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Le zone franche nell’economia globale

di Raffaele Ragni - 26/02/2009

 
Nella competizione globale le imprese tendono, in misura maggiore o minore, a centralizzare le funzioni con rilevanti economie di scala e decentralizzare quelle più vicine alle esigenze dei mercati locali. La progettazione avviene dove esistono risorse umane qualificate ed infrastrutture idonee alla sperimentazione (università, centri di ricerca).

 

 

 

 

La produzione è invece localizzata dove i costi (lavoro, materie prime, energia, fisco) sono più bassi. Il bene finale, che reca il marchio destinato al mercato, risulta quindi dall’assemblaggio di beni intermedi - materiali (materie prime semilavorate, componentistica, pezzi di prodotto finito) o immateriali (calcoli, simulazioni, ricerche) - realizzati in Paesi diversi.

Le fasi del ciclo produttivo svolte fuori dal Paese d’origine della casamadre (offshore production) che sono ad alta intensità di lavoro (labour intensive) sono dislocate nei Paesi meno avanzati, in particolari zone franche dove, per incentivare gli investimenti stranieri nei settori orientati all’esportazione, vigono norme permissive in materia fiscale, doganale, ambientale, sindacale. Sono le cosiddette Export Processing Zones (EPZ) o Special Economic Zones (SEZ) in cui sorgono sia stabilimenti di multinazionali, sia fabbriche locali che lavorano su commessa di aziende globali.

Le agevolazioni consistono in esenzioni da imposte e dazi, tariffe basse per l’utilizzo del suolo e di alcune risorse (es. acqua, energia elettrica, gas), la garanzia di non essere espropriati, l’assenza di controlli sugli scarichi e le emissioni nocive per l’ambiente, la possibilità di pagare bassi salari ed imporre orari di lavoro estenuanti, un’ampia flessibilità nell’assumere e licenziare, l’impunità nello sfruttare il lavoro minorile o nel reprimere violentemente ogni dissenso. Questi incentivi sono spesso concepiti come eccezioni rispetto alla normativa nazionale, concesse per particolari territori o per un periodo di tempo limitato, nella speranza che gli investitori stranieri decidano di restare e che le iniziative provvisoriamente concentrate nelle zone franche inducano uno sviluppo duraturo caratterizzato dalla diffusione delle tecnologie e dalla creazione di un industria locale.

La prima zona franca sorse negli anni sessanta in India, attorno alla città di Kandla. Successivamente questo modello di sviluppo, che coniuga repressione politica e produzione per il mercato globale, si è diffuso soprattutto in America Latina ed Asia, determinando gli alti tassi i crescita che hanno consentito a molti Paesi di uscire dalla categoria Terzo Mondo per entrare in quella dei New Industrialized Countries (NIC). E’ il caso delle cosiddette Tigri Asiatiche, che tra il 1985 ed il 1989 hanno ricevuto da soli il 48% di tutti gli investimenti stranieri diretti al Terzo Mondo ed hanno registrato incrementi di reddito fino al 37% annuo. Dovunque, al di fuori della Triade, sono nate zone franche per la produzione offshore di giocattoli, scarpe, vestiti, apparecchi elettronici, componenti di macchinari per l’industria, parti di autoveicoli.

I lavoratori sono in massima parte migranti. Il loro misero salario, ai limiti della sussistenza, viene speso per pagarsi l’alloggio e il pasto giornaliero. I turni regolari vanno dalle sette di mattino alle dieci di sera, per sei o sette giorni la settimana. Gi straordinari possono prolungarsi fino alle due di notte. Quando deve essere spedita la merce per un grosso ordine, si lavora ininterrottamente finché la produzione non è terminata. Il contratto di lavoro, nei pochi casi in cui viene stipulato, è a breve termine. Diffusa è la pratica del cosiddetto hire and fire che consiste nel licenziare il lavoratore a fine anno e riassumerlo dopo alcune settimane, per non riconoscergli uno status permanente. Le donne incinte sono costrette ad abortire o vengono licenziate. Vengono sottoposte a pratiche umilianti come il controllo mensile degli assorbenti. Spesso vengono inquadrate con contratti di 28 giorni, la durata media del ciclo mestruale, in modo da non venire riassunte se viene scoperta la gravidanza.

La realtà delle zone franche è rimasta per lunghi anni il segreto della globalizzazione, fino alla denuncia da parte di sindacati e organizzazioni umanitarie collegati a nuclei di resistenza locali. Internet ha favorito la diffusione delle informazioni e il collegamento tra gruppi - cosa che non era avvenuta con i massmedia tradizionali (radio, televisione, stampa) - a conferma di come il progresso tecnologico serva, non solo al potenziamento degli apparati repressivi, ma anche alla lotta di liberazione di individui, classi, popoli. Dapprima grazie al web, e poi anche col contributo di altri canali di informazione, sono emersi alcuni casi, rimasti emblematici, di sfruttamento e violazioni dei diritti umani.

Un lavoratore dello Sri Lanka ucciso insieme al suo avvocato perché aveva segnalato un macchinario difettoso che aveva troncato il dito ad un collega. Una donna filippina morta dopo una lunga serie di straordinari notturni. Operai cinesi che fanno turni di 3 giorni consecutivi e dormono sulle macchine. Dirigenti di una fabbrica situata in una zona franca dell’Honduras che, in occasione di ordini ingenti e con tempi di consegna molto stretti, iniettano anfetamina agli operai per farli lavorare ininterrottamente per 48 ore di seguito. Sempre in Honduras, in una fabbrica di pantaloni, bambini costretti a lavorare tutta la notte e ragazze sottoposte a continue molestie sessuali. Stabilimenti dove, in caso di stagnazione degli ordini o di ritardi nella consegna, non vengono pagati i salari. Fabbriche dove il regolamento ufficiale punisce col licenziamento il rifiuto di fare straordinario e coloro che chiedono di andarsene prima delle due di notte vengono sostituiti il giorno successivo. Ragazze malnutrite costrette a lavorare in ambienti intrisi di sostanze chimiche che causano infertlità ed ammassate a dormire in baracche di lamiera. Madri che partoriscono in fabbrica ed affogano i neonati nei bagni per non perdere il lavoro. Il clamore esercitato dalla denuncia di simili episodi ha prodotto alcune analisi critiche del ruolo delle zone franche nel contesto dell’economia globale.

Per Saskia Sassen (1998) le zone franche fanno parte di un di un processo volto a ritagliare lembi di terra nazionali per trasformarli in aree denazionalizzate. Gli stabilimenti blindati vengono collocati in aree virtualmente sottratte all’ordinamento statale, ma non ancora sottoposte al controllo da parte di istituzioni sovranazionali, per rispondere unicamente alle esigenze del mercato globale. Per Naomi Klein (2001) le zone franche sono una sorta di realtà legale ed economica tra parentesi, separata dal resto del Paese cui appartengono. Tutto ciò che accade al loro interno, essendo concepito come temporaneo, viene taciuto quasi come se non accadesse realmente.

Ovunque domina un opprimente senso di paura: i governi hanno paura che i capitali stranieri siano investiti altrove, le ditte locali hanno paura di perdere gli ordini dalle aziende globali acquirenti, i lavoratori sfruttati hanno paura di perdere il loro misero salario. E’ un sistema fondato su due presupposti: che gli operai sottopagati nulla sappiano del prezzo a cui vengono venduti gli articoli da loro fabbricati, e che i consumatori dei Paesi industrialmente avanzati nulla sappiano delle condizioni in cui vengono prodotti i beni da loro acquistati. Bastano due esempi. Le scarpe Nike confezionate da un'operaia indonesiana per 2 dollari al giorno sono vendute per 120 dollari nel negozio Nike Town di San Francisco. In un solo giorno operai di Haiti producono centinaia di magliette Disney, ma il prezzo di vendita in Usa di una sola di queste magliette è pari al loro stipendio di cinque giorni.

La spinta alla globalizzazione, il movente che induce le aziende a localizzare la produzione nelle zone franche situate nei Paesi meno avanzati, è uno solo: ridurre i costi, soprattutto il costo del lavoro, ed eludere le misure di tutela ambientale. Le attività ad alto contenuto tecnologico e quelle che richiedono risorse umane qualificate continuano ad essere svolte prevalentemente al Nord, quelle inquinanti o ad elevata manovalanza vengono trasferite al Sud. Apparentemente il Terzo Mondo ruba posti di lavoro. In realtà il sistema delle zone franche attua una trasformazione del modello industriale che riguarda non tanto il dove ma il come produrre.

Le fabbriche chiuse nei Paesi della triade raramente si trasferiscono altrove, ma scompaiono definitivamente per essere rimpiazzate da qualcosa di totalmente diverso: diventano ordini da commissionare ad un fornitore, che a sua volta li può girare ad altri subfornitori i quali, soprattutto nel settore dell’abbigliamento, possono trasferire una parte di questi contratti a una rete di lavoratori a domicilio. Un tempo i licenziamenti in massa erano una spiacevole necessità legata agli scarsi risultati delle aziende in termini di rendimento. Nell’economia globale sono invece la conseguenza di scelte deliberate, imposte dal conflitto competitivo. Gli apologeti della globalizzazione, i teorici del vantaggio competitivo e dello sviluppo sostenibile, plaudono al sistema delle zone franche dicendo che un cattivo posto di lavoro è meglio di niente.

Per Jeremy Brecher e Tim Costello (1998) la realtà produttiva delle zone franche non è un aspetto marginale, ma è una componente strutturale del capitalismo dopo la crisi degli anni settanta. Le imprese, per recuperare competitività, hanno intensificato la tendenza al livellamento verso il basso dei costi di produzione. In particolare, l’obiettivo di ridurre il costo del lavoro viene perseguito, non solo con la offshore production, ma anche con la diffusione di forme contrattuali che consentono alle aziende di adeguare le dimensioni della forza lavoro alle variazioni della domanda.

Questa tendenza, che appare in maniera drammatica all’interno delle zone franche dei Paesi in via di sviluppo, interessa anche i Paesi industrialmente avanzati, dove la cosiddetta flessibilità del mercato del lavoro, invocata dal mondo imprenditoriale in nome dell’efficienza e della competitività, si traduce in una crescente precarizzazione del rapporto di lavoro. Nell’adeguarsi alla normativa locale, anche in termini di diritti umani e tutela sindacale, il capitale globale diversifica il grado di sfruttamento della forza lavoro, ma la giustificazione è sempre e dovunque la stessa: la performance d’impresa ovvero la competitività del cosiddetto sistema-Paese, a seconda che si parli in termini aziendali o politici.