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La scimmia vestita

di Roberto Pecchioli - 21/03/2026

La scimmia vestita

Fonte: EreticaMente

È famoso lo studio dell’etologo Desmond Morris La scimmia nuda. L’autore considera l’uomo niente altro che un animale, la cui differenza con la scimmia riguarda più la carenza di peli che il divario ontologico tra l’homo sapiens e l’animale. Regressione zoologica dalle incalcolabili conseguenze. Le dipendenze indotte da cui siamo circondati ci trasformano in una sorta di scimmia vestita. Abbigliata per coprirsi e potersi pavoneggiare scioccamente con abiti ed accessori firmati, ma sempre scimmia. Non per i motivi addotti dal Morris, ma per l’attitudine imitativa del primate inferiore a cui conduce il sistema delle dipendenze.  La scimmia vestita è il tipo umano che il potere – orientato alla sorveglianza, al controllo e all’ induzione di voglie e comportamenti – tende a creare. Un essere non più caratterizzato dal libero arbitrio, dalla razionalità aperta all’infinito e dalla capacità di padroneggiare, rinviare, accogliere o rigettare istinti, bisogni e pulsioni, ma un imitatore compulsivo di comportamenti indotti.

In un agile pamphlet del 1943, L’abolizione dell’uomo, lo scrittore inglese Clive S. Lewis intuì il disegno di mutazione antropologica dell’homo sapiens portato avanti da una variegata casta di uomini potenti, i “condizionatori”. Attaccò il relativismo che dilaga velenoso nella società, nei modelli educativi, nella propaganda e nel mercato dei consumi, adombrando il sinistro trionfo della distopia tecnocratica. La tirannide antiumana si annida in un sistema che recide i nessi con la tradizione universale e condiziona le coscienze, disponendole ad accettare qualunque cosa in nome del piacere, dell’immediato, della resa incondizionata a pulsioni e passioni. Lewis analizza il desiderio, elemento consustanziale nella creatura umana, forza ancestrale innata, componente germinale del piacere. La capacità di indirizzare desiderio e piacere, trasformandoli nel centro della vita, è la tappa essenziale dei condizionatori per guidare a un destino di dipendenze, schiavitù del desiderio inesausto e del piacere, unici fini dell’esperienza umana.

Le dipendenze sono un modo assai insidioso di estirpare i valori e i principi propriamente umani comuni a tutte le civiltà, a quello che Lewis, all’ orientale, chiama la Via, il Tao. La Via compiva un’iniziazione all’esistenza, e “trattava gli allievi come gli uccelli adulti fanno con i piccoli per insegnar loro a volare. La nuova sarà piuttosto come l’allevatore di polli con i pulcini, allevati così o cosà per scopi di cui gli uccellini sono completamente all’oscuro”, scrive. La scimmia vestita è respinta nell’animalità dalle pulsioni, dalle dipendenze, dalla regressione istintuale. Nessuno ha più la forza o la voglia – verrebbe messo a tacere, ridicolizzato, in molti casi punito- di invocare l’esercizio libero della virtù, o almeno del senso comune che richiede libertà, capacità di decidere della nostra vita. Senza l’aiuto di principi ed emozioni che osiamo chiamare “buone”, l’intelletto medio è impotente di fronte all’organismo animale che reclama il fugace “star bene “prodotto dalle droghe mentali e morali. Il sistema delle dipendenze ha compreso che la regressione controllata all’istinto è la garanzia del dominio su un’umanità riportata allo stato animale, in cui l’Es vince sull’Io e respinge il Super Io.

Lewis ci aiuta a comprendere. “Istinto è un termine conferito a non sappiamo bene cosa, (…) un impulso irriflesso o spontaneo diffusamente esperito dai membri di una data specie”. È tutto qui l’homo sapiens? La soddisfazione degli impulsi trasformata in dipendenza è il nostro destino, o, come avvertiva John Stuart Mill, non è forse meglio resistere, essere un Socrate insoddisfatto piuttosto che un maiale soddisfatto?  L’avvento di un uomo siffatto dall’istinto porcino significa la ribellione del ramo contro l’albero, la distruzione di ciò che è autenticamente umano, ovvero libero, pensante. È veramente pregnante il titolo scelto da Lewis per la sua opera, giacché di autentica abolizione dell’uomo stiamo parlando. Il potere dei “condizionatori” si trasforma in attentato contro la specie. Il potere che essi detengono plasmandoci per i loro scopi e trasformando in dipendenze pulsioni ed istinti, oltreché inventandone di nuovi, diventa potere supremo esercitato contro la natura e addirittura contro il futuro della specie. Il potere dei condizionatori modifica alla radice l’uomo, in linea con il progetto transumano e ipertecnologico, ipotecando le prossime generazioni. Queste diventeranno più deboli, non più forti, meno libere, plastilina nelle mani di una minoranza pericolosissima, se non apertamente criminale o anticristica. Il potere dell’uomo di fare ciò che vuole di sé stesso significa in realtà la volontà di alcuni uomini di fare ciò che essi vogliono di tutti gli altri. Non è un motivo potentissimo per insorgere e rifiutare il condizionamento?  Se questo non accade significa che l’homo sapiens ha perduto la capacità di formulare giudizi di valore, per cui non ha più motivo di preferire un impulso rispetto a un altro, di valutarlo in termini morali e biologici, tranne la forza emotiva dell’impulso stesso, determinata dall’esterno.

Un elemento sconcertante è il discredito delle virtù. Con incredibile lungimiranza, Lewis avverte: “le virtù della parsimonia e della temperanza, e persino dell’intelligenza comune, adesso sono giudicate resistenza all’acquisto.” La conseguenza è il capovolgimento di millenni di pensiero morale. L’idea stessa di virtù è respinta nell’ambito dell’irrazionale e dell’anacronistico. La scimmia vestita è posseduta dal principio di piacere (il lustprinzip di Freud), il potente sentimento provocato da una percezione psicofisica positiva, la soddisfazione fisiologica derivata dall’appagamento momentaneo del desiderio, dal godimento fisico e mentale che accende cascate di neurotrasmettitori, gli ormoni del benessere, dopamina, serotonina, ossitocina. Nulla di negativo: è ovvio perseguire il piacere, ma non al prezzo di costringere la creatura ragionevole aperta all’infinito alla mera soddisfazione immediata di ogni desiderio o pulsione. Opera nell’uomo, creatura incompleta ma pensante, il principio di realtà, che posticipa l’appagamento secondo le regole sociali e personali di chi non è schiavo degli istinti. L’attuale società è al contrario costruita sulla soddisfazione “in tempo reale”, indirizzata al consumo e alla sostanziale obliterazione della prospettiva futura. L’uomo contemporaneo non sa procrastinare il desiderio che esaudisce (ed esaurisce) immediatamente, sintomo di debolezza caratteriale e regressione infantile.

Il sistema liberalcapitalistico ha la necessità di creare l’insaziabile esigenza di bisogni immediati. Una sequela infinita di desideri che, eliminando l’attesa e il dolore, concedendo virtualmente tutto e subito a tutti, crea una sensazione illusoria spinta al soddisfacimento di un desiderio che ne anticipa un altro. Sentimenti, valori e idee sono sostituiti da oggetti e comportamenti portatori di un’illusoria ed istantanea felicità, immediatamente seguita dal vuoto. La mente umana non sopporta il vuoto (horror vacui) e – lasciata a sé stessa nel mondo di cartapesta delle dipendenze – si riempie di delusione e frustrazione, ansia e depressione, sintomi di infelicità. Non è un caso che nell’occidente “sazio e disperato” (Card. Giacomo Biffi) la seconda causa di morte dei giovani, dopo gli incidenti, sia il suicidio e la quinta l’uso di sostanze stupefacenti. La dipendenza del piacere immediato, l’invidia verso modelli irraggiungibili sviluppa la dipendenza, mentre l’insoddisfazione che ne consegue ha già creato una prigionia volontaria. L’abito soffocante della scimmia vestita.

La virtù è stata detronizzata, insieme con la vita buona e la morigeratezza, perché essere dipendenti dal consumo esclude l’idea di auto sorveglianza ed autolimitazione. Viviamo il tempo postero della virtù. Dopo la virtù è l’opera massima del filosofo scozzese Alasdair Mac Intyre, uno degli ultimi testi etico-morali della tradizione occidentale. Un libro di cui ogni lettore ricorda lo struggente finale. “siamo in attesa non di un nuovo Cesare, ma di un altro San Benedetto. Non un capo, ma un custode.  Ciò che conta in questa fase è la costruzione di forme locali di comunità all’interno delle quali la civiltà e la vita intellettuale e morale possano essere sostenute durante le nuove età oscure che sono già su di noi. Stiamo aspettando non Godot, ma un altro – senza dubbio molto diverso – San Benedetto”. Il frate di Norcia rilanciò, dopo la dissoluzione dell’Impero Romano, in mezzo alle invasioni barbariche e nel crollo della civiltà antica, il messaggio cristiano unito al lavoro quotidiano, diventando un fondatore della civiltà europea.

La diagnosi di Mac Intyre riguarda la crisi del giudizio etico. È singolare l’incipit di Dopo la virtù, in cui l’autore evoca una catastrofe dopo la quale tutto, a partire dalla conoscenza, è stato distrutto. Ciò che resta sono frammenti, lacerti, formule, linguaggi diventati incomprensibili. La nostra condizione morale, al tempo delle dipendenze diventate norma, è simile. Qualcuno usa ancora parole come bene, giustizia, dovere, ma nessuno ne conosce più il significato. È frantumato il contesto sociale, civile, comunitario, spirituale che le rendeva intellegibili. L’etica moderna ha smarrito il suo fine. Abbiamo timore persino di evocarla, denudando il non-senso del tempo della scimmia vestita, docile imitatrice dei condizionatori. Le virtù di Mac Intyre sono pratiche sociali, eccellenze coltivate in comunità concrete, qui e adesso. La crisi della modernità è la sconfitta di un mondo che ha reciso le proprie radici teleologiche. Una morale senza fini fatta di attimi – le dipendenze permettono di sopravvivere esclusivamente sino alla prossima crisi o al successivo lancinante desiderio – non può diventare una stabile visione della vita. Il giudizio diventa la mera espressione di preferenze soggettive, indotte ed esasperate. È la vittoria dell’emotivismo, la teoria secondo cui i criteri morali non hanno valore cognitivo. E le scimmie, nude o vestite, non hanno coscienza morale.