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Nessun paese al mondo può governare il mondo

di Marcello Veneziani - 15/01/2026

Nessun paese al mondo può governare il mondo

Fonte: Marcello Veneziani

Ma davvero pensiamo che bisogna intervenire a sostegno dei manifestanti ovunque scoppia la protesta di piazza contro un regime oppressivo? In Venezuela, poi in Iran, magari un domani in Corea, o a Taiwan e dopodomani in Russia, in Cina, anche in Turchia, per non dire nei paesi africani, come la Nigeria o il Sudan, nell’Asia, a Cuba e ancora altrove… E che dire dei paesi arabi, alleati con gli Usa, in cui non c’è libertà rispetto dei diritti civili, parità? E in Palestina e paraggi, come mai nessun intervento davanti a una catastrofe umanitaria?
Nessun paese al mondo si può caricare sulle spalle l’intero pianeta e soccorrere ovunque si accenda un focolaio di protesta contro un regime oppressivo. Ammesso che ogni rivolta di piazza sia davvero espressione di un sentire generale, veramente maggioritario e autentico, non indotto dall’esterno. Primo, perché nessun Paese può detenere il monopolio del diritto internazionale, e decidere di sua iniziativa unilaterale, senza alcun accordo internazionale quando, come e se intervenire, ingerirsi nella vita di un paese e quando no. Secondo, perché finirebbe con l’intervenire solo laddove è possibile e magari vantaggioso farlo. Terzo, perché sarebbe in guerra permanente, con ulteriore escalation di morti e distruzioni. Quarto, perché gli interventi democratici o umanitari a volte peggiorano le situazioni anziché migliorarle: basterebbe pensare negli ultimi anni agli interventi in Iraq, in Libia, in Siria, o alle primavere arabe, dove per abbattere dittatori abbiamo favorito guerre tribali tra bande di fanatici, favorendo poteri anche peggiori. Quinto, perché alla fine a decidere se intervenire o meno, sarebbe solo una questione di forza, come del resto è sempre successo. Ovvero intervengo solo dove posso imporre le mie condizioni, altrimenti sto alla larga. Se non vogliamo andare indietro nei secoli, torniamo alla nostra infanzia o alla nostra giovinezza: qualcuno a Occidente ha mai osato difendere l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia quando venivano invase dai carri armati sovietici e venivano represse nel sangue le rivolte di popolo? Qualcuno ha mai pensato di intervenire in Tibet quando la Cina di Mao massacrava interi popoli ed estirpava la civiltà tibetana? E la stessa cosa potremmo dire anche di guerre e bombardamenti fatti dagli Stati Uniti e da alcuni paesi europei, un tempo colonialisti. Non solo non lo ha fatto nessuno ma nessuno ha mai osato chiederlo pubblicamente.
E tornando alle insurrezioni in corso in America Latina e in Iran, la contrapposizione non è così elementare come ce la rappresentano i media e gli opinion makers occidentali: non c’è da una parte il Popolo e dall’altra il Potere, il Bene contro il Male ma il popolo è diviso tra chi sostiene il regime o quantomeno lo sopporta e non vuole che siano potenze straniere a ingerirsi e decidere la loro sorte e chi scende in piazza contro il regime e lo avversa con tutte le forze. Il massimo che la comunità internazionale può pretendere è che si facciano elezioni libere in modo che si decida se la maggioranza siano i primi o i secondi. Certo, il popolo sovrano non sempre esprime le decisioni più sagge, e troppi fattori influenzano le scelte; ma meglio quel criterio che altri. Ma l’auspicio che si voti è un appello, non può essere un’imposizione armata: le democrazie non si esportano con i bombardamenti.
Il vero problema è che non c’è un Superpotere mondiale che ha la forza, l’autorevolezza e la saggezza di sorvegliare i singoli paesi e i singoli regimi, fino a rovesciarli. Non c’è una forza internazionale che esprima un potere sovraordinato e planetario; l’Onu ne è solo la scialba e spesso faziosa controfigura. Non c’è un Re del Mondo, non c’è un Monarca Universale, non c’è un Supremo Arbitro che possa decidere in ultima istanza le controversie e avere poi la forza di imporre la giustizia. E nessun paese, inclusi gli Usa, può arrogarsi di farlo al suo posto; anche perché ogni paese lo fa a partire dai propri interessi geostrategici, economici, militari. Il “pregio” di Trump è quello di aver fatto cadere ogni velo di ipocrisia umanitaria e di aver mostrato la realtà com’è, la cruda verità, intervenendo solo dove sono in gioco gli interessi americani.
E allora qual è il rimedio? Non c’è una soluzione salvifica, c’è solo l’equilibrio internazionale; equilibrio di forze, innanzitutto. Partendo dalla comune convinzione che un conflitto peggiorerebbe la situazione, allargherebbe i danni e le vittime ed è dunque da escludere. L’equilibrio nasce dal realismo di considerare le forze in campo e trovare tra queste un mai definitivo ma sempre utile punto di tregua e di compromesso. Se le maggiori potenze mondiali sono gli Usa, la Cina, la Russia e l’India, e poi la Turchia, il Brasile, l’Europa e altre realtà, nessuna – da sola – è in grado di decidere le sorti del mondo e in caso estremo di dominare sul resto del mondo. Il massimo dell’equilibrio che si può ottenere nasce semmai dal fatto che se una superpotenza decide di primeggiare su tutte le altre, allora saranno tutte le altre, unite, a impedirlo; senza arrivare alla guerra, semplicemente schierandosi. Il pericolo costante è che qualcuno possa sfidare questo equilibrio o peggio che due superpotenze possano coalizzarsi contro le altre. Questo porterebbe a una catastrofe mondiale.
In questo quadro, qual è il ruolo e il rango dell’Europa unita?
Non certo quello di competere sul piano militare, demografico o tecnologico con le superpotenze, e nemmeno quello di rinserrarsi con gli Usa e barricarsi dentro la categoria armata di Occidente, in opposizione all’Est, al Sud, al resto del mondo. Ma quello di diventare il baricentro del mondo, il punto cruciale tra i quattro punti cardinali in cui si può perseguire il bene dell’equilibrio, il bilanciamento delle forze. Luogo di sintesi e di negoziato, visivamente espresso nel bacino Mediterraneo, luogo di mezzo per eccellenza.
Non è l’utopia del mondo perfetto, e nemmeno la pretesa del mondo migliore, ma è semplicemente la scelta possibile più vicina al mondo reale e più in grado di migliorarlo. Nell’equilibrio non si sradica il male, non trionfa il bene ma si raggiunge un’intesa perché ogni fattore incida meno possibile sulla situazione generale e magari su quella locale. Poi, certo, a supporto, restano la via diplomatica, le pressioni internazionali, i negoziati. E i do ut des, per circoscrivere e ridurre i mali. Insomma, non abbiamo altra scelta che pensare a un mondo plurale, policentrico, un poligono di forze in equilibrio precario. Chi cerca soluzioni migliori di solito lavora per peggiorare la situazione. La via dell’inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni. L’equilibrio cammina su un filo, ma è l’unica strada per raggiungere la meta.