Il patriarcato alla prova della guerra moderna
di Orazio Di Mauro - 12/04/2026

Fonte: L'interferenza
Nel dibattito pubblico contemporaneo, tanto intellettuale quanto politico, nelle società occidentali l’accusa di vivere ancora all’interno di un “patriarcato” è diventata estremamente frequente. Secondo una certa vulgata femminista, il patriarcato sarebbe la struttura nascosta che determina ogni dinamica sociale, culturale e perfino psicologica. L’etichetta viene applicata con grande facilità, spesso con leggerezza, in discussioni pubbliche e private, come se il suo significato fosse ovvio e universalmente condiviso.
Eppure, proprio questa inflazione del termine rivela un problema: non è affatto chiaro che cosa si intenda davvero per “patriarcato”. Si tratta forse del potere assoluto dell’uomo? Della sua preminenza nel matrimonio, nella famiglia o nella società? Se così fosse, l’accusa non reggerebbe, almeno nel contesto italiano (e occidentale nel suo complesso ma non solo), dove l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne è pienamente riconosciuta. Definire “patriarcale” una società che, sul piano della legge, garantisce pari diritti significa confondere consuetudini, percezioni o casi patologici con strutture normative reali.
Il discorso diventa ancora più problematico quando si associa automaticamente il tema del femminicidio al patriarcato. In molti casi, ciò che viene definito “femminicidio” è in realtà un suicidio allargato, una patologia psichiatrica riconosciuta nei manuali diagnostici internazionali come il DSM-5. Ridurre fenomeni complessi e tragici ad un’unica categoria ideologica non aiuta a comprenderli, né tantomeno a prevenirli. L’accusa di patriarcato, così formulata, risulta quindi non solo imprecisa, ma anche fuorviante.
Per comprendere davvero queste dinamiche è necessario decostruire alcuni pregiudizi consolidati, a partire dal modo in cui interpretiamo le società tradizionali e i loro rapporti con la modernità. In questo senso, il confronto tra Iran e Occidente è emblematico: due modelli che affrontano le sfide del presente in modi radicalmente diversi, e che proprio per questo mettono in luce i limiti delle categorie interpretative con cui spesso leggiamo la realtà.
Nelle società occidentali contemporanee, profondamente influenzate dalle rivendicazioni dei diritti civili, dalle sensibilità dei movimenti “woke” e dalle battaglie del mondo LGBTQ+, il concetto di patriarcato è stato progressivamente appiattito su una rappresentazione bidimensionale. Viene spesso ridotto a un semplice sinonimo di oppressione, arretratezza o dominio maschile, percepito come un relitto del passato incapace di confrontarsi con la modernità.
Questa interpretazione riduttiva del patriarcato finisce per oscurare la complessità delle strutture sociali tradizionali. Molti osservatori occidentali tendono infatti a confondere la rigidità di un sistema con la sua fragilità, dando per scontato che una società patriarcale sia destinata a crollare sotto il peso del progresso globale. È una lettura che semplifica eccessivamente la realtà e impedisce di comprendere come alcune società, pur mantenendo assetti tradizionali, riescano a confrontarsi con la modernità in modi inattesi e spesso efficaci.
Sottotraccia, l’affermazione implicita è sempre la stessa: il patriarcato sarebbe un residuo del passato, in Occidente avrebbe dato pessima prova di sé, e in Oriente non sarebbe altro che un continuum destinato prima o poi a essere sconfitto. Ma questa premessa non ci dice nulla su come funzioni davvero una società diversa da quella europea, come quella iraniana. Se anche si accetta l’idea che l’Iran sia una società patriarcale, resta comunque necessario osservare la realtà concreta per capire che cosa questo significhi. È proprio qui che il caso iraniano diventa illuminante.
Il caso dell’Iran smonta, almeno in parte, la narrazione occidentale. Lungi dal soccombere passivamente, l’Iran ha dimostrato una notevole capacità di resistenza geopolitica e culturale. Non si tratta di celebrare o giustificare un sistema politico autoritario, ma di prendere atto di un dato oggettivo: l’impianto patriarcale e tradizionalista ha funzionato come un potente collante sociale, rivelandosi sorprendentemente efficace soprattutto nelle dinamiche di una guerra di difesa. Il patriarcato, codificando rigidamente i ruoli, assegna storicamente e culturalmente al giovane maschio il dovere intrinseco di proteggere la famiglia, la comunità e la fede. In un contesto di prolungata conflittualità e accerchiamento, come quello vissuto dall’Iran nei confronti degli Stati Uniti e dei loro alleati, questa struttura ha fornito allo Stato una leva motivazionale formidabile. Fondendo l’identità maschile tradizionale con il fervore nazionalistico e con l’etica religiosa, il sistema è riuscito a mobilitare intere generazioni di giovani uomini. Il giovane basiji che si arruola in questa milizia volontaria riceve uno stipendio e, in età molto giovane, trova in essa una forma di realizzazione personale. È noto che in Occidente i basiji godano di una pessima reputazione, ma il mio intento non è rivalutare né condannare questa realtà. Ciò che interessa qui è un altro punto: i basiji offrono ai loro membri un’identità precisa, un ruolo definito e un riconoscimento sociale tutt’altro che trascurabile. La guerra esalta tale realtà.
Per molti giovani, entrare in questa struttura significa ottenere un posto nel mondo, una funzione riconosciuta dalla comunità e un senso di appartenenza che altrimenti non avrebbero. È questo elemento identitario, più che l’aspetto politico o militare, a spiegare la forza di attrazione che la milizia esercita su una parte della gioventù iraniana. Per loro, difendere i confini non rappresenta soltanto un obbligo imposto dall’alto, ma il compimento del proprio ruolo sociale e spirituale, erigendo così un baluardo umano e ideologico difficile da scalfire.
A marcare in modo ancora più netto la distanza tra questi due mondi è il diverso rapporto con la fine della vita umana, diretta conseguenza delle differenti strutture sociali. Come osservato da Ernest Becker nel suo saggio Il rifiuto della morte, l’Occidente contemporaneo ha trasformato la morte nell’ultimo grande tabù. In una società che privilegia il benessere individuale, l’autorealizzazione e la preservazione della vita a ogni costo, la morte è percepita come un errore, un evento da rimuovere, negare o medicalizzare, piuttosto che come una fase naturale dell’esistenza.
Questa mutazione culturale ha conseguenze dirette anche sul piano geopolitico: la disponibilità occidentale a inviare i propri soldati a combattere si è drasticamente ridotta. Le perdite umane sono diventate politicamente e socialmente intollerabili per una sensibilità moderna che ripudia il concetto stesso di sacrificio marziale. In più, si aggiunga che spesso i reduci di una guerra, vinta o persa che sia, sono visti con fastidio e tenuti al margine della società; come dimostrano studi approfonditi sui reduci del Vietnam e delle guerre del Golfo del Ventesimo e Ventunesimo secolo, appare chiaro che il maschio che ha combattuto in guerra, in un qualsiasi Paese occidentale, al suo ritorno non trova una nazione che lo accoglie, ma una che lo esorcizza e, in molti casi, addirittura lo rifiuta.
Al contrario, in Iran la percezione del rischio e del sacrificio risponde a logiche antiche, dove la morte in battaglia è non solo accettata, ma glorificata. Leader religiosi, ayatollah, vertici militari dei Pasdaran e giovani coscritti hanno affrontato ripetutamente la possibilità della morte senza considerarla un oltraggio o una sconfitta. Nella loro prospettiva — interiorizzata attraverso l’educazione patriarcale e religiosa — la fine della vita in nome di una causa non è un tabù da evitare, bensì parte integrante di un percorso di lotta e l’espressione più alta del dovere collettivo.
Il reduce iraniano che ha combattuto con forza e coraggio in una guerra — per esempio nell’ultima fase di tensione diretta con gli Stati Uniti — viene accolto con rispetto e onore. La sua condizione di uomo che ha compiuto il proprio dovere non viene nascosta, né relegata ai margini della vita familiare: al contrario, viene esaltata come prova di valore e maturità.
Ed è proprio qui che emerge un altro elemento spesso ignorato in Occidente. In guerra, uno dei modi più efficaci per indebolire un sistema sociale è colpire i meccanismi che garantiscono identità, appartenenza e sostentamento ai combattenti e alle loro famiglie. Non è un caso che, qualche mese fa, Israele, che conosce molto bene la struttura della società iraniana, abbia tentato di distruggere il sistema di pagamento degli stipendi dei Basij. Un attacco di questo tipo non mira solo a danneggiare un’infrastruttura tecnica: punta a spezzare il legame tra la milizia e i suoi membri, a minare la loro motivazione e il riconoscimento sociale che ne deriva.
Il fatto stesso che questo obiettivo sia stato preso di mira dimostra quanto sia centrale, per la coesione iraniana, il ruolo identitario e comunitario svolto da queste strutture patriarcali.
Questa dinamica conferma indirettamente che ciò che in Occidente viene spesso liquidato come un semplice “residuo del passato” continua invece a funzionare, in Iran, come un pilastro sociale e politico di notevole resilienza. Le società occidentali, al contrario, hanno progressivamente abbandonato la valorizzazione del sacrificio in guerra, delegando sempre più spesso le operazioni militari a personale contrattualizzato o a forze professionali altamente specializzate, riducendo così il coinvolgimento diretto della popolazione generale nei conflitti. Si crede, insomma, che la tecnologia e il bombardamento possano risolvere tutto.
Questa trasformazione culturale — maturata dopo le esperienze traumatiche della Prima e della Seconda Guerra Mondiale — ha portato a una crescente intolleranza verso le perdite umane e a una visione della guerra come evento da gestire a distanza, con tecnologie avanzate e personale limitato. In questo quadro, il combattimento corpo a corpo o la mobilitazione di massa non rappresentano più un elemento identitario o un valore condiviso, ma un retaggio del passato che le società occidentali tendono a evitare. Anche perché, semplicemente, non ne sarebbero capaci. Le società occidentali non riuscirebbero oggi ad arruolare intere masse di uomini per difendere i propri confini. Questo è un fenomeno di lunga durata. Basta pensare al fatto che, quando a partire dal XVI secolo l’Occidente si lanciò all’assalto dell’Asia, lo fece con numeri molto più ridotti di quanto si immagini. La sua forza non risiedeva nella quantità degli uomini, ma nella superiorità tecnologica e organizzativa, elementi che in Oriente non erano disponibili in quella forma. Per comprendere questa dinamica storica, è utile la lettura di Geoffrey Parker e del suo celebre studio La rivoluzione militare, che analizza come l’evoluzione delle tecniche belliche europee — artiglieria, fortificazioni, logistica, disciplina — abbia permesso a eserciti relativamente piccoli di ottenere risultati enormi su scala globale. Ma pensare di vincere esclusivamente con la tecnologia è un abbaglio che spesso è stato pagato a caro prezzo da parte dell’Occidente.
L’Iran, invece, conserva un modello in cui il sacrificio individuale è ancora riconosciuto e socialmente valorizzato. Questo spiega perché strutture come i Basij continuino a svolgere un ruolo significativo: esse forniscono identità, appartenenza e riconoscimento. Ed è proprio per questo che, come mostrano alcuni episodi recenti, attori esterni hanno tentato di colpire non solo le infrastrutture militari, ma anche i sistemi di sostegno economico e organizzativo di queste milizie, consapevoli del loro peso sociale. Guardando a questi contrasti attraverso la lente di pensatori che hanno analizzato le dinamiche tra civiltà, risulta evidente che non ci si trovi di fronte solo a divergenze politiche, ma a vere e proprie incompatibilità filosofiche. Da un lato, un Occidente che, navigando tra nuove sensibilità e la sacralità dell’individuo, fatica a comprendere la forza trainante del dovere collettivo; dall’altro, una società orientale che fa delle sue contraddizioni e della sua cultura patriarcale lo scudo con cui motivare i propri figli e resistere agli urti della storia.
A questo quadro si aggiunge un elemento spesso ignorato: il peso della guerra ricade storicamente sul maschio, in ogni civiltà. È l’uomo che, per millenni, ha combattuto tutte le guerre, portando sulle proprie spalle il costo fisico e psicologico del conflitto. Questa costante antropologica è valida sia in Occidente sia in Oriente, ma con una differenza decisiva.
In Occidente, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale — pur avendo prodotto figure eroiche — non hanno generato un mito collettivo del combattente. Le narrazioni più forti, infatti, non riguardano il fronte militare istituzionale, ma la resistenza civile e clandestina durante l’occupazione tedesca: forme di coraggio non marziale, spesso individuali o locali, che non hanno costruito un immaginario condiviso del sacrificio maschile in battaglia. Spesso in Occidente si è glorificata la donna portaordini, ma si è dimenticato di dire che, nel combattimento con i tedeschi, erano gli uomini a sostenere il confronto; le donne portavano ordini, non combattevano apertamente il nemico occupante. Gli uomini, invece, sì.
In Oriente, in Iran in special modo, invece, il patriarcato ha continuato a riconoscere e valorizzare il ruolo del combattente. La guerra Iran-Iraq ne è l’esempio più evidente: un conflitto devastante che ha dato all’Iran la consapevolezza di possedere un popolo disposto a sostenere lo Stato anche nei momenti più duri. In quel contesto, il sacrificio maschile non è stato percepito come una tragedia da rimuovere, ma come una prova di fedeltà e maturità, un elemento fondante dell’identità nazionale.
Questa differenza culturale spiega perché, ancora oggi, l’Iran riesca a mobilitare volontari e milizie popolari, mentre l’Occidente fatica persino a immaginare una mobilitazione di massa. Chiarisce anche perché attori esterni, conoscendo bene la centralità di queste strutture, abbiano tentato di colpire non solo obiettivi militari, ma anche i sistemi di sostegno economico e simbolico delle milizie iraniane: perché lì si trova il cuore della loro resilienza.
In definitiva, la forza dell’Iran contemporaneo non si misura solo nella vittoria del suo gruppo dirigente, ma in un’idea collettiva di una nazione che non si piega agli interessi esterni. È impossibile immaginare un Iran che insorga per poi trasformarsi in un satellite americano. Anzi, ciò che rende davvero solido questo Paese è la coesione della sua società, e in particolare degli uomini, che qui mantengono un ruolo e una considerazione che in Occidente si è persa da molto tempo. In questo contesto, la resistenza non è solo una strategia politica: è la dimostrazione che la forza di un Paese non risiede nell’assenza di perdite militari, ma nella compattezza del suo tessuto sociale, in cui il ruolo maschile resta centrale e riconosciuto.
