Il gobbo
di Lorenzo Merlo - 30/11/2025

Fonte: Lorenzo Merlo
Come dal gobbo, il suggeritore rammenta all’attore le battute del suo personaggio, in funzione dell’inconsapevole concezione che abbiamo del mondo, come nel caso di un’emozione, esprimiamo ciò che ci impone. Tale concezione emerge, silente a noi stessi, dalle descrizioni che ne facciamo sia quando lo riscontriamo nella realtà – o così ci sembra – sia quando entra in conflitto con le descrizioni altrui. Un conflitto che può lasciarci perplessi o sconvolti, comunque disarmati. Scatta allora irrefrenabile il giudizio. Un atto che ci pare dovuto e che è rivelatore di noi stessi e che quando ne siamo identificati ci separa dalla realtà osservata, ovvero ci impedisce di vedere che essa appare così proprio a causa nostra o del nostro giudizio. L’epilogo del giudizio è tanto necessario al mantenimento dell’identità e del suo equilibrio, ovvero alla sua ignoranza, quanto perciò dell’impedimento alla conoscenza, che avviene invece nell’apertura o nell’amore, ovvero nella rinuncia a privilegiare il nostro interesse personale. Cioè alla sola via per rivelare a noi stessi la concezione del mondo che ci guidava e che, alla quale, devolvevamo tutta la nostra energia. Si tratta di un processo di emancipazione da noi stessi, dalle ideologie di forma varia, dalla cultura che culmina con la bellezza, ovvero nella via della serenità.
Tenendo conto che nessuno – se non profondamente alterato – è costantemente un tipo puro, ecco alcune livree che si trovano nei guardaroba di tutti. Come uno smoking richiede l’occasione adatta per venire indossato, così ognuna di queste, nella giusta circostanza, è pronta a in-vestirci.
Il prepotente
La concezione del mondo del prepotente non contempla l’altro come persona di pari dignità a quella che pretende per se stesso.
Nelle relazioni non esita a prevaricare, ma non ne sente né la responsabilità né l’arbitrarietà, tantomeno il senso di colpa. Per il prepotente il modo del suo muoversi nel mondo è semplicemente il modo migliore. Un po’ come il capitalismo e la sua democrazia che ci fanno vivere nel miglior mondo possibile.
L’esploratore
La concezione del mondo dell’esploratore è fenomenologica, ovvero consapevole che ogni giudizio, meglio, ogni identificazione di sé con il proprio giudizio, cela inconvenienti che è opportuno non permettersi, egli sa di essere solo, di non poter contare su nessun altro che se stesso.
In sede del giudizio, ovvero di una sprezzante autostima fondata su quanto crede di essere, l’esploratore dispone delle consapevolezze necessarie a mantenere alto l’ascolto. Un criterio che, se proposto al prepotente, questi se ne ride e ti considera debole e, se alla vittima, questa risponde che ascolta molto il disinteresse altri per il proprio malessere.
L’imprenditore
Nella concezione del mondo dell’imprenditore si trova tanto l’autostima, quanto l’ascolto, come nell’esploratore. Di fatto ne è un tipo, ma con l’aggiunta del calcolo pianificatorio. La sua creatività è positivista, non compie scelte avventate. Se la forma esistenziale dell’imprenditore è spesso congiunta a quella del prepotente, di fatto si tratta di due tipi puri ben distinti. A volte, infatti, l’imprenditore ha la sensibilità per riconoscere che la propria sorte non è merito suo.
Il navigatore
Come per la concezione dell’esploratore, quella dell navigatore ha bisogno di non farsi coinvolgere dalla mondanità. Egli non sa che farsene delle moine che essa richiede, quali strumenti per attraversare porte delle consuetudini di genere. Il navigatore avverte gli impulsi del senso della vita tanto nella bonaccia, quanto nella burrasca, due estremi solitamente temuti ed esclusi dai rituali del quotidiano irregimentato che, per il navigatore, corrisponde alla morte del senso della vita.
La vittima
La concezione del mondo vittimistica prevede di trovare fuori da sé le ragioni della propria sofferenza, malessere, malattia.
La psicologia della vittima non ha le doti per riconoscere in se stessa l’origine e la responsabilità della propria condizione. Se così non facesse, le si aprirebbero canali di conoscenza utili alla sopportazione, alla pazienza, alla guarigione, all’impedimento o contrasto all’insorgenza di malesseri, contrarietà, malattie. Le si spalancherebbe una dimensione creativa, prima dedicata a mantenere lo status quo di vittima.
L’eroe
La concezione del mondo dell’eroe non apparteneva neppure al Che. Essa è letteraria e fumettistica. Nella realtà, l’eroe non sa di esserlo. L’eroe non c’è. C’è invece la circostanza che fa di noi eroi. Può essere lunga una vita o un istante. In ambo i casi gettarsi nelle fiamme o equipollente, in aiuto a qualcuno, prendere le distanze dall’asservimento alle convenzioni, non comporta una scelta verso l’eroismo, ma un’emozione che ne imponga l’esecuzione. L’eroe non pensa prima di agire, rispetta il motto che sente e che si sente obbligato a realizzare. Non c’è dunque una concezione del mondo dell’eroe, se non quella raccontata e confezionata da agiografi e biografi. C’è, invece, nel comportamento eroico, un sentire che travalica ogni struttura culturale e che, per questo, non può che fare riferimento al Tutto, all’Uno, a Dio.
Il giocatore
Il giocatore, come il navigatore, non è comprimibile nella normalità. I loro moventi e le loro linee di condotta sono diametralmente opposte. Lo scopo e costante ed esclusivo progetto del giocatore è fare denaro a buon prezzo. Ma, diversamente dal normale, il suo criterio non è nella continuità e nella fatica – che pure è obbligato a praticare – bensì nella speranza.
Se si tratta di un giocatore d’alto bordo, l’elusione del lavorare è per lui implicita e altrettanto sostanziale al vincere. Ma non è la figura che ci interessa qui. Essa è coinvolta in dinaniche relazionali che avvengono soltanto molto annacquate tra le persone comuni.
Se invece parliamo dell’uomo comune, la sua concezione del giocare ha l’aspetto della speranza nella fortuna. La latente dipendenza dal gioco, che sorvola come un drone di Damocle le vite dei piccoli giocatori, ha un po’ il sapore dell’effetto collaterale del consumismo, ovvero dell’avere per essere.
Il dipendente
La concezione del mondo del dipendente potrebbe stare nel brocardo, tutt’altro che banale, la storia è la sola verità. Ovvero che non v’è alcuna possibilità di evolvere e modificare la condizione di pena esistenziale dell’uomo. Tra tutte le concezioni, quella del dipendente è una tra le più diffuse anzi, la sua unità di misura è la moltitudine.
Forse in modo più eclatante di altri caratteri, l’assuefatto a sostanze eccitanti e calmanti, dimostra quanto è vero che devolviamo tutta l’energia a disposizione al tiranno egoico che ci domina. Nonostante sia perciò un capro espiatorio sociale, che ci permette di credere sacrosanto il giudizio negativo che gli elargiamo in coro, così facendo ci impediamo di riconoscere che i medesimi tentacoli della sua dipendenza sono avvolti anche intorno a noi, sebbene in merito ad aspetti moralmente non abbietti, ma parimenti capaci di trattenerci tanto nel ruolo che crediamo infatti essere noi, quindi nei desideri ad esso connessi, quanto perciò nell’infelicità. Il cibo, il bere, il fumo, l’allenamento fisico, i raduni per le ricorrenze, gli acquisti, le vacanze, il giudicare, il riconoscimento, eccetera non rappresentano affatto pensieri e azioni esonerate dal principio della dipendenza, sostenza di ogni abitudine e routine. Qualunque evento infatti che ce ne allontana, spezza il filo rosso della continuità biografica, lasciandoci in una disorientata pena.
L’avido
Come il borseggiatore osserva in attesa del momento per agire, così l’avido è costantemente attento a come predare qualcosa dalle situazioni in cui si trova. La sua concezione del mondo è simile a quella del tirchio: il mondo è lì per essere sfruttato e da esso non si deve essere sfruttati.
Moralmente parlando, l’avido è un ladro, fisiologicamente un insaziabile, psicologicamente un egoista. La sua necessità è così elevata che non avverte alcuna empatia con il prossimo che ne subisce l’azione. La sua autostima è direttamente proporzionale alla somma delle sue razzie.
Il saggio
La concezione del mondo del saggio corrisponde ad uno scrigno di rebus da decodificare, al fine di una conoscenza che gli permette di riconoscere le dinamiche energetiche che muovono gli uomini e la realtà.
Il saggio dispone di una realtà in cui osserva che la conoscenza avviene a mezzo della consapevolezza ovvero, che i saperi tecnici e filosofici non sono che intrattenimenti storici, quindi superficiali, radicalmente caduchi, mutevoli, autoreferenziali e non necessari alla scoperta dell’universale, dell’eternità e dell’infinito. Per il saggio la realtà è maschera e metafora. Diversamente dagli appassionati delle forme, esauriti nella ricerca delle differenze sempre innumerevoli e sempre egoiche, il saggio, ricreatore del principio così in basso come in alto, riconosce le identicità dello spirito che le anima.
Lo scientista
Lo scientista appartiene a un popolo spropositatamente enorme, la cui religione è la scienza. La sua concezione ha natura dogmatica. Al pari di ogni fideista, ideologico o spirituale, lo scientista è molto vicino ad essere un bigotto fondamentalista. Egli sostiene che se non è “scientificamente provato”, non è vero. Quando sente tale formula si scioglie nella sua stessa libidine che lo acceca oppure lo arma.
Crede che la realtà possa essere conosciuta staccandone un pezzo alla volta. Pensa che il suo microscopio riveli la vera struttura che tutto compone. È certo che non vi sia altro modo di stare al mondo seriamente. Non sa che la matematica non è che un linguaggio. E neppure che è l’asservimento alla logica – indiscusso criterio d’indagine – l’origine dei suoi grattacapi. Dunque non sa neppure che il percorso di conoscenza compiuto dalla scienza stia avvenendo diverse migliaia di anni dopo a quelli delle tradizioni sapienziali di tutto il mondo. Non sa neppure che solo ora, con la fisica quantistica, anche la scienza sta riconoscendo che la via analitica che aveva sempre seguito, manteneva il suo sapere nel vicolo cieco della supponenza e dell’ignoranza.
Il mentitore
Ce n’è di due generi. Quello strategico e quello seriale. Il primo, qui poco interessante, impiega la bugia e i suoi derivati al fine di un proprio tornaconto. In realtà è la medesima linea che segue anche il seriale, ma, differenza dello strategico, questo non dispone della forza morale per non subire conseguenze psicologiche quando viene scoperto.
La concezione del mondo del mentitore corrisponde alla prova e alla dimostrazione cioè, buggera e pensa di buggerare il prossimo – e spesso anche se stesso – nella misura in cui la sua parola, senza prova e dimostrazione, non può essere contraddetta.
In pratica, il seriale impiega la bugia nel suo ordinario discorso. Lo fa per mostrare ciò che non è, per vantare ciò che non ha. Più sostanzialmente per nascondere se stesso o per inettitudine ad accettare le conseguenza delle proprie scelte.
Se lo strategico, quando scoperto, può essere onesto e riconoscere di aver mentito, il seriale non può farlo. Egli è portato a negare a oltranza e, se messo alle corde, crolla nel pianto della sua stessa mortificazione.
L’altruista
La concezione del mondo di colui che si autodefinisce altruista è sostanzialmente ideologica, quindi il segno di un’appartenenza a una dimensione morale identificata come buona e giusta. Diverso è l’altruista quale titolo che noi riconosciamo al prossimo. Se il primo ha come movente certi precetti, porta del bene al prossimo attendendo e avvertendo il piacere vanesio d’essere ben giudicato. Il secondo porta del bene al prossimo sentendo il bene e il giusto, quindi riconoscendo la propria identità in ciò che fa, senza attendersi alcunché da coloro che ne sono a conoscenza.
L’esteta
Diversamente dall’etico, che percorre la vita su binari predisposti, l’esteta utilizza il radar interiore. L’etico genera le villette a schiera, l’estetico le aborrisce. L’etico adora le regole, l’estetico sente l’energia. Uno vanta nome, titolo, ruolo e carriera, l’altro sogni, poesie e paesaggi. Uno si sposa per interesse, l’altro per amore. Uno lavora per guadagnare, l’altro per realizzare bellezza. Uno porta il cane ad addestrare, l’altro trova ridicola una scelta del genere. L’esteta ritarda all’appuntamento rapito da una poesia. La sua concezione del mondo ha natura contemplativa. Tecnica quella dell’etico.
Il normale
Il normale esiste solo per insiemi. Per chiunque, infatti, non c’è modo di eludere tutti gli accorpamenti di tipi, il cui formarsi, modificarsi, sciogliersi e crearsi è di natura magico-emozionale-quantistica. Siamo e variamo in relazione a qualcosa, pensiero o atto che sia. Nella opportuna circostanza anche il rivoluzionario adotta espressioni reazionarie. Al momento giusto siamo quindi tutti normali, così come ogni normale può assumere le vesti dell’indipendente.
Anche l’apparente normale di professione – a causa della continuità qualunquista sul più ampio spettro di contesti umani – dispone di un suo universo esclusivo.
Un tipo dei normali di facile reperimento riguarda l’insieme di popolo che, al cospetto del vomito di pubblicità radio, tv, web, strade, app e al cospetto di politiche deliranti non si sente offeso né leso. “Così van le cose”, gli suggerisce il gobbo. E lui ripete. È nella sua normale concezione del mondo.

