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Guantanamo "Io, nell’ inferno per sei anni torturato e imbottito di farmaci"

di Raymond Bonner, Salman Masood, Jane Perlez - 07/01/2009

 


Quando ad agosto Muhammad Saad Iqbal è tornato a casa propria, dopo più di sei anni trascorsi nelle mani degli americani, e di cui cinque nel carcere militare di Guantanamo Bay a Cuba, aveva difficoltà nella deambulazione, il suo orecchio sinistro aveva una grave infezione e mostrava segni di dipendenza da un cocktail di antibiotici e antidepressivi. A novembre, un chirurgo pachistano l’ha operato all’orecchio, alcuni fisioterapisti sono intervenuti sui suoi problemi di lombosciatalgia e uno psichiatra ha cercato di ridurre la sua dipendenza dai farmaci, che egli era solito portarsi appresso in un sacchetto di plastica. I suoi problemi, ha detto Iqbal, un lettore professionista del Corano, sono dovuti a una forma di tortura (detta "gantlet", nella quale il prigioniero è costretto a correre tra due file di persone armate di mazze o di fruste), e a un insieme di abusi, carcerazione e interrogatori per i quali il suo legale di Washington ha in mente di citare in giudizio il governo degli Stati Uniti. L’Amministrazione del presidente eletto Barack Osama, che si insedierà di qui a poco, sta valutando se chiudere definitivamente il carcere di Guantanamo, che molti hanno criticato e definito un sistema di detenzione e abusi estraneo a ogni legalità. La storia vissuta da detenuti come Iqbal sta emergendo però soltanto adesso, dopo anni nei quali questi individui sono stati trasportati avanti e indietro in tutto il mondo con quel sistema adottato dall’Amministrazione Bush e denominato "extraordinary rendition", in virtù del quale i prigionieri sospettati di essere terroristi erano interrogati e incarcerati in Paesi stranieri. lontani dalla portata dei tribunali americani.  Iqbal non è mai stato riconosciuto colpevole di alcun crimine, né del resto mai imputato di alcun reato. E’ stato rilasciato da Guantanamo senza clamori, con la spiegazione di routine che non è considerato più un "nemico combattente", grazie a un programma varato dall’Amministrazione Bush per ridurre la popolazione carceraria. «Mi vergogno di quello che gli americani mi hanno fatto in quel periodo», rivela Iqbal che, per la prima volta ha voluto far luce sulla sua prigionia.  Iqbal era stato arrestato nel 2002 a Giacarta, in Indonesia, dopo essersi vantato coni membri di un gruppo islamico di saper costruire una bomba da nascondere nel tacco delle scarpe, secondo quanto hanno raccontato due fonti americane di alto grado che si trovavano a Giacarta in quel periodo. Oggi Iqbal nega di aver mai fatto una dichiarazione del genere, ma due giorni dopo il suo arresto la Cia lo trasferì in Egitto. In seguito fu trasferito ancora in una prigione americana nella base aerea  di  Bagram inAfghanistan, per poi approdare al carcere della Baia di Guantanamo. Dopo essere stato catturato a Giacarta e interrogato per due giorni, le fonti americane giunsero alla conclusione che Iqbal era soltanto uno spaccone e che dovesse pertanto essere rilasciato: così ha rivelato una delle fonti americane a Giacarta. «Era un chiacchierone, voleva darsi delle arie ed essere ritenuto più importante di quanto non fosse in realtà» ha detto la fonte.  Non ci sono prove che Iqbal abbia mai incontrato Osama Bin Laden o sia mai stato in Afghanistan, ma nell’atmosfera di paura e confusione che regnò nei mesi immediatamente successivi all’11 settembre 2001, Iqbal fu trasferito segretamente in Egitto per essere sottoposto a ulteriori interrogatori. Lui dice di essere stato picchiato, ammanettato strettamente, incappucciato, drogato, sottoposto a scariche elettriche e poiché aveva negato di aver conosciuto Osama bin Laden è stato anche privato del sonno per sei mesi. «Mi hanno accecato e costretto a stare in piedi per giorni interi».  Il Pentagono e la Cia per prassi non parlano dei prigionieri, ma un portavoce della Cia, Paul Gimigliano, ha detto che «il programma di detenzione dei terroristi dell’agenzia ha fatto uso di sistemi di interrogatorio leciti. Da quanto so di questo individuo, egli sembra descrivere tecniche molto diverse da quelle in uso», ha aggiunto Gimigliano. «Non ho proprio idea di che cosa stia parlando. Gli Usa non utilizzano né ammettono la tortura».    Una volta arrivato a Guantanamo, il 23 marzo 2003, Iqbal è stato trattato come un miserabile dagli altri prigionieri perché secondo un compagno di prigionia, non era stato addestrato nei campi afgani. Iqbal è diventato talmente depresso da cercare di suicidarsi impiccandosi due volte e da effettuare tre scioperi della fame, ha detto Habib. «Un agente della Cia - racconta - mi ha detto: "Ti risparmiamo: ammetti soltanto di aver incontrato Osama Bin Laden". Quando io ho risposto che non era vero e che non avrei ammesso una cosa del genere, dopo che anche i test alla macchina della verità hanno dimostrato che dicevo il vero, mi hanno spostato da una cella all’altra a intervalli regolari e deprivato del sonno per sei mesi».  Secondo una dichiarazione dell’aprile 2007 del dottor Ronald L. Sollock, comandante dell’Ospedale della Marina della Baia di Guantanamo, a Iqbal è stata diagnosticata la perforazione del timpano sinistro, un’infiammazione del canale esterno dell’orecchio sinistro, un’infiammazione dell’orecchio medio sinistro. E dal 2003, secondo quanto la Corte ha appurato da Sollock, a Iqbal sono stati prescritti farmaci antibiotici.  Quando ha fatto ritorno a casa propria in Pakistan, Iqbal mostrava segni di dipendenza «da un lungo elenco di farmaci», ha detto Mohammad Mujeeb, professore e laringoiatra del Services Hospital di Lahore. «Qui, con la mia famiglia, sono tornato a vivere. E’ stato come nascere una seconda volta - dice Iqbal - non saprei descrivere quella sensazione altrimenti».  Il suo caso è attualmente in corso di esame nei tribunali americani: il suo avvocato, Richard L. Cys, dice che si prefigge di citare il governo americano per la detenzione illecita. A Lahore, Iqbal intende adesso tornare a insegnare il Corano: «E’ facile ora per gli Stati Uniti affermare che non sono state trovate accuse a mio carico - conclude - Ma chi è responsabile di questi sette anni della mia vita?».  

NOTE


Copyright New York Times/La Repubblica
Traduzione di Anna Bissanti