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta, ad esempio, l’isola fu più volte attaccata nel tentativo di interrompere le esportazioni petrolifere iraniane e colpire l’economia del paese. Nonostante i danni subiti in quel periodo, le infrastrutture furono progressivamente ricostruite e potenziate, rendendo il terminal ancora più efficiente.

Oggi l’isola rappresenta non solo un punto cruciale per l’economia iraniana, ma anche un elemento di equilibrio per l’intero sistema energetico del Golfo Persico. Qualsiasi interruzione significativa delle attività di Kharg potrebbe infatti avere conseguenze immediate sul mercato globale del petrolio, riducendo l’offerta disponibile e causando forti oscillazioni dei prezzi. Inoltre, la posizione geografica dell’isola, relativamente vicina allo Stretto di Hormuz, la colloca in una zona estremamente sensibile per il traffico marittimo internazionale. Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per il trasporto di petrolio, e gran parte delle esportazioni energetiche provenienti dai paesi del Golfo attraversa questo corridoio. Di conseguenza, qualsiasi minaccia alla sicurezza delle infrastrutture energetiche della regione, compresa l’Isola di Kharg, può generare effetti a catena sull’intero sistema commerciale globale.

Per questo motivo l’isola è protetta da sistemi di difesa costiera, infrastrutture militari e una presenza navale significativa, che hanno lo scopo di scoraggiare eventuali attacchi e garantire la continuità delle operazioni di esportazione.

L’attacco all’isola rappresenta una variazione nel progetto di guerra di USrael, di cui cerchiamo di spiegare il senso. Per prima cosa, l’isola hub è collocata ad una distanza prossimale sufficiente per tentare di amministrare una parte di Golfo e per posizionare unità operative che compiano operazioni di sabotaggio. È poco credibile il posizionamento di sistemi missilistici, essendo a tiro dei sistemi iraniani, e quindi non conveniente. La presa dell’isola potrebbe aiutare il transito di alcune navi commerciali, spodestando almeno in parte gli iraniani dal controllo completo dello Stretto di Hormuz. Ciò permetterebbe anche la facilitazione degli spostamenti dei mezzi da guerra di altri Stati in via di coinvolgimento. Se effettivamente la Coalizione Epstein ha intenzione di prendere Kharg per usarla come spina nel fianco all’Iran, allora ciò significa che la leadership militare ha finalmente compreso che la guerra-lampo è del tutto fallita e che la resistenza iraniana è pronta ad una guerra sul lungo periodo, anche di logoramento se necessario.

La domanda è: gli USA potranno permettersi di pagare la guerra di Israele così a lungo?