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L'ambiente è «finito»

di Renato Cecchi - 10/04/2008

L’economia sostenibile, il commercio equo e solidale, un sistema economico “a misura di umanità e natura” che eviti lo spreco e favorisca l’uso di merci prodotte nel pieno rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. Un modo di pensare poco diffuso ma che consente di ragionare di globalizzazione dei capitali e della finanza e degli effetti sulla natura la cui evoluzione è ormai una sorta di appendice tecnologica di quella umana. E’ l’effetto di azioni spesso inconsapevoli dalla rivoluzione industriale in poi.
Ma, il secolo scorso è stato eccezionale in fatto di dimensioni del cambiamento sociale e tecnologico, economico e ambientale. L’eccezionalità del cambiamento è anche conseguenza non calcolata di scelte e modelli di carattere sociale, politico, economico/produttivi, culturali e di consumo adatti alle circostanze del secolo scorso: abbondanza di energia, acqua a buon mercato, rapida crescita della popolazione e ancor più rapida dell’economica.

Come la prima rivoluzione industriale rappresentò la “fine del lavoro”, nel senso che sul valore d’uso, concreto, prevalse il valore di scambio, l’attuale rappresenta la “fine dell’ambiente” perché la specie umana ne rompe i limiti per mezzo della tecnologia, sposta più in alto l’asticella dello sviluppo tecnologico e della crescita economica.

Ma i nostri modelli non sono facilmente adattabili, ad esempio, al mutamento repentino e imprevisto del clima, concomitante con il ciclo di grandi trasformazione politico-istituzionali globali che rendono la crisi dell’evoluzione ancora più problematica e inquietante. Non sorprenda perciò l’intensità del conflitto intorno ad un nuovo “contenitore di potere” o di un nuovo stabile ordine mondiale, qualunque esso sia.

Si è indebolita la sovranità economica nazionale, lo stato-nazione è diventato obsoleto, le “prove di impero” declinano e in un periodo di forte instabilità carico di grandi e travolgenti trasformazioni. La concomitanza della fine dell’ambiente con la crisi dell’ordine politico internazionale (la politica non è in grado di governare l’economia) porta, dalla crisi dello stato-nazione, a stati-mercato globalizzati.

Mentre lo stato-nazione “nasce e si legittima sulla promessa di accrescere il benessere materiale della nazione e la sua sicurezza, lo stato-mercato promette di massimizzare le opportunità economiche di ogni singolo individuo indipendentemente dai costi” (Bobbit) e dai rischi che riguardano, infatti, caratteri che vengono spesso trascurati. Il sistema economico/energetico è obsoleto ma il sistema delle corporations è concepito come “naturale” e immutabile; le “illusioni popolano il consumismo” e il mercato da istituzione storico/evolutiva si fa caos; l’economia si sgancia dalla politica (fenomeno ricorrente nella storia) e si lega a grandi e improvvise trasformazioni sociali, con enormi e insostenibili disparità di ricchezza e reddito. Trasformazioni economiche e sociali che si innestano con la crisi ecologica; forse questo le rende più profonde di tutti i tempi, sicuramente più vaste che, per essere governate, necessitano di nuove istituzioni globali e locali.