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L'Iran in fiamme e il solito copione occidentale

di Fulvio Scaglione - 16/01/2026

L'Iran in fiamme e il solito copione occidentale

Fonte: Inside Over

Poiché la madre degli sciocchi ha la gravidanza facile e scriviamo nelle ore in cui tutti si aspettano (o desiderano) un attacco americano contro l’Iran, proponiamo subito l’inevitabile disclaimer for dummies e per fanatici: non siamo simpatizzanti degli ayatollah né della Repubblica islamica, che consideriamo un regime fallito sotto ogni punto di vista, oppressivo e crudele. D’altra parte, quanta ottusità strategica occorre a un Paese sciita per inimicarsi un Medio Oriente dove 9 musulmani su 10 sono sunniti? E quanta idiozia tattica ci voleva per assaltare l’ambasciata Usa appena preso il potere a Teheran, nel 1979 della Rivoluzione islamica? Quel che pensiamo dell’Iran lo abbiamo detto chiaro e tondo nei molti articoli di cronaca e di approfondimento che abbiamo dedicato al tema e qui finisce il disclaimer.
Detto questo, è davvero possibile che certe “coincidenze” saltino solo ai nostri occhi? Ecco qualche esempio. Tutti i Paesi che circondano l’Iran, compresi quelli come Arabia Saudita e Turchia che dall’Iran sciita erano e sono divisi da lunghe e accanite rivalità, in questi giorni invitano ad andarci piano con le spedizioni militari. La Turchia ha fatto parlare, e molto chiaramente, il ministro degli Esteri Hakan Fidan. Arabia Saudita, Oman e Qatar lo hanno fatto attraverso i canali diplomatici, con discrezione ma facendosi comunque notare dal Wall Street Journal che ne ha dato notizia. Persino l’israeliana i24NEWS ha scritto che da più parti, arabe e israeliane insieme, si è cercato di far ragionare Donald Trump e i suoi. Esattamente ciò che succedeva nel 2003 alla vigilia dell’invasione anglo-americana dell’Iraq: Hosni Mubarak, presidente dell’Egitto, ci diceva che l’invasione avrebbe fatto nascere mille Osama bin Laden ma noi europei (quasi tutti, tranne Francia e Germania) e gli americani eravamo molto più furbi di lui, quindi… Sappiamo com’è finita.
E oggi di nuovo: mentre quelli che conoscono bene l’Iran invitano alla prudenza, arrivano le note esperte Kaja Kallas (estone,responsabile della politica estera della Ue) e Roberta Metsola (maltese, presidentessa del Parlamento europeo) a incitare all’intervento, a proporre sanzioni ancor più severe, a interrompere ogni contatto con la diplomazia iraniana. Loro sì, che sanno come si fa. D’altra parte, c’è sempre un europeo quando c’è da gettare benzina sul fuoco: come dimenticare Lady Ashton (qualche anno fa aveva il ruolo che oggi ha la Kallas) e l’allora vicepresidente del Parlamento europeo Gianni Pittella che sfilavano accanto ai manifestanti dell’Euromaidan, a Kiev, incitando alla rivolta, senza troppo distinguere. Chissà se pensano mai ai 100 morti di Maidan e agli anni di guerra dal 2014 a oggi, se fanno qualche collegamento con i loro consigli di allora. Perché poi succede sempre questo. Quanto si tratta di bombardare qualche popolo debole o lontano, noi europei stiamo sempre con gli americani, li incitiamo, li vogliamo belli duri e cattivi. Parliamo dei principi e in fondo chissenefrega se poi, per affermarli, sempre ammesso che siano quelli giusti, muore della gente. Poi la guerra arriva vicina a noi e la musica cambia: americani traditori perché non ci proteggono abbastanza.
Un altro capitolo del copione riguarda il motore dello sdegno. E’ indispensabile che lettori e spettatori siano non solo preoccupati, non solo sdegnati ma disgustati, in modo che si abbandonino ai sentimenti e smettano di ragionare. Ricordate (era il 2011) le famose fosse comuni di Gheddafi, e i mercenari che lui avrebbe fatto arrivare per massacrare oppositori e prigionieri politici? Tutte balle, ma servirono eccome a far passare l’idea che il rovesciamento violento del regime era cosa buona e giusta. Ed eccoci all’Iran: basij e pasdaran, dopo un inizio più cauto, cominciano ad ammazzare manifestanti. Centinaia e centinaia. Ma non basta. Per “coprire” un bombardamento, o per giustificarlo, serve altro. Ecco allora che spunta un’organizzazione fondata da un esule, che ha sede negli Stati Uniti ed è finanziata dal Congresso americano (ne abbiamo parlato a fondo qui), che spara cifre molto più alte, tali appunto da suscitare disgusto e far spuntare il pensiero: facciamola finita con questi ayatollah! Al resto pensano Tv e giornali, perché faziosi o solo ansiosi di stare sulla (presunta) notizia. Era già successo, uguale uguale, con la Siria. In quel caso era l’Osservatorio siriano per i diritti umani, fondato da Rami Abdulrahman e con sede a Coventry, in Gran Bretagna.
Un copione ci starebbe più che bene, se non fosse che questa non è una commedia e non c’è lieto fine. E’ una tragedia e va sempre a finir male. E’ finita male in Iraq. E’ finita male in Libia. E’ finita male in Siria. Quando frequentavo la Siria della guerra civile c’era una pletora di geniacci che mi accusava di essere un complice di Assad solo perché scrivevo che la “rivoluzione democratica” non aveva alcuna speranza e che la cacciata di Assad non avrebbe spalancato le porte al regno della democrazia e del benessere. Tutti per i valori, nessun compromesso, tanto a morire andavano i siriani. Adesso che in Siria ci sono bombardamenti e stragi, che il Paese è per un quarto occupato da Israele e per un altro pezzo dalla Turchia, ora che drusi, sunniti e curdi si sparano tra loro e nelle pause gli islamisti di Hayat Tahrir al-Sham, gli uomini del presidente Mohammed al-Sharaa, ammazzano gli alawiti, di quei geniacci e delle loro certezze non c’è più traccia. Scomparsi.
Con l’Iran, un Paese di 92 milioni di abitanti, pieno di armi e di uranio arricchito, e dove parte notevole della popolazione ancora sta dalla parte degli ayatollah stragisti, rischiamo di ottenere gli stessi risultati, ma su scala ancora maggiore. I politici e i giornalisti possono mentire ma la Storia non mente mai.