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Sequestro ebraico in Terrasanta

di Massimo Fini - 05/04/2026

Sequestro ebraico in Terrasanta

Fonte: Massimo Fini

La prima volta che sono andato in Israele è stato nel 1972, mi ci aveva convinto Nino Seniga che pur non essendo ebreo presedeva l’associazione “amici di Israele”. Che non fosse ebreo lo si vedeva anche dalla grande generosità che non è propria di quella razza (si può dire ancora ‘razza’?).

Atterrai la sera a Tel Aviv e, poiché come tutti i ragazzi avevo una gran fame – in fondo ero un ragazzo anch’io, avevo poco più di vent’anni- mi precipitai a far cena su un bel ristorantino sul lungomare di Tel Aviv, quando alzai la testa e mi guardai attorno vidi una bellissima gioventù perché i ragazzi, grazie al clima, vivono prevalentemente all’aperto e tutti, comprese le ragazze, fanno il servizio militare e poi i soldati. Nessun stereotipo quindi dell’ebreo col naso adunco. Mi colpirono però i loro discorsi, dei giovani e degli adulti. Non dicevano, né i ragazzi né gli adulti, “guarda come siamo stati bravi a costruire uno stato moderno, praticamente dal deserto” ma piuttosto che la Palestina era loro e solo loro. Del resto, per gli ebrei, tutti coloro che non lo sono vengono chiamati “goyim”, cioè in pratica “spazzatura”. Un po’ come per Trump lo sono i somali, mentre i messicani sono necessariamente “stupratori”. Insomma, quanto a razzismo il “popolo Eletto” non scherza, direi anzi che lo fonda anche se in seguito, con l’avvento di Hitler, ne diverrà drammaticamente vittima.

Ogni discorso sugli ebrei è scivoloso perché basta un niente per essere accusati di antisemitismo. Infatti di recente, il 4 marzo, il Senato ha approvato un disegno di legge, particolarmente stringente, contro l’antisemitismo. C’è anche da dire che sull’Olocausto gli ebrei ci hanno marciato e ci marciano tuttora, facendone un’industria, come ha scritto con grande coraggio un ebreo americano, Norman Finkelstein (“L’industria dell’Olocausto”). Hanno il monopolio del dolore, l’unico genocidio che riconoscono è il proprio, tanto che vietano di parlare di genocidio, quando è a danno di altri popoli, come oggi, e da decenni, a danno dei palestinesi.

All’epoca in cui andai in Israele e nelle successive cinque volte che ci sono stato ero convinto della narrazione dominante che vedeva in Israele un avamposto della democrazia in Medio Oriente. Ho cambiato idea, non da oggi, vedendo il genocidio, perché così va chiamato, dei gazawi, ho cambiato idea rivedendo un po’ tutta la storia dell’ebraismo.

I Romani conquistavano territori, province, pretendevano il pagamento delle tasse, cioè in pratica frumento e poi ciascun popolo facesse quel che voleva secondo la propria storia e tradizione. Un atteggiamento, oserei dire, liberale. Gli unici problemi li ebbero, guada caso, in Giudea. Istruttiva in proposito è la storia di San Paolo. Sulla via di Damasco fu fulminato dalla Fede. Arrivato a Gerusalemme volle a tutti i costi andare al Tempio nonostante i cristiani del luogo gli dicessero che non era cosa, ma Paolo non volle sentir ragioni, era o non era un futuro Santo? E così andò al Tempio. Fu subito circondato dagli ebrei che stavano per linciarlo. Intervenne il comandante della piazza che salvò Paolo dagli energumeni. Lo trattenne in regime di “custodia militaris”, una sorta dei moderni “arresti domiciliari”, solo perché se fosse stato libero di uscire quelli lo avrebbero ammazzato. Poi Paolo fu portato dal governatore della Giudea, Antonio Felice, e furono convocati anche i maggiorenti degli ebrei, qui cominciò un interminabile litigio fra Paolo e costoro che Felice ascoltò con santa pazienza, è il caso di dirlo, e che io avrei troncato dopo cinque minuti. Disse Felice agli ebrei: “Se voi accusaste quest’uomo di fatti concreti, oggettivi, io vi darei ascolto, come di ragione, oh ebrei, ma qui si tratta di nomi, di interpretazioni, io non mi sento di condannare un uomo su queste basi”. Paolo era un cittadino romano e come tale aveva il diritto di appellarsi all’Imperatore che in quel momento era Nerone. Paolo era un uomo colto, con vasta esperienza internazionale e quindi non poteva non conoscere le nefandezze di cui era accusato Nerone. I Romani armarono una nave e affidarono Paolo alla custodia di un vecchio soldato che fu ammaliato dall’affascinante prigioniero che, arrivato nella capitale, fu giudicato dal tribunale di Roma, presieduto questa volta non da Nerone, che invece era solito affaticarsi sui processi giudiziari, ma dal prefetto del pretorio Afranio Burro e assolto, libero di predicare la sua fede, col solo limite di restare all’interno delle mura capitoline. Questa era la civiltà latina, romana, pagana, altro che le tre insopportabili religioni monoteiste che colgono ogni pretesto per fare e farsi la guerra.

Recentemente gli israeliani, cioè gli ebrei, hanno impedito al cardinale PierBattista Pizzaballa e al sottosegretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin, di celebrare la Messa della domenica delle Palme alla Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Un fatto inaudito del quale si sono scandalizzati persino gli americani, non per motivi religiosi ma perché temono che l’odiosità che si sta attirando Israele si trasmetta anche a loro che ne sono i principali protettori.

In teoria tutte e tre le grandi religioni monoteiste hanno il diritto di officiare i loro riti, ma è una ‘ fictio iuris’. Ho visto i cristiani di Gerusalemme tentare di fare la ‘via Crucis’ per le vie di Gerusalemme, la fecero di corsa temendo di poter essere aggrediti in ogni momento. Insomma, anche lasciando perdere quello tentato e attuato nei confronti del Cristo, che fu messo in croce non da Ponzio Pilato, allora governatore della Giudea, che tentò in tutti i modi di salvare, mi si perdoni il gioco di parole, il “Salvatore”, il ‘vizietto’ del linciaggio e della vendetta gli ebrei ce l’hanno da sempre.