Sabbie mobili
di Enrico Tomaselli - 08/06/2026

Fonte: Giubbe rosse
Gira che ti rigira, la palla torna sempre in grembo a Trump. Il conflitto - tanto avventatamente quanto sventuratamente da lui scatenato in Asia Occidentale - è prevedibilmente una patata bollente assai difficile da maneggiare, ma per quanto cerchi disperatamente di trovare una via d’uscita, alla fine il nodo di tutta la questione riemerge sempre e comunque, e nessuno può risolverla se non il presidente degli Stati Uniti. Solo che è una classica situazione lose-lose. Perché, scarnificato di tutte le incrostazioni storico-politiche di una delle regioni più complesse del pianeta, il nodo è quello: il rapporto tra USA ed Israele. E se gli interessi dei due paesi divergono, o si separano, o uno dei due impone la propria volontà all’altro. Questa è precisamente la scelta che Trump ha dinanzi. Ma lui non è in grado, se non limitatamente (solo su alcune cose, solo in una certa misura, solo per un po’ di tempo) di imporre la sua volontà ad Israele. Ma non può nemmeno separarsene - anzi, i legami militari si fanno sempre più stretti, e quindi sempre più difficilmente rescindibili.
Allo stato attuale, è evidente che Washington usa Tel Aviv per cercare di intimorire Teheran, e comunque per tenerla sotto tensione. Tutte le pantomime tra Trump e Netanyahu sono ridicole, i due si coordinano su tutto. Inoltre, gli USA cercano chiaramente di dividere le questioni l’una dall’altra (Palestina, Libano, Yemen, Iran...), non solo per negare in nuce la causa di tutti i conflitti - ovvero la presenza di Israele - ma anche per smontare pezzo dopo pezzo il blocco nemico. Un gioco al quale però l’Iran non si presta, ed anzi gestisce l’escalation - sempre e soprattutto sul piano politico.
Una cosa va chiarita, ai tifosi da stadio. L’Iran gioca una partita strategica, che quindi guarda ai risultati di medio-lungo periodo, non agisce per dare soddisfazione agli hooligans della curva Sud. Quindi, è pronto alla ripresa della guerra, ma ciò non significa che la voglia. Se può, la evita.
Ricapitolando un attimo gli avvenimenti degli ultimi giorni, possiamo leggerne in filigrana il filo conduttore.
Teheran ha detto molto chiaramente che è disposta a discutere di una fine del conflitto, solo a condizione che riguardi l’intero teatro, e non solo il Golfo Persico. Ma questo è un grosso problema, per l’amministrazione Trump. Non l’unico, forse nemmeno il più importante, ma di sicuro il più ostico da risolvere. Perché Tel Aviv può accettare lo stop al conflitto con Teheran - nel quale è in svantaggio - ma non può né vuole accettarlo per quanto riguarda gli altri fronti. Quindi in prima battuta ha fermato Netanyahu, che nei giorni scorsi aveva minacciato un bombardamento massiccio su Beirut, ma poi - visto che il negoziato si incagliava anche su altre questioni - il leader israeliano è tornato alla carica. Quindi, con ogni probabilità hanno concordato di tastare il terreno. L’aviazione israeliana ha colpito Beirut, ma in modo assai limitato - un solo obiettivo, un palazzo presuntamente sede di un comando di hezbollah. A questo, l’Iran ha risposto, ed è la prima volta che reagisce militarmente ad un attacco non contro il proprio suolo. Ma la risposta è altrettanto limitata: solo missili balistici (intercettabili), in ondate di pochi missili in successione (rendendo più semplice l’intercettazione) su obiettivi non particolarmente sensibili. Il messaggio non è la forza della risposta, ma appunto il semplice fatto che ci sia stata. Teheran ha spostato un po’ più in là gli equilibri. A sua volta, Israele ha contro-risposto, attaccando una serie di obiettivi già colpiti in passato. Anche l’Iran ha continuato con qualche lancio, dopodiché si sono entrambe fermati - per il momento. Ma il comunicato delle forze armate iraniane dice che sono pronti a riprendere gli attacchi, in misura anche maggiore, se Israele attaccherà il Libano. Non (soltanto) Beirut, ma il Libano. Quindi, cercano di spostare ancora un po’ più in là gli equilibri. E qui siamo, appunto, a quanto dicevo all’inizio. Perché le mosse e contromosse iraniane, sempre accuratamente calibrate, restringono i margini di manovra del nemico, e perciò rimandano la palla a Trump, che o riesce a fermare Netanyahu, o si vede precludere la strada negoziale - ed appare anche debole nei confronti del leader israeliano.
Ed il nodo torna al pettine. L’IDF, infatti, continua a bombardare il sud del Libano, sfidando apertamente l’Iran - e, in buona sostanza, anche gli USA. Parlando a Channel 11, funzionari israeliani hanno detto che cessano il fuoco contro l'Iran, ma non lo faranno nel sud del Libano, nonostante le minacce iraniane.
Chiaramente, Tel Aviv punta a far inasprire le tensioni, ed in ultima analisi a sabotare le ipotesi di accordo tra Washington e Teheran. Ovviamente, a questo punto gli iraniani sono costretti a rispondere in qualche modo, altrimenti perderebbero di credibilità - non solo verso Hezbollah e la stessa popolazione iraniana, ma anche rispetto agli Stati Uniti ed Israele. Vedremo nelle prossime ore come evolve la situazione, ma ovviamente il punto riguarda assai più ampiamente la questione, e appunto nei termini suindicati.
Israele gioca due partite, una cercando di assecondare gli Stati Uniti e di coordinarsi con loro, e l’altra cercando invece di costringerli surrettiziamente a far prevalere gli interessi israeliani su quelli statunitensi. A loro volta, anche gli USA giocano due partite, una pseudo-negoziale, e comunque estremamente contraddittoria, ed una in cui usano Israele come il cane pazzo per tenere l’Iran (e l’Asse della Resistenza) sotto pressione. In questa, simulano anche una dialettica polemica, che fa gioco sia a Washington che a Tel Aviv.
Ovviamente, il problema è che invece l’Iran gioca una partita unica, ed ha ben chiaro sia quali sono i suoi obiettivi tattici e strategici, sia qual è il gioco truccato israelo-statunitense. Come dicevo all’inizio, è una classica situazione lose-lose. Qualunque mossa faccia Trump, perde. Apparentemente, la sua risposta a questo è semplicemente non fare alcuna mossa. Con tutta evidenza, da quando ha dovuto fermare la fase cinetica del conflitto, non ha fatto altro che prendere tempo, senza avere però alcuna idea concreta su come sbloccare l’impasse. E così, di fatto, sono gli altri attori - con le loro mosse e contromosse - a determinare l’evoluzione del quadro. Che proprio in conseguenza di ciò si modifica in un modo che sfugge totalmente al controllo della Casa Bianca, e Trump finisce per apparire in balia degli avvenimenti. È lui il solo che può scegliere che mossa fare, ma poiché - appunto - ogni mossa sarebbe una sconfitta, sceglie di non scegliere. Non bisogna mai dimenticare che lui è, indiscutibilmente, un narcisista patologico. E questo non significa semplicemente che ama essere considerato sempre il migliore, un vincitore, ma è una vera e propria distorsione cognitiva, che agisce a 360°; il narcisista patologico rifiuta la realtà, quando questa non combacia con le sue aspettative.
Rifiutare l’idea di aver commesso un errore clamoroso, lo porta a restare fermo ed impettito, mentre sprofonda nelle sabbie mobili su cui si è improvvidamente avventurato.
