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Giustizia italiana: che tempi!

di Massimo Fini - 10/01/2006

Fonte: lineaquotidiano.it

Nell’aprile del 2002,
quando Oriana Fallaci,
dopo dieci anni
di silenzio, tornò all’onore
delle cronache con ‘La rabbia
e l’orgoglio’, ne tratteggiai
un ritratto per il Quotidiano
Nazionale. Poiché l’avevo
conosciuta bene ai tempi
in cui lavoravamo insieme
all’Europeo (lei già superstar,
io giovanissimo inviato)
e per un certo periodo avevamo
anche simpatizzato,
pensai che un mio ricordo
potesse essere interessante
per il lettore.
Era un ritratto a luci e
ombre, come per qualsiasi
persona, perché ognuno di
noi, per quanto voglia tendere
alla perfezione, è fatto
di luci e di inevitabili ombre.
Oriana, per la quale vale ciò
che Montanelli scrisse di
Berlusconi, e cioè che se un
pittore lo avesse ritratto in
guisa di Apollo, ma con
minuscola voglia di fragola
sull’alluce avrebbe notato
solo quella, si risentì e mi
intentò una causa civile per
diffamazione.
Non entro naturalmente nel
merito della causa. È un
compito che spetta al giudice.
Ma qui sta il punto. Dal
2002 ci sono state quattro
udienze, una all’anno. Nel
frattempo il giudice è cambiato,
all’inizio era una graziosa
signora bionda, nell’ultima
udienza, il 23
novembre del 2005, la causa
era passata ad un altro
magistrato, un uomo, che
però non posso descrivere
perché si era fatto sostituire
da un aiutante.
Poiché l’articolo riguarda
fatti anche molto lontani nel
tempo, risalenti agli anni
Sessanta e Settanta, ho
dovuto chiamare come testimoni
a mia difesa anche persone
molto anziane. Nell’ultima
udienza testimoniava
Giorgio Pecorini, ultraottantenne
ancora in gamba, ma
per il quale spostarsi da Volterra,
dove si è ritirato, a
Bologna, dove si svolge il
processo, non è cosa semplice.
In questa udienza, nel
tentativo di snellire la procedura,
ho rinunciato a due
testimonianze ritenendo che
quelle acquisite fossero sufficienti.
Alla fine il giudice ha
fissato la data della prossima
udienza: 15 novembre del
2007. “Come ha detto?”
segue dalla prima
(…) ho chiesto, pensando
di non aver inteso bene.
Il giudice ha ripetuto:
“15 novembre 2007” .
“Avete molta fiducia nella
nostra sopravvivenza”
ho detto io e tutti, giudice
e avvocati, si sono messi
a ridere. L’udienza del
2007, a due anni esatti
dalla precedente, non
sarà in definitiva.
A quel tempo saranno
passati sei anni dall’inizio
del processo, ma per
cominciarlo in primo grado
penso ci vorranno
altri due anni. Con l’Appello
e la Cassazione si
arriverà circa a un quarto
di secolo. Ha senso tutto
questo? Ha senso impegnare
i magistrati, scomodare
i testimoni, far
spendere allo Stato, cioè
alla collettività, un bel
po’ di soldi per una sentenza
che quando arriverà,
si vedrà con tutta
probabilità i suoi protagonisti
già morti e stramorti.
(Oriana ha 78
anni, io sessanta) o
comunque ormai completamente
disinteressati
alla vicenda? Se io ho
davvero diffamato la
Fallaci che soddisfazione
ne trarrà lei nel 2025? E
se invece ho ragione io,
chi mi pagherà, oltre che
del danno morale, del
tempo e della fatica spesi
a difendermi da una causa
temeraria?
Naturalmente il Tribunale
di Bologna, che mi è
parso anzi molto ben
organizzato e infinitamente
meno caotico di
quell’autentica ‘cajenna’
che è il Palazzo di Giustizia
di Milano, non ha
nessuna particolare
responsabilità. È l’endemica
lentezza della Giustizia
italiana, civile e
penale, dovuta alla farraginosità
e al bizantinismo
delle leggi e alle
scarsissime risorse riservate
a questo settore fondamentale
per il convivere
civile. Il diritto,
soprattutto quello civile,
è fatto, oltre che per rendere
giustizia, per mettere
dei punti fermi nei
rapporti giuridici fra i
membri di una comunità.
A causa della lentezza
delle nostre procedure
questo punto fermo non
arriva mai o arriva
quando non ha alcun
interesse né per i singoli
né per la società. È un
diritto inutile. E, nel caso
specifico, mi fa sentire in
colpa per aver scomodato
per nulla della gente
anziana o che comunque,
come canta il menestrello
Jannacci, “l’ha già i so’
impegn”.