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Lo "smart money" ucciderà Trump

di Pino Arlacchi - 22/03/2026

Lo "smart money" ucciderà Trump

Fonte: Il Fatto Quotidiano

I mercati finanziari sembrano impazziti. Era logico che la guerra contro l’Iran determinasse una corsa verso il bene-rifugio per eccellenza, l’oro, ed una simmetrica caduta del valore del dollaro. Sta avvenendo esattamente il contrario. Il dollaro sale e l’oro scende. Ciò dovrebbe contraddire la narrativa della dedollarizzazione e del tramonto dell’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. Gli investitori globali sembrano talmente convinti della superiorità americana e della forza di Trump da preferire la protezione del dollaro a quella che il metallo giallo offre da secoli in tempi di insicurezza.
In realtà, le cose stanno come dovrebbero stare, e l’impennata del dollaro si rivelerà presto come una beffarda conferma del trend principale. L’oro ritornerà in sella e il dollaro cadrà. Ma cadrà nei tempi e nei modi sufficienti per dare a Trump il colpo di grazia.
Cerco di spiegare il processo, che non è semplicissimo. E che non è decifrabile senza conoscere logica e modus operandi del protagonista di questa storia, che è quello che gli operatori chiamano Smart Money, il denaro dei potenti, quello che muove nel breve periodo i mercati finanziari del pianeta impinguando di soldi l’1% della popolazione. Il lettore mi perdonerà per l’excursus che segue sull’identità dello Smart Money e delle sue dinamiche, ma non voglio che l’analisi scada in una narrazione cospirativa priva di valore euristico.
Lo Smart Money non è una cabala malefica che decide in riunioni segrete le sorti del mondo. È l’incarnazione di una convergenza di interessi tra poteri palesi che condividono alcune preferenze di fondo: un dollaro stabile che conservi il suo ruolo di valuta di riserva globale; tassi d’interesse sufficientemente elevati da sostenere i profitti del capitale finanziario; una FED indipendente che risponda alle esigenze dei mercati più che alle direttive dell’esecutivo; un ordine commerciale multilaterale che preservi le catene del valore globali che generano i profitti incamerati dalla finanza.
Chi sono, in concreto, i titolari dello Smart Money? Non sono lupi travestiti da agnelli. Non sono altro che i soggetti più aggressivi e potenti della finanza mondiale: i fondi sovrani, i desks proprietari delle banche d’investimento, i gestori di patrimoni, gli hedge funds e derivati su larga scala, e talvolta anche pezzi della grande finanza istituzionale che non resistono di fronte al menu dei sontuosi banchetti allestiti dai banchieri a spese della massa degli ordinari risparmiatori.
Abbiamo descritto le basi, diciamo così, “onorevoli” del sistema della finanza mondiale. Ma l’operatività quotidiana dello Smart Money si fonda sul principio tanto sofisticato quanto, in fondo, truffaldino del pump and dump di un mercato, di un titolo azionario, di un bene. Pump and dump è una cruda espressione americana che corrisponde al concetto del pompa-e-spompa. Si gonfiano le aspettative generalizzate di rialzo dei prezzi di un bene o di una classe di beni – i metalli preziosi in tempi di incertezza, per esempio- , si aspetta che la domanda effettiva di quei beni si espanda, e quando la massa degli ignari investitori abbagliati dal guadagno sicuro ha collocato lì i suoi soldi, se ne fa scendere rapidamente il prezzo tramite enormi scommesse al ribasso, lucrando così sia durante il viaggio di andata che su quello di ritorno. Lasciando sul terreno quello che Michele Sindona chiamava “il parco buoi di Piazza Affari”.
È precisamente quello che accade oggi con l’oro, pompato e poi spompato con la scusa della guerra contro l’Iran, ed è quello che accadrà presto al dollaro, pompato oggi in alternativa controintuitiva all’oro, per poi essere spompato domani allineandosi ai trend di medio e lungo periodo. La firma dello Smart Money dietro questi processi è inconfondibile.
La finanza mondiale sta accumulando montagne di soldi sull’altalena tra dollaro e oro. Ma nel corso dell’abbuffata essa si gode gli effetti di un non disprezzabile vantaggio collaterale: la distruzione di Trump e della sua politica economica.
La Trumpeconomics si fonda su quattro pilastri interdipendenti: dollaro debole per favorire le esportazioni americane; bassi tassi d’interesse per ridurre il costo del servizio del debito federale e stimolare gli investimenti interni; dazi elevati per scoraggiare le importazioni e proteggere la manifattura domestica; riduzione del deficit attraverso la crescita nominale dell’economia.
Questi pilastri stanno in piedi solo se l’inflazione rimane sotto controllo. Ma è la crisi iraniana che li fa crollare simultaneamente.
Il dollaro si sta apprezzando inesorabilmente, spinto dalla domanda aggiuntiva di petrodollari e non per virtù intrinseche dell’economia americana: chi ha bisogno di petrolio ha bisogno di dollari per comprarlo. Ma un dollaro forte penalizza le esportazioni e i dazi, in un’economia dentro cui i prezzi dell’energia aumentano fortemente, diventano un moltiplicatore inflazionistico anziché uno strumento di protezione industriale: il consumatore americano paga più cara sia la bolletta energetica che i beni importati rincarati dai dazi. Il potere di acquisto degli elettori MAGA viene così ad erodersi. L’inflazione rende insostenibile il mantenimento di bassi tassi d’interesse, obbligando la Federal Reserve a muoversi in direzione opposta alle preferenze presidenziali. In cima alla torta c’è poi la candelina del debito di guerra davvero fuori controllo dopo i 200 miliardi di dollari aggiuntivi appena stanziati per la difesa.
Il meccanismo di distruzione di Trump è elegante nella sua perversità: non si tratta di un attacco diretto alle sue politiche economiche, che Trump potrebbe usare per mobilitare una solidarietà populista, ma di una serie di conseguenze che appaiono come effetti naturali della guerra, della crisi, dei mercati. La grande finanza non si oppone frontalmente al presidente. Lo mette semplicemente di fronte a una realtà economica che rende le sue politiche dannose per i consumatori e incoerenti con le promesse elettorali.
Finita la guerra, finito Trump, finita l’ultima abbuffata, lo Smart Money dovrà considerare come posizionarsi dentro un mondo non più favorevole a Wall Street. Il mondo della dedollarizzazione, dei mercati asiatici vincenti, e della Cina trionfante su tutti i piani. Ma questa è un’altra storia.