La spina nel fianco: L’Iran degli Ayatollah e la lunga ombra dell’Impero americano
di Sergio Saraceni - 16/01/2026

Fonte: 2dipicche.news
In un mondo dove la geopolitica si intreccia con le narrazioni ideologiche, l’Iran post-rivoluzionario rappresenta un enigma persistente, un baluardo di resistenza che, dal 1979, ha sfidato l’egemonia globale degli Stati Uniti.
La Rivoluzione Islamica, guidata dall’Ayatollah Khomeini, non fu solo un rovesciamento interno del regime dello Shah Reza Pahlavi – un alleato fedele di Washington di cui un domani però dovremo analizzare anche alcuni elementi interessanti – ma un atto di defezione dal sistema occidentale, un rifiuto radicale del modello capitalista e imperialista imposto dall’America.
Da quel momento, l’Iran degli Ayatollah si è erto come una spina nel fianco dell’impero a stelle e strisce, un ostacolo irriducibile alla completa dominazione del Medio Oriente. È una storia di resistenza che merita di essere celebrata non per fanatismo, ma per la sua profonda lezione sulla sovranità e sulla lotta contro l’unipolarismo.
Il fatidico 1979
Riflettendo su quel fatidico 1979, si comprende come la rivoluzione non fosse un mero colpo di stato religioso, bensì un movimento popolare che unì sciiti, intellettuali laici e classi disagiate contro un regime percepito come marionetta dell’Occidente.
Lo Shah, installato con il supporto della CIA nel colpo di stato del 1953 contro il premier nazionalista Mossadegh, aveva trasformato l’Iran in un avamposto strategico per gli USA: un hub per il petrolio, un baluardo contro l’Unione Sovietica, un mercato per armi e tecnologie americane. La rivoluzione rovesciò tutto ciò, instaurando una Repubblica Islamica che si pone ancora oggi come antitesi al modello americano. L’Iran divenne dunque un faro per i popoli oppressi, sostenendo movimenti di liberazione in Libano, Palestina e oltre, e opponendosi fermamente all’espansionismo israeliano, alleato chiave degli USA. Questa postura ha reso Teheran un nemico irriducibile, una “spina” che impedisce all’America di chiudere il cerchio sul controllo delle risorse energetiche e delle rotte commerciali del Golfo Persico. In un’era di globalizzazione forzata, l’Iran ha dimostrato che è possibile resistere, mantenendo un’economia autonoma e un programma nucleare civile.
Il ritorno della Persia
Ma questa resistenza non è stata passiva. Gli Ayatollah hanno trasformato l’Iran in un attore regionale capace di proiettare influenza attraverso proxy come Hezbollah o gli Houthi, sfidando l’ordine imposto dagli USA e dai loro alleati sauditi. È una strategia asimmetrica, radicata in una visione del mondo che vede l’America non come liberatrice, ma come predatore. Riflettendo profondamente, si scorge qui una lezione filosofica: la rivoluzione iraniana ha incarnato l’idea hegeliana della dialettica storica, dove la tesi imperialista americana genera la sua antitesi rivoluzionaria, spingendo verso una sintesi che, per ora, resta sospesa. L’Iran non è solo uno Stato; è un’idea, un rifiuto del materialismo occidentale in favore di un’etica spirituale e collettiva, che ha ispirato generazioni di antimperialisti in tutto il mondo.
Tuttavia, questa spina è stata oggetto di un assedio costante e multiforme da parte degli Stati Uniti, un tentativo sistematico di destabilizzazione che rivela la natura predatoria quanto vendicativa dell’imperialismo americano. Dal momento della vittoria rivoluzionaria, Washington ha intrapreso una campagna poliedrica per riconquistare l’Iran, non tanto per motivi ideologici quanto per interessi geostrategici: il controllo del Medio Oriente equivarrebbe a dominare il flusso globale di petrolio, isolare Russia e Cina, e garantire la supremazia israeliana. I mezzi impiegati sono stati variegati e insidiosi.
Gli artigli USA che strangolano il popolo iraniano
Innanzitutto, le sanzioni economiche: dal 1979, gli USA hanno imposto embarghi che hanno strangolato l’economia iraniana, isolandola dal sistema finanziario globale. Le sanzioni del 2018, sotto Trump, e quelle rinforzate da Biden, hanno mirato a prosciugare le riserve valutarie di Teheran, spingendo verso un collasso interno. Non si tratta di punire un regime “canaglia”, ma di indurre fame e malcontento popolare, fomentando rivolte come quelle del 2009 (la “Rivoluzione Verde”) o del 2022 dopo la morte di Mahsa Amini. In questi casi, gli USA hanno supportato attivamente i dissidenti attraverso finanziamenti occulti a ONG, media oppositori e cyber-operazioni.
Poi, le operazioni clandestine: la CIA e il Mossad israeliano hanno condotto attacchi cibernetici, come il virus Stuxnet nel 2010 che sabotò il programma nucleare iraniano, o l’assassinio di scienziati come Mohsen Fakhrizadeh nel 2020. Questi atti non sono isolati, ma parte di una strategia per indebolire le capacità difensive dell’Iran, rendendolo vulnerabile a un’invasione o a un cambio di regime. Gli USA hanno anche armato e sostenuto avversari regionali: dall’Iraq di Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq (1980-1988), dove fornirono armi chimiche, ai sauditi nella proxy war in Yemen, dove l’Iran appoggia gli Houthi contro l’egemonia wahhabita filo-americana.
La propaganda occidentale che distorce la realtà
Non da ultimo, la propaganda: attraverso Hollywood e i media mainstream, l’Iran è dipinto come un “asse del male”, un pericolo nucleare imminente, ignorando che gli USA stessi hanno tollerato lo Shah quando possedeva armi atomiche in potenza. Questa narrazione serve a giustificare interventi militari indiretti, come il sostegno a Israele nelle incursioni contro proxy iraniani in Siria e Libano. L’obiettivo finale? Riconquistare l’Iran come alleato o satellite, completando il puzzle mediorientale: con Teheran sottomessa, gli USA controllerebbero dal Mediterraneo al Golfo, ponendo la pietra tombale sull’alternativa Eurasiatica e garantendo il flusso energetico verso l’Occidente. È una destabilizzazione calcolata, che sfrutta divisioni interne – etniche, religiose, attualmente soprattutto generazionali (come sempre d’altronde) – per erodere la coesione nazionale.
Trump alla fine del piano inclinato
In questa trama di assedio, un capitolo particolare merita l’amministrazione Trump, che ha impresso alla politica anti-iraniana un’impronta messianica e profondamente filo-ebraica, intrecciando interessi geostrategici con visioni apocalittiche e alleanze ideologiche. Donald Trump, sostenuto da una base evangelica che vede in Israele l’adempimento di profezie bibliche, ha elevato la lotta contro l’Iran a una dimensione quasi escatologica. La sua “massima pressione” – con il ritiro dall’accordo nucleare JCPOA nel 2018 e l’imposizione di sanzioni draconiane – non era solo un calcolo realpolitico, ma un atto impregnato di messianismo: Trump si presentava come il “protettore” scelto da Dio per accelerare la “fine dei tempi”, dove la difesa di Israele contro l’“anticristo” iraniano avrebbe preparato il ritorno del Messia. Questa narrazione, radicata nel sionismo americano, vedeva l’Iran come l’incarnazione del male profetico, un “Gog e Magog” moderno da sconfiggere per favorire l’Armageddon.
La dimensione filo-ebraica era ancor più evidente: Trump ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme, riconosciuto la sovranità israeliana sulle Alture del Golan e promosso gli Accordi di Abramo, normalizzando relazioni tra Israele e Stati arabi sunniti per isolare l’Iran sciita. Queste mosse non erano neutre; riflettevano stretti legami con Benjamin Netanyahu e lobby pro-Israele come AIPAC, che hanno plasmato una politica estera dove l’Iran diveniva il capro espiatorio per un’alleanza anti-sciita.
Riflettendo su ciò, emerge un paradosso profondo: Trump, icona del nazionalismo americano, ha subordinato gli interessi USA a una visione messianica che privilegia Israele, trasformando la lotta contro Teheran in una crociata ideologica. Questo approccio non ha indebolito solo l’Iran, ma ha polarizzato il Medio Oriente, rendendo ogni negoziato un atto di fede piuttosto che di diplomazia. È una politica che, sotto la patina populista, rivela la persistenza di un imperialismo camuffato da profezia (o viceversa di una fede religiosa che si muove dietro la politica e la comunicazione di massa), dove l’America agisce non per la propria sovranità, ma per quella di un alleato percepito come “eletto”.
Fascinazione iraniana
Eppure, al di là di questi assedi, l’Iran ha esercitato un fascino particolare nell’immaginario di una destra giovanile, rappresentando per molti anni un bastione autentico per la libertà dalla tirannia USA. Per una generazione disillusa dal liberalismo occidentale – con le sue ipocrisie sui diritti umani usati come arma geopolitica – Teheran incarna un modello di resistenza organica. Nella destra “alternativa” europea, l’Iran non è visto come un regime teocratico oppressivo, ma come un esempio di sovranità integrale: un Paese che ha respinto l’omologazione globalista, mantenendo la propria identità contro l’invasione culturale americana.
Una importante fascinazione per l’Iran è dovuta anche alla sua strenua opposizione al sionismo, per il sostegno alla causa palestinese e per la sfida aperta al “grande Satana” USA, percepito come portatore di decadenza morale e materiale. È un immaginario che contrappone l’austerità iraniana alla corruzione occidentale. Questa percezione ha radici profonde: negli anni ’80 e ’90, la destra radicale europea ha guardato all’Iran come alleato contro il “mondialismo ebraico-americano”.
Questa potrebbe essere l’ultima spallata
Detto ciò, una riflessione ed un’amara disillusione devono essere sancite qui. L’Iran, eroico nella sua vasta e lunga resistenza, appare ormai in balia delle onde mosse dal nemico americano. Le sanzioni hanno eroso l’economia, la pandemia ha amplificato le disuguaglianze, e le proteste interne rivelano crepe nel tessuto sociale. Con una popolazione giovane e connessa al mondo digitale, esposta a narrazioni occidentali, il governo nato dalla rivoluzione degli Ayatollah fatica a mantenere il consenso.
È – dal nostro umile punto di vista – la classica situazione in cui il figlio si ribella al padre. Oggi i giovani iraniani vengono illusi dagli agenti del sistema occidentale a trazione Israeli-statunitense, e per una manciata di “libertà” sessuale e di vestiti scadenti, smartphone e flussi continui di alcol, musica e turisti pieni di denaro, stanno svendendo la vera e più profonda libertà che l’Iran ha conquistato nel 1979. Ma come si può spiegare ad un figlio che la durezza del proprio padre è dovuta alla tutela del giovane? Che quella stessa durezza, se pur antipatica, ha garantito l’indipendenza della famiglia e la difesa della propria storia e radici?
Chi sarà il prossimo dopo l’Iran?
È solo questione di tempo dunque, prima che crolli definitivamente anche il baluardo iraniano, non per un’invasione diretta – troppo costosa e piena di problemi dopo Iraq e Afghanistan – ma per implosione interna, orchestrata da lontano. Questo rappresenta il vero problema per tutti quelli che credono davvero nella lotta contro gli USA: la caduta dell’Iran non sarebbe una vittoria della libertà, ma l’ennesima dimostrazione che l’impero americano, con la sua pazienza strategica, consuma i suoi avversari. In un mondo multipolare che si affaccia, perdere questa spina significa perdere un bastione contro l’unipolarismo, lasciando il campo libero a un “ordine” globale sempre più asfissiante. La riflessione ci impone di chiederci: chi sarà il prossimo a resistere, quando anche l’Iran sarà inghiottito dalle onde?
Sergio Saraceni
