Maduro come Assad?
di Enrico Tomaselli - 03/01/2026

Fonte: Giubbe rosse
Come sempre, non è facile comprendere gli avvenimenti mentre sono in corso, tanto più quando le informazioni sono frammentate, a volte imprecise o del tutto false. Ciò nonostante, un primo tentativo di analisi di quanto accaduto in Venezuela è doveroso farlo.
Cominciamo col dire che un attacco da parte delle forze statunitensi era chiaramente inevitabile. Da troppo tempo - mesi oramai - le forze aeree e navali degli Stati Uniti si trovavano dispiegate al largo delle coste venezuelane, con il magro bottino di un paio di dozzine di motoscafi affondati, ed un centinaio di poveri cristi ammazzati - che fossero manovalanza dei narcos o meno. E del resto, lo avevamo detto più volte che sarebbe andata così.
Da quello che sappiamo, però, sembrerebbe che a parte una dozzina di attacchi contro obiettivi militari e civili - tra cui, pare, il mausoleo funebre di Chavez, giusto per confermare l'assoluta miseria umana degli yankee - il fulcro dell'operazione è stato la 'cattura' del presidente Maduro e della moglie. Non se ne sa molto, c'è la dichiarazione di Trump ed una foto che lo ritrae tra due uomini della DEA. Alcune cose sono però abbastanza sicure.
Innanzi tutto, non c'è praticamente stata alcuna difesa dall'attacco. Di fatto, non solo le difese aeree non sono state attivate - cosa che potrebbe pure avere un senso - ma persino gli elicotteri statunitensi sono potuti volare ed atterrare indisturbati, segno che anche a livello di unità di fanteria non è stata effettuata alcuna azione di contrasto. Il che porta a supporre che ci sia stato un ordine in tal senso. Anche il fatto che insieme a Maduro sia stata presa la moglie, induce a pensare più che ad una cattura ad una consegna concordata. Del resto, si ricorderà che non molto tempo fa era circolata la notizia di una trattativa appunto per una 'ritirata' di Maduro all'estero, che allora poteva anche sembrare una operazione di psy-ops, per gettare discredito e dividere i vertici venezuelani, ma che alla luce degli avvenimenti di stanotte assume tutt'altro aspetto.
Vedremo nei prossimi giorni cosa accade, se l'ex presidente del Venezuela viene portato in un paese terzo, oppure se viene - come dicono da Washington - tradotto negli states e sottoposto a processo. In tal caso, vorrà dire che l'hanno anche fatto fesso.
Diverso è invece il discorso per quanto riguarda il regime bolivariano. L'operazione militare sembra conclusa, e del resto una vera e propria invasione sarebbe troppo rischiosa, militarmente e politicamente; è quindi probabile che, a parte l'uscita di scena di Maduro, non ci sia alcun regime change a Caracas. Vedremo nelle prossime settimane se invece cambierà qualcosa nei rapporti tra la capitale caraibica e quella statunitense - e soprattutto con le aziende petrolifere USA.
Più in generale, tutta l'operazione mi sembra ricordare piuttosto l'Operazione Midnight Hammer, l'attacco statunitense ai siti nucleari iraniani. Ovvero una gigantesca mise en scene, che ha sostanzialmente lasciato le cose come stavano prima, tanto che avrebbero potuto denominarla Operazione Ocelot…
C'è però da sottolineare come tutto ciò dia un colpo, forse definitivo, ad ogni residua parvenza di diritto internazionale, che lascia definitivamente il posto all'esercizio della forze bruta come unico parametro delle relazioni tra stati. E da questo punto di vista, ancora una volta l'Europa si conferma avere delle leadership di perfetti imbecilli; avallare questa deriva, infatti, mette proprio la debolissima Europa alla mercede di chiunque. Se domani Trump deciderà di prendersi la Groenlandia, lo farà senza alcun problema.
E per restare in tema di isole contese, se domani Pechino vorrà a sua volta riprendersi Taiwan, gli Stati Uniti avranno ben poco da obiettare. E - a mio avviso - questa mossa statunitense in realtà avvicina il momento. La Cina non aspetterà che Washington sia in grado di impegnarla anche militarmente, per procedere alla riunificazione del paese.
Proprio oggi avevo dedicato il podcast alla necessità di imporre brutalmente uno stop all'aggressività statunitense. Ma la prima reazione russa sembra andare invece in direzione diversa. A parte una scontata solidarietà ed il sostegno alla leadership ed alla sovranità, Mosca si dice "pronta a sostenere il dialogo tra le parti in conflitto". Come se fossero sullo stesso piano. Un errore di valutazione che non so spiegarmi sino in fondo.

