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Salto nella luce?

di Lorenzo Merlo - 31/08/2025

Salto nella luce?

Fonte: Lorenzo Merlo

Nonostante la situazione geopolitica, eufemisticamente drammatica ed esistenzialmente esiziale, non possa che far guardare al futuro con tremante timore, sopravvive in essa il seme di una speranza di luce.
Dell’agonia dell’egemonia mondiale statunitense se ne parla da tempo. La bandiera multipolarista dei Brics ne è il vessillo sul pennone più alto, visibile a tutti. In ordine sparso, Putin, Xi jinping, Modi, Lula, i referenti fondatori della nuova geopolitica, stanno lavorando a uno stato mondiale fondato sul reciproco rispetto e sulla collaborazione. Stanno così dichiarando ai prostrati filoccidentali che il criterio cowboyco degli statunitensi è vicino al termine. Criterio che, con i suoi Texas Ranger armati di mitra e di banconote, aveva confinato in apposite riserve di apparente libertà e democrazia – ma di sicuro controllo – molti paesi del mondo. E che così, grazie alla motivazione dello spirito del Destino manifesto, avrebbe proseguito per mantenere e imporre il proprio modello di pace fondata sul consumo come valore, sull’opulenza come progetto, sull’evirazione della consapevolezza della realtà come culmine.
Di tale tramonto egemonico, tra le righe di quanto si legge e si sente nei canali che non siano i giornalacci pornoinformativi blasfemamente corretti e le emittenti parigrado, si coglie l’auspicio che sia breve. L’idea della caduta dell’astro occidentale oltre l’orizzonte della sua egemonia propaga una vibrazione d’energia, che si somatizza nella speranza dell’avvento di una realtà differente da quella in cui siamo, giocoforza, costretti a vivere attualmente, e da tempo, con impotenza politica e pena esistenziale.
La speranza di liberazione dall’attuale paradigma socio-politico-economico-esistenziale sorge anche dall’essersi sentiti invasi da domande incredibilmente perfino più potenti di quelle imperiture. Chi siamo? Che facciamo qui? Da dove veniamo? C’è uno scopo? Dio esiste? Interrogativi universali che hanno perso la testa della classifica, superati e distaccati da quelle storiche e caduche quali Come siamo potuti finire nel punto in cui ci troviamo? Come è possibile essere guidati da politici non eletti, le cui parole non hanno nulla a che vedere con quanto le nostre orecchie avrebbero bisogno di sentire? Come possono seguitare a stare dove stanno, senza nessuno che li cacci via? Come mai non è ancora emerso un nuovo Gavrilo Princip, capace di far sentire la voce che il regime non ascolta? E la democrazia? Cosa ha a che vedere con l’andazzo censorio, repressivo, con l’imposizione di valori a mezzo di ingiunzioni dedicate a minoranze, la cui mancata accondiscendenza comporta la condanna politicamente corretta del reo, secondo il codice unico del pensiero unico? Nell’insieme, un miasma di virus infettivi per la salute delle identità, da quelle individuali a quelle comunitarie, di varia unità di misura?
I volteggi della speranza di un nuovo paradigma sono sospinti anche dallo stato di mortificazione di coloro che la vivono. Uno stato talmente prostrato che abbisogna di un lenitivo a cui provvede il dottor Rimozione. Una saggia figura nascosta in noi che, quando serve, impone di andare oltre la pena, vincolando l’immaginazione a configurare soltanto il bello e il buono. Un espediente per prevaricare il tratteggio e la predizione di possibili controindicazioni. È l’inconsapevole psicologia del rivoluzionario, il quale dopo i bagliori dell’avvento per cui ha combattuto, gradualmente o meno, scivola a riproporre quanto aveva voluto estirpare.
Intanto, quando ci si dedica a immaginare una realtà non più fondata sull’avidità e le sue prepotenze, ma sul reciproco rispetto e collaborazione, oltre alle decine di conflitti nel mondo provocati, sostenuti, mantenuti e progettati dal sistema di pensiero Nato-statunitense, anche la Gaza-mattanza e l’Ue-Nato-ucraino-follia passano in secondo piano.
Il sistema attuale, come una bombola d’ossigeno dai costi proibitivi, permette alla bruxelliana Vergogna Europea di sopravvivere. Nonostante i suoi 450 milioni di costituenti, di cui 359 con diritto di voto, è nelle mani di una manciata di feudatari, seduti su uno scranno autoreferenziale, appoggiato sul vuoto di un negato suffragio universale. Re, regine, principi e vassalli, teste dipendenti da fili che le guidano, senza corpo politico democratico, senza vene in cui correre verso la luce, nella cui idraulica centralizzata scorre sostanza blu, invece del sangue pulsante di comunità.
Una Vergogna Europea che, come ce ne fosse ancora necessità, ha dato dimostrazione del misero peso internazionale in occasione dell’incontro a Washington del recente 18 agosto 2025, seguito a quello in Alaska, di tre giorni prima, tra Trump e Putin. Dopo essersi indignata per l’estromissione dal tavolo delle trattative sulla vicenda ucraina, evidentemente dimentica d’aver fomentato la guerra senza soluzione di continuità, ha fatto valere la propria voce per la pace, proseguendo sulla medesima linea di sostegno a oltranza della guerra.
La riduzione a pedone dell’Unione Europea, ammesso sia mai stata qualcosa di più, implicita nella dinamica relazionale internazionale, è un esito che, per tutti noi vergogna-europei d’anagrafe ma non di spirito, ha del buono, in quanto goccia che va ad alimentare la speranza dell’avvento del cambio mondiale-geopolitico.
Dopo l’Alaska, Putin ha dato il merito dell’eventuale fine della guerra a Trump. Una mossa che è carburante per il MAGA e, contemporaneamente per la linea guida Brics dedicata alla multipolarità. Mentre Trump ha sostenuto l’ex agente Kgb sul diritto di includere nei confini russi i territori militarmente conquistati. Azione che, a sua volta, disponeva di un doppiofondo, in cui giaceva il contratto di diritto di sfruttamento del sottosuolo – leggi terre rare indispensabili alla tecnologia digitale – e forse di ricostruzione di impianti e industrie incenerite dalla guerra speciale di Vladimir. Dunque, ad Anchourage – come in tutte le relazioni, e chissà quante volte nella storia – tra il judoka russo e il biondo Donald si è giocata una partita truccata, una messa in scena per un’audience immensa. Se c’era da consolidare un rapporto e guadagnare un punto a testa, ognuno dei due l’ha fatto vincere all’altro.
Che fare? – si chiede Trump – per uscire dall’impasse di un possibile, se non probabile, nuovo equilibrio multipolare? C’è una risposta non difficile. Frantumare la nocciolina Europa entro il nuovo schiaccianoci vincolato all’Artide, tra Stati Uniti e Russia. 
Se è legittimo ritenere che Trump, per il suo MAGA, voglia uscire dal conflitto ucraino anche al fine di normalizzare le relazioni con la Russia e con la Cina – e così trovare un suo posto nel multipolarismo – lo è altrettanto sospettare che il deus ex machina di tutta questa geopolitica corrisponda al timore statunitense di un declino verso l’instabilità interna e l’autarchia. 
Un geopolitico in cui l’Unione Europea non è che una comparsa sullo sfondo. Figura marginale e risibile ormai impotentata rispetto al suo progetto, fondato sull’Euro, di elevarsi per sedersi al tavolo in cui si fa sul serio.
Speriamo! Sì, perché, oggi, qualunque evoluzione che spazzi via questa inimmaginabile orwelliana Vergogna Europea pare meglio dell’attuale stato delle cose.
Un salto nella luce o un ritorno all’eros della vita, a mezzo del quale la storia delle nazioni europee potrà essere recuperata, quando la provincialità internazionale sarà finalmente raggiunta quale conto da pagare per la sequela di nefandezze di cui è stata ed è capace.