Il bambino vuol farla finita ma la vita è solo agli inizi
di Marcello Veneziani - 01/11/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Provate a mettervi nei panni, nella mente e nel cuore di una giovane mamma che un giorno trova nella federa del cuscino di suo figlio, alunno delle elementari, una lettera d’addio ai genitori in cui annuncia di togliersi la vita perché non ce la fa più a vivere. È sano, non ha problemi familiari o particolari ma è bullizzato dai compagni di scuola perché appare difforme: modi troppo gentili, ubbidiente, educato. Viene perciò deriso come un ruffiano o un damerino, aggredito, umiliato, isolato. Così decide di farla finita quando non ha ancora incominciato a vivere.
L’anno scolastico è ormai iniziato, è troppo tardi per cambiare scuola, la madre chiede aiuto ad amici. Alla fine riescono a farlo trasferire in un’altra scuola elementare, in un quartiere migliore, non disagiato.
Le maestre della scuola piangono nel vedere il bambino andar via dalla loro classe, anche se è un po’ il pianto del coccodrillo: cos’hanno fatto per impedirlo, si sono accorti del dramma che viveva il bambino? La cosa peggiore l’hanno detta i genitori dei bulli: lui se ne andrà a un’altra scuola ma i loro figli troveranno un altro bambino da prendere di mira. Fatalismo e inerzia, non si sono messi nei panni del bambino bullizzato e della sua mamma, non si sono chiesti come hanno tirato su i loro figli (educato sarebbe troppo) e non pensano minimamente di dare una lezione ai loro figli. Che vuoi, sono bambini, sono fatti così, la società è quella, che vuoi farci? Tutto questo è accaduto in un paese del sud, ma sarebbe potuto accadere ovunque. E manca la motivazione per cui questi piccoli fatti, in ogni senso, diventano notizie sui giornali e telegiornali: se il bambino o la bambina è bullizzato perché manifesta pulsioni omosessuali o disforie di genere.
Non sono rari i bambini depressi o disperati che pensano a gesti estremi. Sono rimasto scosso a leggere un dato che Susanna Tamaro ha riferito nel suo ultimo libro dedicato all’educazione, Dopo il diluvio, ed. Solferino. Riferisce i dati del Bambin Gesù che solo nel 2023 ha registrato “il 70% di ospedalizzazioni dovute a tentato suicidio o ideazione suicidaria e atti di autolesionismo compiuti da bambini fin dalla più tenera età”. Una volta c’erano genitori di polso, dice la Tamaro, ma anche insegnanti di polso, e non c’erano le serie televisive e i videogiochi che esibiscono i bulli e la volontà di potenza allo stadio infantile.
Ma che sta succedendo? Torno alla mia infanzia come termine di paragone e noto che qualcosa del genere già succedeva allora verso chi era diverso (ciccione, nano, brutto, con gli occhiali, con handicap) ma l’esclusione e la reazione non arrivavano a livelli così drammatici: c’era il bambino preso più in giro e c’erano i prepotenti, o come si dice da noi i “vastasi”; c’erano pure i branchi, dove diventano cattivi anche coloro che non lo sono, per emulare gli altri e integrarsi. Ma c’era sopportazione e pazienza, c’erano bisogni elementari e più urgenti, e poi c’erano i fratelli più grandi, o i cugini, a intervenire… Era più solida la rete parentale, più solida la scuola e c’era le possibilità di compensare, si viveva in una dimensione comunitaria che non ti faceva sentire isolato, c’era più vita reale e meno vita artificiale, da schermo o da social, che acuisce questi problemi.
Ma ora sono più fragili, e non solo i bambini. Una volta dicevi fragile e pensavi al vetro o alla dicitura sui cartoni che contenevano roba frangibile. Fragili erano le cose, non le persone. Si diceva tra bambini che quello era debole perché si misurava tutto col metro primitivo della forza, o era ruffiano se tradiva gli amici e andava a spifferare tutto alla maestra o ai genitori. Ma fragile no. Siamo entrati nell’epoca dei bambini di vetro, e poi dei ragazzi di vetro, anche dei grandi. Il vetro è fragile, va in mille pezzi taglienti; il vetro indica la separazione dal mondo da una lastra invisibile ma invalicabile, che genera distanza, solitudine. Di vetro è pure il display del telefonino o lo schermo della tv e del pc in cui spiamo il mondo remoto e ci perdiamo il mondo vicino, navighiamo nella lontananza e non viviamo la prossimità. Infine un vetro è lo specchio, come diventa talvolta lo stesso telefonino coi selfie e i post, dove siamo istigati al narcisismo di massa sin da piccoli. Oggi la fragilità è la condizione dell’infanzia, della giovinezza, dei rapporti di coppia, dei generi; più fragili i maschi che le femmine. La fragilità indica sensibilità, tenerezza e vulnerabilità ma diventa alibi e passepartout per spiegare e giustificare tutto. La cosa peggiore è che non cerchiamo rimedi, risposte o soluzioni. Ci sarebbe da educare e temprare, punire e premiare, creare coesione di gruppo, senso di appartenenza, incentivare amicizie e generosità, prospettare alternative. Intanto ti accorgi che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere e di pensare. Ci vorrebbe la forza, la volontà e la capacità di una svolta e non solo a livello individuale.


