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Groenlandia, la rivelazione definitiva del divorzio transatlantico

di Balbino Katz - 15/01/2026

Groenlandia, la rivelazione definitiva del divorzio transatlantico

Fonte: GRECE Italia

La questione della Groenlandia, tornata improvvisamente alla ribalta in seguito alle ripetute dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti, non è né un aneddoto diplomatico né un capriccio personale. Costituisce un indicatore quasi cristallino dell’ormai palese divergenza strutturale tra gli interessi strategici americani ed europei. La Groenlandia non è solo un’isola; è un banco di prova.

 Un rinnovato vecchio interesse americano

Storicamente, l’interesse americano per questo territorio non sorprende. Ex colonia danese dal 1721, la Groenlandia entrò a far parte dell’attenzione strategica di Washington molto presto, dopo l’acquisto dell’Alaska nel 1867. Già durante la Seconda Guerra Mondiale, un accordo di difesa firmato nel 1941 consentì agli Stati Uniti di stabilirvi basi militari, preludio all’insediamento permanente di Thule, oggi sede dello spazioporto di Pituffik, componente chiave del sistema di allerta precoce americano. Per molti aspetti, la Groenlandia è già di fatto integrata nell’architettura di sicurezza nordamericana.

Ciò che cambia oggi, quindi, non è la natura dell’interesse americano, ma il suo modo di esprimersi. Per la prima volta, questo interesse viene formulato pubblicamente, verbalmente e senza inibizioni, in una logica che, seguendo Carl Schmitt, potrebbe essere descritta come decisionista, in cui il potere assume il suo primato sui costrutti giuridici. Il diritto internazionale viene invocato dai deboli e ignorato dai forti, come già sottolineava Raymond Aron in “Pace e guerra tra le nazioni”, un’osservazione che rimane di straordinaria attualità ancora oggi.

 La paralisi europea

La reazione europea, da parte sua, rivela una forma di paralisi strategica. Proclami di solidarietà con la Danimarca, rituali richiami al rispetto della sovranità e dell’autodeterminazione, mascherano malamente una realtà più dura: l’Europa non ha né i mezzi militari, né, soprattutto, la volontà politica di affrontare frontalmente il suo alleato americano in un territorio che considera, in verità, periferico. La Groenlandia non è né la valle del Reno né il Mar Nero. Non tocca alcuna arteria vitale del continente.

Ed è proprio qui che la situazione si fa interessante. Già negli anni Novanta, Mary Kaldor aveva previsto l’esaurimento dell’Alleanza Atlantica, non a causa di uno scontro ideologico, ma attraverso una graduale divergenza di interessi strategici. In “New and Old Wars”, descrisse l’emergere di un mondo in cui le coalizioni ereditate dalla Guerra Fredda avrebbero perso la loro coerenza funzionale. La questione della Groenlandia illustra perfettamente questa diagnosi. Gli Stati Uniti ragionano in termini emisferici e continentali, mentre l’Europa rimane intrappolata in una logica normativa e procedurale.

 L’avvertimento della “Nuova Destra”

Questa consapevolezza non nasce dal nulla. Già negli anni Settanta, la “Nuova Destra” francese e quella italiana avevano formulato, con notevole precocità, una critica strutturata dell’atlantismo come forma di alienazione strategica e mentale. Intorno al G.R.E.C.E., l’opera di Alain de Benoist ha evidenziato la natura fondamentalmente asimmetrica delle relazioni transatlantiche, descrivendo l’Europa non come un alleato degli Stati Uniti, ma come una periferia subordinata del suo impero informale. In diversi saggi, in particolare sull’americanizzazione del mondo e la dissoluzione delle sovranità, de Benoist ha sottolineato che l’ideologia universalista americana, sotto le spoglie dei valori, serviva principalmente interessi geopolitici concreti. Guillaume Faye, in una prospettiva più lungimirante, si spinse ancora oltre, invocando una rottura netta con l’ordine atlantico e la creazione di un blocco continentale europeo in grado di gestire i conflitti del mondo post-Guerra Fredda. Per decenni, la rivista Éléments ha diffuso questo quadro analitico, spesso marginalizzato, così come Diorama Letterario in Italia, ma la cui rilevanza appare oggi con quasi assoluta chiarezza. La crisi della Groenlandia giustifica quindi, a posteriori, queste analisi, a lungo liquidate come eccessive, sebbene scaturissero da un rigoroso realismo politico.

Anche diversi autori francesi e italiani avevano previsto questa disintegrazione. Il generale Charles de Gaulle parlò di una difesa totale, fondata sull’indipendenza nazionale, non per antiamericanismo, ma per consapevolezza storica. Aron, ancora una volta, sottolineò che le alleanze non sono mai morali, ma sempre circostanziali. Più di recente, politologi come Zaki Laïdi hanno mostrato come l’Europa abbia sostituito la volontà di potenza, confondendo le regole con la realtà.

 Verso una chiarificazione geopolitica a lungo rimandata?

In questo contesto, una potenziale acquisizione americana della Groenlandia, diretta o indiretta, costituirebbe più uno shock psicologico che un disastro strategico. La Spagna del 1898, umiliata dalla perdita di Cuba e delle Filippine, visse paradossalmente una rinascita intellettuale con la Generazione del ’98. Un disastro marginale aveva costretto a una salutare introspezione. L’Europa potrebbe sperimentare un simile sconvolgimento.

Il legame transatlantico era giustificato dall’esistenza dell’Unione Sovietica e dalla minaccia di una conquista continentale. Questa situazione è scomparsa. La Russia odierna, nonostante gli eccessi retorici occidentali, rimane una potenza regionale, impegnata in un conflitto costoso che ne limita permanentemente le capacità. L’Europa, d’altro canto, possiede una potenza economica, industriale e demografica sufficiente a garantire la propria sicurezza, se fosse disposta ad accettarne le conseguenze politiche.

Il raggio d’azione è ristretto, ma esiste. La Groenlandia, in virtù della sua marginalità strategica per l’Europa e della sua importanza simbolica per gli Stati Uniti, potrebbe diventare il punto di partenza per un chiarimento a lungo rimandato. Un’alleanza che può sopravvivere solo al prezzo della negazione e dell’umiliazione silenziosa non è più un’alleanza, è una dipendenza.

La storia insegna che i cambiamenti necessari raramente sono facili da accettare. Spesso sono causati da shock che non siamo stati in grado, o non abbiamo voluto, impedire. La Groenlandia, isola di ghiaccio ai confini del mondo, potrebbe essere lo specchio in cui l’Europa sarebbe finalmente costretta a guardarsi senza veli.

 

Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.

 Balbino Kattz, “Groenland, l’ultime révélateur du divorce transatlantique”, https://www.polemia.com/, 6 gennaio 2026.