L’uovo
di Livio Cadè - 05/04/2026

Fonte: EreticaMente
“Coloro che affermano: «Il Signore è morto e (poi) risuscitato», sbagliano. Egli, infatti, prima risorse e (poi) morì”.
(Vangelo di Filippo)
Ignorando alcune non trascurabili differenze, induisti, buddisti, pitagorici, teosofi, credono tutti all’idea di una trasmigrazione di anime. Dovrei dunque, secondo loro, passare di vita in vita, da un corpo all’altro, come si cambia d’abito, dimenticando ogni volta le esistenze passate come si scordano i sogni. Forse anche alcuni dei primi cristiani accettavano tale idea, suggestiva e insieme angosciante. Un’immortalità fatta di innumerevoli morti!
La reincarnazione, il karma, non mi consolano della mia caducità, e in fondo, nella loro apparente razionalità, lasciano inappagato il mio senso estetico, deludono il mio metafisico romanticismo. Benché, come Don Chisciotte, anch’io sia certo che «ciascuno è figlio delle proprie azioni», trovo qui una sgradevole, burocratica contabilità degli atti e delle intenzioni, un arido saldo di debiti e crediti. Questa catena di cause ed effetti mi ricorda più un metabolismo digestivo che la creativa libertà dello spirito.
E non mi seduce l’idea di un nirvana – «simile alle cime innevate dell’Himalaya», dice il Buddha – che mi privi delle mie temperate e pianeggianti abitudini. Tuttavia, neppure l’idea di resurrezione che trovo nella tradizione cristiana mi rincuora. Resuscitare, riportare alle pristine forme un cadavere putrefatto, roso dai vermi o fattosi polvere, mi pare atto negromantico, o sogno fantastico quanto il voler prender le stelle con un retino da farfalle.
Anche le religioni antiche abbondavano di resurrezioni: Osiride, Attis, Adone, eroi che muoiono e risorgono. Miti, storie simboliche che probabilmente venivano usate come cornici di iniziazioni misteriche o di riti primaverili. Ma la resurrezione di Cristo, ci vien detto, non è un mito, o celebrazione di una natura che ciclicamente rifiorisce. Dobbiamo crederla reale come un qualsiasi altro fatto storico, come crediamo che Cesare conquistò la Gallia o che Napoleone morì a Sant’Elena.
Tuttavia, è naturale che l’uomo comune resti perplesso e dubbioso. Potrebbe sospettare che Cristo non fosse veramente morto quando l’hanno deposto nel sepolcro o supporre che la sua resurrezione sia un mito come gli altri. E qualche scettico potrebbe chiedere: se quel corpo fosse stato ridotto in cenere dalle fiamme, o divorato dai leoni, sarebbe risorto lo stesso?
Alcuni risolvono il dilemma con imperturbabile disinvoltura, dicendo che “a Dio nulla è impossibile”. È più assurdo, dicono, ricostituire un corpo divorato dal fuoco o crearlo partendo dal nulla? Sono due atti assurdi entrambi. Quindi, se posso credere a uno, posso credere anche all’altro e dire, come Tertulliano: «credo quia absurdum». San Paolo ci insegna per altro che il corpo, nato da corruttibile carne, risorge spirituale e incorruttibile. Il seme muore e dalla sua morte nasce la spiga.
È difficile tuttavia spiegare quale relazione leghi queste due realtà, così diverse tra loro. La dottrina della chiesa, che pure vorrebbe conciliare fede e ragione, non mi offre qui alcun appoggio razionale. Mi espone un evento che potrei di buon grado accettare nella sua funzione mitologica, ma che mi trovo costretto a rifiutare se si pretende da me che, con brutale atto di fede, lo consideri un fatto di cronaca.
E perché dovrei crederlo? Non certo per trovarvi un linimento all’angoscia della morte. Di fatto, contiene una speranza che neppure chiedo. L’idea di una resurrezione che mi prende e mi lega a un ‘io’ definitivo e determinato per l’eternità, come incatenandomi a invisibili ceppi, è infatti per me più angosciante di un eterno nulla.
Certo posso immaginare che, una volta risorti, coloro che in vita erano storti vengano raddrizzati, i nani assumano un’altezza normale, ogni deformità e ogni bruttura venga corretta, che tutti saremo giovani e belli, intelligenti e radianti amore. Ma anche questa estatica prospettiva mi pare immobilizzarmi dentro una chiusa e marmorea finitezza. Non so se è la promessa di una vita eterna o la minaccia di un beato rigor mortis dal quale l’essere, privato del suo divenire, non potrà più sfuggire.
Questa rinascita contraddice ogni mia pretesa di continuare a vivere nel tempo con libertà vagabonda. Mi strappa in modo irrevocabile dalle radici della mia contingenza, dalla creativa mutevolezza della mia anima. Questa vita perfetta mi pare privare la realtà della sua dialettica, delle contraddizioni necessarie, di quelle passioni cui tanti lacci mi tengono avvinto e alle cui fonti il mio spirito ancora si disseta.
Forse sta qui il nocciolo del problema: «chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete». Le mie cellule sono ancora assetate di esistenza. Ai nirvana atarassici, alle illuminazioni, ai cieli rarefatti dove la mente è assorbita nella contemplazione dell’Essere Perfetto, preferisco ancora il cuore palpitante della carne. Più che un alto e impervio Assoluto ancora mi attraggono i praticabili sentieri di una relativa felicità.
Nella mia incostanza, ho trascorso ore liete o disperate, linee irregolari di un disegno che non mi so spiegare. E andandomene da qui vorrei portare con me tutto ciò che ho amato: persone, animali, libri, musica, luoghi. Come Enea, che fuggendo da Troia s’era caricato sulle spalle il padre Anchise, io vorrei lasciare questa vita facendo un fagotto di tutti i miei preziosi ricordi. Poca cosa, ma è tutto ciò che mi resta.
Perciò quando leggo che «se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo», qualcosa di profondo in me si nega. Una resurrezione ottenuta a sacrificio degli affetti più cari sarebbe un infinito deserto senza oasi. Ordinata, pulita, arida, terrificante distesa sabbiosa, dove lo sguardo affonda e si dissecca. Forse piena di pacificante silenzio per un antico asceta della Tebaide, ma priva per me d’ogni attrattiva.
Cercherei allora più rincuoranti credenze, promesse di più amabili campi elisi, dove ancora siano ammessi trasalimenti di gioie terrene, imprevedibili sussulti dell’anima. Paradisi provvisori, dove alloggiare il tempo sufficiente a riposare, a rifocillarsi, per poi tornare al viaggio della vita, alle sue sfide sempre nuove. Rifiuterei di entrare in un luogo, per quanto delizioso, da cui non potessi più uscire, come da una eterna prigione, dove trovassi la soluzione a me stesso in una definitiva santità, dove mi fosse negata la possibilità di sbagliare, di cambiare, di morire.
Simili discorsi, naturalmente, non possono e non vogliono dimostrare nulla. Solo, non riesco a credere ciò che trovo assurdo, con buona pace di Tertulliano, e persino del buon don Chisciotte, il quale afferma non vi sia alcun merito nel credere in ciò che è evidente. L’unica conclusione che se ne può trarre è che io sia testardamente scettico.
Ma nessun uomo, per quanto incredulo, è refrattario alla speranza. Anch’io ho quindi una mia fede, credo in ciò che spero senza poterlo dimostrare. E son convinto che «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce». Tuttavia, davanti alla resurrezione il mio cuore resta freddo. Non vi trovo né uno spirito di geometria né uno spirito di finezza. Perciò quando suoneranno le trombe del giudizio fingerò di non sentirle.
Posto di fronte all’assurdo preferisco attenermi alla verosimiglianza. Posso credere e ritener plausibile solo ciò che non mi impone un totale, incondizionato sacrifium intellectus. Si dirà che questo intelletto cui tengo tanto è solo la coscienza di un feto ancora annidato nel ventre buio della madre, che non può neppure immaginare i tramonti, le stelle, i fiori, la multiforme bellezza e la vastità del mondo.
E in fondo questa analogia non mi contraddice. Anche se fossi un pulcino nel suo uovo, non so come aprirne il guscio. O più probabilmente non voglio. Mi protegge dall’ignoto. Preferisco restare qui, in questa familiare e rassicurante ombra che mi avvolge. Credo che nessun pulcino desideri rompere l’uovo in cui è rinchiuso. Per desiderarlo dovrebbe sapere ciò che non sa.
Non sa che una madre amorevole lo cova, non sa che solo così potrà essere un usignolo, chiamato a riempire la notte di gorgheggianti melodie, o un’aquila, capace di volare tra vette inviolate – e certo sarebbe meglio non sapesse di dover diventare un pollo, destinato a finir i suoi giorni spennato e arrostito. Ma a volte un raggio di luce filtra debolmente, attraversando le sottili pareti del suo guscio, suoni vaghi e lontani lo raggiungono. Allora qualcosa in lui freme di una curiosa impazienza, e scuote un poco le piccole ali, senza sapere perché.
