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Sottomessi e felici: il caso clinico dell’Italia (e dell’UE)

di Luka Petrilli - 30/08/2025

Sottomessi e felici: il caso clinico dell’Italia (e dell’UE)

Fonte: La Fionda

Si dice che il peso geopolitico di uno Stato si possa misurare dai trattati, gli accordi commerciali, le alleanze militari. Oggi, alle volte, possono bastare delle foto per intuire i rapporti di potere fra le nazioni. Recentemente i leader europei si sono recati alla Casa Bianca insieme al presidente ucraino e le foto uscite sulla stampa internazionale sono eloquenti e offrono un prezioso spunto di riflessione sul caso clinico dell’Italia (e dell’UE): felice di essere provincia.
I leader europei seduti davanti a Trump come scolari dal preside, Macron e Zelensky costretti ad ammirare la collezione di cappellini MAGA, Ursula Von der Leyen relegata in periferia, Meloni che sorride al presidente degli Stati Uniti come una bambina di fronte a Babbo Natale. Queste sono le immagini che la Casa Bianca e la stampa mondiale hanno diffuso dopo il recente vertice fra USA, UK, Ucraina e UE[1]. Non è vera politica estera: è scenografia. Ma questa scenografia dice simbolicamente molto: l’Europa è solo una comparsa.
Lo scatto principale sembra uscito da un set televisivo: Trump alla scrivania, accanto alla lavagna con disegnata la mappa dell’Ucraina, tutti gli altri a guardarlo concentrati, come concorrenti di un talent show davanti al giudice. Scena grottesca, eppure rivelatrice: l’Europa non è un soggetto politico, è oggetto. Applaude, sorride, annuisce o ringhia a comando.
A sancire e provare ulteriormente questo status di vassalli è stato lo stesso Scott Bessent[2], segretario al tesoro USA, che, intervistato da Fox News ha affermato che gli accordi in atto imporranno agli alleati (giapponesi, coreani ed europei) di investire soldi negli Stati Uniti dove sarà loro indicato, come fossero dei fondi sovrani offshore[3].
L’Italia è entusiasta di questo ruolo, poiché il nostro è un caso clinico di provincialismo. Ci basta un “bravo” dall’estero e subito si apre lo spumante. È un riflesso condizionato che viene da lontano, forse dal viaggio di De Gasperi del 5 gennaio del 1947, quando, portato in trionfo a Washington, venne celebrato in patria con un “finalmente ci considerano!”. Da allora nulla è cambiato: una copertina sul Time vale più di ogni misura finanziaria, una stretta di mano a Gates, una cena con Musk, un accordo con un fondo estero per la vendita dell’ennesima azienda strategica possono garantire il ruolo di statista illuminato.
Meloni compiace oggi Trump come in passato si sciolse per i complimenti di Biden. Renzi, ai tempi, sostenne Obama come una cheerleader, e di recente l’ex ministro della salute Speranza, si è fatto fotografare fra il pubblico, al convegno dei democratici USA, con tanto di cartello a sostegno di Kamala Harris.
L’esempio più lampante del provincialismo italiano può essere la reazione all’elezione di Mario Draghi come primo ministro, elogiato in pompa magna dalla stampa estera e diventato per questo orgoglio nazionale, l’orgasmo collettivo del sistema Italia, come se l’approvazione di stati terzi valesse più di qualsiasi consenso interno.
Che gli interessi americani coincidano o meno con quelli italiani ed europei è, in realtà, irrilevante. Ogni Paese maturo dovrebbe avere un solo criterio guida: difendere e promuovere gli interessi della collettività che rappresenta. Non è questione di campanilismo, ma di semplice buonsenso politico. Eppure, da decenni, in Italia funziona al contrario: non misuriamo le scelte di un governo sulla base dell’utilità per i cittadini, ma sulla quantità di applausi che arrivano dall’estero. Come se il giudizio esterno fosse il timbro che certifica la nostra legittimità.
Il punto, però, è che quel plauso non è mai innocente. Se un nostro leader viene celebrato su giornali americani, tedeschi o britannici, è perché qualcuno ha calcolato che le sue decisioni – economiche, militari, energetiche – porteranno vantaggi a loro. Nulla di male: fanno il loro mestiere, difendono i propri interessi. L’errore è nostro, quando scambiamo il loro entusiasmo per una medaglia da appuntare sul petto. È un riflesso provinciale: siamo convinti che il riconoscimento esterno equivalga automaticamente a un bene interno.
In realtà se fuori dai confini applaudono con troppa convinzione, la domanda da porsi sarebbe semplice – cosa ci guadagnano loro? E cosa rischiamo di perdere noi?
In Italia si preferisce brindare al plauso straniero, come se fossimo sempre in attesa di un “voto di gradimento” internazionale. Così ci comportiamo da colonia psicologica, prima ancora che geopolitica: non pretendiamo di contare, non pretendiamo di far valere la nostra opinione, ci basta essere considerati.
Altro che Europa potenza globale: i leader attuali sembrano in attesa che qualcun altro gli assegni un ruolo, come studenti tremanti davanti al professore, aspettando il verdetto del compito in classe. E così, felici di essere applauditi, accettiamo la parte che ci viene per bontà terza concessa, non notando che gli applausi che ci vengono concessi sono gli stessi che ricevono gli animali ammaestrati, o i guitti sul palcoscenico.

[1] Si fa riferimento al vertice del 18 agosto 2025, che ha fatto seguito all’incontro in Alaska fra Trump e Putin e le delegazioni di USA e Russia, per discutere di una possibile pace in Ucraina
[2] Da gennaio 2025 è segretario del tesoro degli Stati Uniti d’America. Precedentemente è stato imprenditore, investitore, fondatore di un hedge fund e finanziatore delle campagne elettorali di svariati candidati alla presidenza USA
[3] Potete trovare l’estratto (con traduzione italiana) dell’intervista qui: https://menorumore.substack.com/p/sottomessi-e-felici-il-caso-clinico