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Segreto, Anomia e Potere: il caso Epstein come paradigma della crisi dell’autorità occidentale

di Roberto Buffagni - 20/02/2026

Segreto, Anomia e Potere: il caso Epstein come paradigma della crisi dell’autorità occidentale

Fonte: Frontiere

Introduzione: il caso Epstein come problema simbolico
Il cosiddetto “caso Epstein” non può essere compreso adeguatamente come semplice concatenazione di reati individuali, né come scandalo giudiziario circoscrivibile. Esso pone un problema di ordine più profondo: rivela una logica strutturale del potere che attraversa le istituzioni politiche, culturali e simboliche dell’Occidente contemporaneo.
L’interesse del caso non risiede tanto nella sua eccezionalità, quanto nel suo carattere paradigmatico. Senza forzare i dati disponibili, è possibile isolare una configurazione esoterico-settaria logicamente inducibile, caratterizzata da: centralità di un catalizzatore umano, asimmetria radicale del sapere, uso del corpo come vincolo, selezione elitaria e protezione tramite segreto compromettente. Questi tratti non rimandano a una “setta” in senso religioso classico, ma a una forma di organizzazione del potere fondata sulla compromissione e sulla gestione dell’anomia.
Questo saggio intende interrogare una questione precisa: perché una simile forma di potere ha bisogno strutturale di segreto, ricatto e apparati informativi opachi, e in che modo tale esigenza si intrecci con la crescente egemonia dei servizi segreti negli Stati occidentali, in analogia con dinamiche già individuate da Hannah Arendt nei regimi totalitari del Novecento.

Autorità, Legge e rischio: la fragilità strutturale dell’autorità
Ogni forma autentica di autorità — spirituale o temporale — è vicaria: essa rinvia a un fondamento assente. L’autorità ecclesiale rinvia a Cristo; l’autorità politica alla legittimità del popolo, della legge o della tradizione. In entrambi i casi, il fondamento non è presente come garanzia empirica: l’autorità esiste solo nella misura in cui accetta il rischio della propria non-garanzia.
Questa fragilità non è un difetto, ma la condizione stessa della Legge, che l’autorità è chiamata a garantire. L’autorità autentica deve sapere che il male esiste, che essa stessa vi partecipa, e che il suo compito non è eliminarlo — impresa gnostica e illusoria — bensì trattenerlo (kathéchein).
La modernità illuministica, nel suo impulso più radicale, ha invece tentato di rimuovere questo dato tragico, negando il peccato originale e concependo la storia come processo di progressiva eliminazione del male. Il risultato paradossale è che, venuto meno il riconoscimento del male, viene meno anche la capacità di limitarlo.

Assunzione tragica del male e cinismo sistemico
È qui decisiva la distinzione tra assunzione tragica del male e cinismo sistemico.
Nel primo caso, il male è riconosciuto come reale e non eliminabile; ciò impone limiti all’azione, conserva il pudore del male, preserva la parola data come vincolo simbolico. Nel secondo caso, il male non è più problema, ma strumento: non viene negato, bensì normalizzato, amministrato, utilizzato.
Il tratto distintivo del cinismo sistemico non è la crudeltà in sé — storicamente onnipresente — ma la perdita del pudore del male. Non solo si compie il male, ma non si avverte più la necessità di nasconderlo, giustificarlo o confessarlo. Il male diviene infrastruttura del potere.
Segreto e compromissione come sostituti della legittimità
Un potere che ha rinunciato alla verità non può reggersi sulla legittimità simbolica; deve allora fondarsi sulla compromissione. Il segreto, in questo contesto, non ha nulla di iniziatico o misterico: è puramente funzionale.
La compromissione produce un legame negativo: non adesione, ma complicità; non fedeltà, ma ricattabilità. Il vincolo non è più “credo”, bensì “se parli, crolliamo entrambi”. Si tratta di una coesione per implosione, che sostituisce il riconoscimento dell’autorità con la gestione della vulnerabilità.
In questo senso, figure come Epstein non sono leader dottrinali né centri ideologici, ma dispositivi di produzione del segreto. Il loro potere non consiste nel comandare, ma nel rendere impossibile la parola.
L’egemonia dei servizi segreti: Arendt e la forma reale del potere
Hannah Arendt osserva con lucidità che nei regimi totalitari, i servizi segreti cessano di essere uno strumento dello Stato per diventarne la forma reale. Essi non producono verità, ma informazione utilizzabile; non amministrano la giustizia, ma l’eliminazione preventiva del rischio.
Ciò che colpisce è la continuità funzionale — non ideologica — tra quei regimi e l’Occidente tardo-moderno. Anche qui, al progressivo svuotamento della politica deliberativa e del diritto pubblico corrisponde l’ipertrofia degli apparati informativi e securitari. La sovranità effettiva si sposta verso chi controlla dossier, segreti e vulnerabilità.
Questo fenomeno non implica un ritorno del totalitarismo classico, ma segnala una mutazione della forma del potere, che diviene tanto più assoluto quanto più si presenta come tecnico, neutro e amministrativo.
Anomia e anticristo: una convergenza simbolica
1Luca Signorelli, La predicazione dell’Anticristo (1499)
In questo contesto, il linguaggio teologico non appare come metafora impropria, ma come sistema simbolico convergente. Nella tradizione cristiana, l’anomos — colui che è “senza legge” — è figura dell’Anticristo non perché incarnazione del male spettacolare, ma perché svuotamento della Legge dall’interno.
L’affresco di Signorelli è già una teoria. Nella Predicazione dell’Anticristo l’Anticristo non appare mostruoso, predica come Cristo, parla a una folla ordinata, è assistito dal diavolo che gli sussurra all’orecchio. Ma il punto decisivo è un altro: l’Anticristo occupa la forma della Legge, non la distrugge. Non è l’anarchico. Non è il trasgressore. È il sostituto funzionale.
Questo è già, in immagine, il concetto di Anomia sul trono della Legge.
Quando l’autorità che dovrebbe garantire la norma diviene il luogo stesso della sua sospensione, l’anomia “sale sul trono”. Non si tratta di una trasgressione, ma di una sostituzione: la Legge è rimpiazzata dal segreto, il giudizio dal dossier, la parola dalla gestione dell’informazione.
La convergenza tra analisi teologica, politica e filosofica non indica un complotto, ma una struttura simbolica comune: sistemi diversi descrivono lo stesso fenomeno perché rispondono alla medesima crisi del fondamento.
Quando sistemi simbolici indipendenti convergono sulla stessa struttura esplicativa, non stanno “imitandosi”: stanno intercettando un reale strutturale.
Cioè: non un’opinione, non una narrazione, non un’ideologia, ma un punto di rottura oggettivo del legame simbolico.
Le convergenze
▸ Teologia cristiana
Anticristo = Anomos
Legge usurpata dall’assenza di Legge
Giudizio sospeso
▸ Schmitt
Fine del kathécon
Neutralizzazione del politico
Guerra civile latente e diffusa
▸ Lacan
Forclusione del Nome-del-Padre
Discorso che funziona senza limite
Angoscia + paranoia
▸ Sociologia (Durkheim)
Anomia
Norme operative senza fondamento
Disintegrazione del legame sociale
▸ Clinica collettiva
Isteria → paranoia → cinismo
Difese contro un reale non simbolizzato
Tutti questi linguaggi dicono la stessa cosa:
la Legge non è più creduta da chi dovrebbe incarnarla.
Perché questa convergenza è un segnale grave
Normalmente, i sistemi simbolici divergono, si contraddicono, si correggono a vicenda.
Se invece convergono spontaneamente, senza coordinamento, usando lessici incompatibili, questo accade solo in due casi:
grandi eventi fondativi (nascita di un ordine),
grandi eventi di disgregazione.
Il caso Epstein appartiene chiaramente al secondo tipo.
L’Anticristo come categoria logica, non escatologica
L’Anticristo, in questo quadro, non è una persona, un complotto, un’entità futura. È una figura logica: la coincidenza di autorità e assenza di Legge. Per questo può manifestarsi in forme secolarizzate, può non essere nominato, può essere “normale”.
Signorelli lo ha visto, e ce lo ha mostrato: l’Anticristo è credibile, convincente, rassicurante. Proprio perché non oppone, ma sostituisce.

Conclusione
Quando il kathécon cessa di operare, il reale non viene più mediato dalla Legge. Sistemi simbolici diversi allora non dialogano: gridano la stessa cosa, ciascuno a suo modo. Non perché si siano messi d’accordo, ma perché il fondamento simbolico comune ha ceduto.
Epstein va inteso come evento-rivelatore di una vacanza del giudizio e della Legge, non come sua causa.
Perché la rivelazione è ciò che questo potere teme
Il potere fondato sulla compromissione teme più la luce che la colpa. La colpa è gestibile; la rivelazione no. Per questo, casi come quello di Epstein non vengono mai pienamente chiariti né simbolicamente elaborati: non perché manchino prove, ma perché manca la volontà di riattivare la Legge.
In assenza di una condanna spirituale, giuridica e culturale all’altezza del danno prodotto, l’anomia tende a normalizzarsi, generando isteria, paranoia e, infine, cinismo diffuso. Il rischio non è lo scandalo, ma la contagiosità del nichilismo.
Il problema, in ultima istanza, non è Epstein. È la possibilità stessa di un’autorità capace di trattenere il male senza negarlo, e di parlare in nome di una Legge che non garantisce se stessa, ma chiede di essere testimoniata.
Appendice su: Kathécon, Chiesa e sovranità: implicazioni ecclesiologiche e schmittiane
Il kathécon come categoria-limite tra teologia e politica
La nozione paolina di kathécon (2 Ts 2,6–7) occupa una posizione singolare: non nomina un soggetto, né un’istituzione determinata, ma una funzione di trattenimento. Ciò che trattiene non redime il mondo, non elimina il male, non instaura il Regno; semplicemente, impedisce che l’anomia si dispieghi senza freno.
Carl Schmitt ha visto con estrema chiarezza che il kathécon costituisce l’unico punto in cui la teologia cristiana entra strutturalmente nella teoria politica della storia. Non come fondamento positivo dell’ordine, ma come argine contro il collasso. La storia, in questa prospettiva, non è progresso morale, bensì spazio di resistenza.
La funzione del kathécon è dunque eminentemente negativa:
non produce il bene,
non garantisce la giustizia,
non salva.
Essa ritarda. E proprio per questo rende possibile la responsabilità.
Implicazioni ecclesiologiche: la Chiesa come autorità fragile e vicaria
Dal punto di vista ecclesiologico, il kathécon implica una concezione della Chiesa radicalmente non trionfalistica.

La Chiesa:
non coincide con il Regno di Dio,
non è immune dal peccato,
non è garantita contro la propria corruzione.
Essa è vicaria in senso forte: rappresenta un fondamento assente, Cristo, che non è più, né ancora (nella Parusia) presente come potenza mondana. Di conseguenza, l’autorità ecclesiale è strutturalmente esposta:
al fallimento,
allo scandalo,
al ridicolo.
Ma proprio questa esposizione costituisce la sua verità. Una Chiesa che pretendesse di essere moralmente pura o storicamente giusta cesserebbe di essere kathécontica e diventerebbe ideologica.
Nel quadro delineato dal caso Epstein, l’implicazione ecclesiologica è netta:
la mancata parola autorevole non è semplice prudenza pastorale, ma rischio di abdicazione simbolica. Quando l’autorità spirituale tace di fronte a una catastrofe spirituale — non solo morale o giuridica — essa non commette un errore contingente, ma indebolisce la funzione stessa che le è propria: nominare il male come male, senza pretendere di esserne estranea.
La “comunione dei peccatori” come categoria ecclesiale
Dal dogma della communio sanctorum segue logicamente anche una communio peccatorum.
La responsabilità giuridica è personale; quella spirituale e simbolica, no.
Il venir meno del kathécon non è imputabile a singoli colpevoli, ma a una perdita di funzione che coinvolge l’intero corpo ecclesiale. In questo senso, la richiesta di penitenza non è moralismo, ma riconoscimento realistico di una corresponsabilità storica.
Il silenzio, qui, non è neutralità: è vuoto simbolico.
Implicazioni schmittiane: sovranità, decisione e segreto
Sul versante schmittiano, la crisi del kathécon si traduce nella mutazione della sovranità.
Per Schmitt, il sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione. Tuttavia, quando l’eccezione diviene permanente e non più nominabile, la decisione non scompare: si occulta.
È qui che il segreto prende il posto della Legge.
Nei regimi liberal-tecnocratici avanzati:
la sovranità non si manifesta più come atto visibile,
ma come controllo invisibile dell’informazione,
come capacità di sospendere selettivamente la norma senza dichiararlo.
I servizi segreti, in questo contesto, non sono una deviazione dallo Stato di diritto, ma la sua verità latente quando la legittimità simbolica è consumata.
Dal kathécon alla sua simulazione
Un punto cruciale: il potere contemporaneo simula il kathécon.
Dice di trattenere il caos,
di garantire la sicurezza,
di prevenire il disordine.
Ma ciò che trattiene non è l’anomia: è la rivelazione.
Il segreto non serve a impedire il male, bensì a impedirne la nominazione.
Questa è la differenza decisiva tra:
trattenimento del male (kathécon autentico),
trattenimento della verità (kathécon rovesciato).
 Convergenza dei sistemi simbolici: perché “dicono la stessa cosa”
La convergenza tra:
teologia cristiana (Anticristo come anomos),
teoria politica schmittiana (sovranità, eccezione),
analisi arendtiana (segreto e polizia politica),
fenomenologia contemporanea del potere,
non è accidentale.
Essa segnala che sistemi simbolici eterogenei stanno descrivendo lo stesso punto di collasso:
la sostituzione della Legge con il segreto come principio ordinatore.
Quando ciò avviene, il potere non cade: si deforma.
E proprio per questo diventa più difficile da nominare, contestare e giudicare.

 Chiusura
In questa prospettiva, il problema non è se l’Occidente stia “diventando totalitario”, ma se stia perdendo le risorse simboliche che consentono di trattenere il male senza amministrarlo.
Il kathécon non salva il mondo.
Ma senza di esso, la storia non è più tragica: diventa cinica.