Quel confine tra fantasia e realtà
di Lucio Caracciolo - 25/01/2026

Fonte: La Repubblica
C’era una volta la fantapolitica, ben distinta dalla realtà. Non più. Donald Trump ha abbattuto la barriera tra fantasia e realtà. E si diverte un mondo a lasciare agli altri di indovinare dove finisca la fantasia e cominci la realtà. Il dubbio è che non lo sappia nemmeno lui. Il pokerismo senza limiti, in cui Trump bluffa inconsciamente contro sé stesso, gli dà visibile piacere. Ma nuoce alla salute sua e della sua nazione. Perché la credibilità è il fondamento del potere.
All’inizio Trump poteva sembrare divertente. Adesso nessuno ride più. Nemmeno quei leader europei abituati a snocciolare in pubblico il rosario degli omaggi al Numero Uno salvo tirargli calci sotto il tavolo per poi risorridergli a favore di telecamera.
Meno di tutti ridono i canadesi. Titolari del secondo Paese più grande al mondo, confinante con il terzo, gli Stati Uniti, il cui presidente promette di annettere il Canada, suo «amato cinquantunesimo Stato».
Parrebbe fantageopolitica, indisciplina che non rispetta i canoni della fisica: uno Stato sovrano è inghiottito da un altro la somma dei cui Stati federati è minore dell’incorporando. Il primo ministro canadese vi scadrebbe a governatore — così Trump si riferisce a Mark Carney. Non è chiaro quale sarebbe il destino del capo di Stato, re Carlo III, che incarna la Corona del Canada. Salvo la Casa Bianca non voglia annettersi Buckingham Palace, quale ariosa dépendance.
A prendere sul serio i sogni di Trump sono le Forze armate canadesi. Use per professione al principio di cautela, quindi a considerare lo scenario peggiore, trattano il rischio d’invasione da parte del cugino meridionale come non fantapolitico. Pericolo accresciuto dal fatto che alcuni reparti canadesi sono inquadrati in divisioni americane, quindi agli ordini di Trump.
Il governo di Ottawa ha lasciato filtrare informazioni sui giochi di guerra con cui i vertici militari studiano i possibili esiti di una guerra con gli Usa. Naturalmente non ci sarebbe partita. Entro un paio di giorni Washington potrebbe dichiarare vittoria. I rinforzi che stando ai wargames Carney dovrebbe chiedere a Macron e Starmer in quanto responsabili delle ex potenze imperiali di riferimento non farebbero in tempo a varcare l’Atlantico — escluso ovviamente (?) il ricorso ai rispettivi arsenali atomici.
Ma non finirebbe qui. La resistenza canadese scatenerebbe guerriglia per rendere la vita impossibile agli invasori. Nella pianificazione locale si prendono a modello le tattiche dei mujahidin afghani contro i sovietici. Insieme all’uso di droni in stile ucraino e di altre armi impiegabili in un conflitto super-asimmetrico. Non si hanno dettagli sull’impiego delle Giubbe Rosse.
L’aspetto più interessante di tale pianificazione anti-americana è che sancisce la crisi dei Five Eyes, la famiglia delle intelligence anglosferiche formata dal Regno Unito con Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda.
Questo genere di pianificazione non è nuovo in ambito Nato. Gli “alleati” custodiscono negli armadi dei veleni studi sempre aggiornati sulle possibili guerre contro nemici storici, finora convertiti alle buone maniere dalle sconfitte che si sono reciprocamente inflitti. E dall’America. Nell’eventualità — ieri fantastica oggi tangibile — che un altro Stato atlantico minacci il proprio, in violazione dell’articolo 1 del Trattato di Washington (1949). Come nel caso degli Stati Uniti contro la Danimarca per mettere le mani sulla Groenlandia, apparentemente sedato dalla vaga intesa Trump-Rutte, stipulata alle spalle di Copenaghen e Nuuk.
I giochi di guerra canadesi non sono futile esercizio per militari annoiati dalla routine ma adeguamento al tempo di guerra segnato dalla rottura del cosiddetto “ordine basato sulle regole”, s’intende americane. Corollario pratico della dottrina Carney esposta a Davos. Momento di candore nel torpore della politica atlantica sopraffatta dalla velocità della rivoluzione mondiale in corso. Con tanto di enfasi sul raddoppio entro il 2030 delle spese per la difesa, basata sull’industria canadese.
Quando l’ordine mondiale si rompe e il fard della retorica si scioglie più rapidamente dei ghiacci artici, solo chi varca il muro tra pseudorealtà ideologica e realtà effettuale può sperare di salvarsi. Difficile che lo capisca il mago della Casa Bianca. Almeno un merito gli va però riconosciuto: Trump ci costringe a non mentire a noi stessi. O dovrebbe costringerci.
