La crociata per la bruttezza
di Roberto Pecchioli - 11/01/2026

Fonte: Ereticamente
La nostra è l’epoca di trionfo della bruttezza e della volgarità. Nell’arte, nei gusti, negli atteggiamenti, nei pensieri e nelle parole. Sono brutte le nuove città, i quartieri del lusso e dei centri direzionali quanto le aree vicine agli orrendi parallelepipedi che deformano le periferie e le strade di scorrimento. Brutti sono i non-luoghi del transito e dell’assenza di comunità, orrenda gran parte di quella che è chiamata arte ed è il suo contrario. Tutto può essere arte, dicono da quando nel 1917 Marcel Duchamp comprò un comune orinatoio e pretese di esporlo come opera d’arte. Il manufatto andò perduto – senza alcun pregiudizio per l’estetica e il senso del bello – ma una copia è esposta a Parigi al Centre Pompidou. Pochi anni prima l’architetto Adolf Loos lanciava il suo anatema contro la decorazione: “l’ornamento è delitto “, autentico manifesto dell’architettura moderna. Ciò non gli impedì di firmare opere interessanti per l’applicazione dei principi del riflesso e l’organizzazione dello spazio su piani diversi (raumplan).
Gran parte del pensiero occidentale conduce un’autentica crociata contro la bellezza in tutte le sue forme. Da un lato il pensiero marxista e collettivista, nemico dell’arte “borghese”, dall’altro il disinteresse per la dimensione estetica dell’economicismo e funzionalismo liberale, interessato a realizzare prodotti di serie a basso costo ed elevato profitto. Negli ultimi anni il culto del brutto ha occupato il non-pensiero woke e la non-cultura della cancellazione, spingendosi a rovesciare ogni concezione estetica naturale. L’ anelito alla bellezza, l’ammirazione e la gioia per ciò che è bello, gratificante, nell’arte, nella musica, nella letteratura, nell’esperienza quotidiana, sono bisogni profondi dell’animo umano. Ogni ferita al concetto di bellezza è uno sfregio all’uomo.
Non la pensa così Frédéric Spinhirny, autore di uno sconcertante saggio, Le privilège beau, Il privilegio del bello. La sinossi (adesso si chiama abstract) spiega tutto, “A forza di affermare costantemente che la bellezza è solo una questione di punti di vista, o che si tratta di un dibattito superficiale in un’attualità sempre più seria o tragica, noi permettiamo che si riproduca un privilegio di bellezza legato a pregiudizi estetici. Infatti, a ben guardare, dalle pubblicità ai manifesti politici, le nostre strade e i nostri schermi pullulano di persone attraenti. Cosa significa questa onnipresenza del bello? E che dire dell’invisibilità di coloro il cui fisico è considerato ingrato? Radicata in una società ossessionata dalle immagini, l’ingiunzione a conformarsi alle norme dominanti plasma profondamente i nostri corpi, la nostra autostima e anche il nostro immaginario sociale e politico. Per denunciare la portata del privilegio di bellezza, il saggio decostruisce i pregiudizi storici legati al corpo, denuncia l’esclusione sociale e la discriminazione basata sull’aspetto fisico, e offre proposte concrete per ampliare la nostra prospettiva e combattere questo scandalo che si sta dispiegando sotto i nostri occhi. Accipicchia.
La crociata parte dalla bruttezza del corpo – considerata un’ingiustizia – per spingersi oltre. Spinhirny, un medico quarantenne belloccio, ingaggia una guerra senza quartiere contro la natura (ci ha fatti belli o brutti senza riguardo per l’uguaglianza!) dal pulpito di un egalitarismo furioso che odia i valori di ieri. Significativo è il verbo decostruire, inventato da un pessimo maestro, Jacques Derrida, per mettere sul trono il Brutto, abbassando a disvalore il criterio estetico. Purissima deriva woke di un filosofo autoproclamato, una qualifica così screditata che potrebbe aspirarvi perfino l’autore di queste note. Che l’operazione provenga da ben definite centrali culturali è dimostrato da un’intervista “in ginocchio” concessa a Libération, il quotidiano degli intelligenti e dei colti per eccellenza, la bibbia parigina degli intellò a metà tra il sussiego postborghese di Repubblica e il post marxismo del Manifesto.
Il paladino del deforme e del malriuscito esige più bruttezza ed insiste sulla necessità di liberarci dell’idea di bellezza, “bianca e anti-egualitaria”. “Il privilegio della bellezza”, asserisce “è un fenomeno che combina bellezza, bianchezza e borghesia, e si può aggiungere che corrisponde allo sguardo maschile”. Tombola, in due righe tutti gli slogan del progressismo occidentale. Congratulazioni per l’esprit de finesse, tanto francese. L’intenso pensatore rivela di essere giunto alle sue conclusioni con “osservazioni personali, da una sorpresa che risale ai miei studi. Nelle grandi scuole, a Scienze politiche a Parigi, ricordo un certo elitismo fisico, un modo di distinguersi per l’aspetto, di curare l’estetica, l’atteggiamento. “Oh, vergognosa Sorbona.
Continua snocciolando luoghi comuni con pensosa serietà: “la massiccia preferenza sociale per i corpi considerati attraenti, l’impatto su carriere e vita di coppia, il ruolo rafforzativo dei social media e la nostra epoca di visibilità costante”. Soprattutto insiste sull’ ingiustizia della disuguaglianza legata a un corpo “ereditato alla nascita”. Ecco il nocciolo: l’odio verso la natura, ciò che è dato, la volontà di ri-creare sé stessi, o, se non è possibile, di rovesciare i principi naturali dell’animo umano e le preferenze istintive. Spinhirny sostiene altresì che sullo schermo i fisici poco attraenti sono confinati in ruoli secondari o nelle parti dei cattivi. Che dire della magnifica Angelina Jolie, strega malvagia di Maleficient?
L’intervista abbandona rapidamente l’approccio pseudo-filosofico per lanciarsi in una critica distruttiva dell’identità occidentale. Apprendiamo così che il “privilegio della bellezza” è, soprattutto un “privilegio dei bianchi”; “la pelle bianca è sempre stata associata alla purezza”, denuncia con fiero cipiglio. Da dove provengono questi standard oppressivi? Dalla “filosofia occidentale”, ça va sans dire. Ma è colpevole anche il “pensiero religioso cristiano” con la sua iconografia che ha “sedimentato i peggiori stereotipi: certe proporzioni, luce per il bene, oscurità per l’inferno, e così via. “Fortunatamente ci pensano i sabba woke a rappresentare nelle maniere più orribili ed oscene Maria e Gesù. Infine, il philosophe evidenzia il ruolo nefasto della letteratura europea i cui eroi aspirano alla bellezza. Aria fritta che può essere presa sul serio solo da una civilizzazione al lumicino.
Sono al limite del ridicolo le proposte di Spinhirny per porre fine all’ intollerabile privilegio della bellezza e permettere alla bruttezza di trionfare dopo millenni di emarginazione. Poiché tutto è politico, compresa l’estetica, incoraggia le autorità pubbliche a prendere il controllo del nostro immaginario e ad approvare leggi per plasmarlo meglio. In particolare, la pubblicità, la tv e le istituzioni devono dare più risalto a persone “considerate non bianche” (sarebbero più brutte, uno scivolone razzista?). Ma bisogna andare oltre. “Ho proposto all’Arcom (l’autorità francese della comunicazione audiovisiva N.d.A.) di fare lo stesso con le persone considerate”’non belle'”. Arriveranno le quote–brutti in televisione, nella pubblicità e nella pubblica amministrazione? Per adesso nessuna risposta dell’autorità, forse prigioniera di atavici pregiudizi estetici. Poi serve vietare i concorsi di bellezza (sostituiti da quelli di bruttezza, una sorta di orgoglio, il pride del brutto, del deforme, del laido?) ripensare (?) la pubblicità e rendere obbligatori corsi di formazione sulla discriminazione basata sull’aspetto, specie sul posto di lavoro. Nuove occhiute burocrazie crescono: obblighi e divieti, stavolta per espellere la bellezza, nuove azioni affermative per vincere l’ingiustizia della natura matrigna. Abbasso Venere, viva la Befana.
Se tutto ciò non bastasse a convincere che la bruttezza è bella, esiste un’ultima possibilità: il bisturi. “C’è una grande tendenza alla chirurgia ovunque, indipendentemente dall’età, dal luogo o dalla classe sociale”, osserva il filosofo. “Invece di dire che è cattiva e capitalista, mi sono detto: perché non trasformarla in un bene comune?'” Specialmente se si è medici di professione, se si deve conciliare il plumbeo egalitarismo basato sul brutto con la tenace aspirazione contraria e guadagnarci sopra. Non si capisce bene se la chirurgia estetica sarà volta a migliorare o peggiorare il nostro aspetto e in base a quali criteri, ma certo riguarda l’odio di sé, l’autocreazione all’insegna delle streghe di Macbeth: bello è il brutto, e brutto il bello, motto del mondo invertito, in cui i pazzi guidano i creduloni. Frédéric Spinhirny si contraddice comicamente: critica l’ingiustizia associata alla bellezza fisica, ma ne sostiene il raggiungimento attraverso la medicina. Riecheggia stanco i cliché accusatori della gauche al caviale: tutti condannati, l’uomo bianco patriarcale amante del bello, la discriminazione, il pensiero occidentale e il cristianesimo.
Ribaltiamo il discorso del sedicente filosofo: l’architettura e l’arte moderne – brutte – sono una delle cause della perdita di principi alti. La loro bruttezza riflette direttamente la perdita di valori, la demoralizzazione in cui sono sprofondate la cultura europea e la vita in generale. Con l’arte contemporanea la parola bellezza è diventata un tabù semantico. Viene evitata, aggirata, bandita. Gli storici marxisti hanno denunciato la bellezza come un oppio dei popoli, una strategia di seduzione, consolazione e manipolazione delle menti. I sociologi hanno esaminato la categoria di bellezza definendola una norma sociale costruita e legittimata dalle istituzioni e dal mercato, una nozione relazionale, effimera, interamente condizionata dal contesto. Sparisce l’oggetto di meraviglia che viene contemplato ed irradia silenziosamente, senza parole, un messaggio di elevazione. La bellezza non è più un attributo dell’arte, un dono gratuito della forma, una dimensione aggiunta dell’anima. La bellezza diventa un crimine contro l’uguaglianza!
Contrariamente a quanto crede Spinhirny la bellezza è per tutti, senza eccezioni. Nessun privilegio, nessuna discriminazione. La natura, i quadri, i monumenti, la musica, il corpo di Brigitte Bardot, sono offerti e liberamente accessibili a tutti. La bellezza produce incanto, rapimento, meraviglia in ogni persona sensibile, ricettiva e autenticamente umana. Quelli come Spinhirny ci vogliono liberare dall’attrazione per la bellezza attraverso la deculturazione, la regressione quasi animale della persona, vittima delle follie della non-cultura postmoderna e dell’antiestetica. La verità è che ci disprezzano. Abbiamo bisogno di grandi opere della mente e di bellezza. Storici, filosofi, romanzieri, artisti parlano di noi, della condizione umana. La bellezza crea l’aspirazione verso l’alto. La bruttezza spinge in basso, all’informe, al disumano: la crociata del mondo al contrario.
