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Paura nell'Unione Europea: la “variazione Bernhardt” fa vacillare l'Austria

di Mauro Bottarelli - 24/03/2009

 

Johann Sebastian Bach, come tutti i grandi geni, non ha potuto godere della rivalutazione del suo talento: per decenni, infatti, le sue “Variazioni Goldberg” furono viste come un mero esercizio tecnico. Solo nel XX secolo fu resa giustizia allo straordinario contenuto emotivo dell’opera.

Lo stesso, con le debite proporzioni, rischia di avvenire con le dichiarazioni del parlamentare della Cdu tedesca, Otto Bernhardt (nella foto), protagonista suo malgrado di un incidente diplomatico in sede europea dopo aver reso nota l’esistenza di un piano segreto per il salvataggio di un paese dell’area euro, Irlanda e Grecia in testa alla lista dei sospettati.

Immediate sono giunte le smentite del Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, del primo ministro greco Costas Karamanlis, del ministro degli Esteri irlandese, Michael Martin e del ministro delle Finanze tedesco, Peter Stainbrück: non esiste alcun piano di salvataggio, non esiste alcun rischio di mancato rifinanziamento del debito pubblico in area euro.



Temo che, a breve, sicuramente in quasi concomitanza del G20 di Londra, ci troveremo a dover parlare di “variazione Bernhardt”. Anche se lo stesso, messo alle corde, ha infatti parzialmente ritrattato quanto dichiarato in precedenza, il fatto che il deputato della Cdu sia molto vicino e ascoltato dalla Cancelliera tedesca, Angela Merkel, non è sfuggito a nessuno. Ed è parso a molti una sorta di lancio del sasso nello stagno per mandare un segnale cifrato prima del meeting londinese: tutti sanno che la verità è questa e siccome nessuno può permettersi un default in area euro, la Germania dice chiaro e tondo che non pagherà il costo del salvataggio da sola.

La logica del “you broke it, you fix it” non è percorribile, pena un pericoloso salto nel buio per l’Unione intera. D’altronde non più tardi del 2 marzo scorso il commissario Ue agli Affari Economici, Joaquin Almunia, confermò alla stampa che «se dovesse emergere una crisi in un paese della zona euro, c'è una soluzione. Potete star sicuri che prima che arrivi il Fondo monetario internazionale ci sarebbe una soluzione», ha sottolineato il commissario senza tuttavia entrare nel dettaglio di eventuali piani di intervento: «La soluzione esiste, siamo equipaggiati politicamente, intellettualmente ed economicamente per affrontare la crisi. La definizione di queste cose non può però essere esposta pubblicamente». Peccato non avere certezza al riguardo, davvero.

Di certo c’è, invece, l’aggiornamento dei cds sul default del debito dei paesi europei: a parte l’Islanda ormai fallita, che presenta qualcosa come 1037 punti base per assicurarsi contro il default del debito a cinque anni, la classifica dei “vivi” (per quanto, ancora, non si sa) vede al primo posto l’Irlanda con 347,4 punti base, seguita dalla Grecia con 259,5 punti base, dall’Austria con 255,4 punti base, dall’Italia con 196 punti base, dalla Gran Bretagna con 155 e dalla Spagna con 146 punti base.

Non stupisce visto che le banche di Vienna hanno prestato all’insolvente Est europeo il 70% del Pil austriaco e ora rischiano di non vederselo rimborsato. Se va in default l’Austria, arrivederci all’Est e alla stessa tenuta dell’area euro: non servirà più sottoporre a referendum in Irlanda il Trattato di Lisbona, l’Europa sarebbe morta e sepolta. E casualmente si è parlato, dopo la “variazione Bernhardt”, di Irlanda e Grecia guardandosi bene dal citare il caso austriaco, molto sentito dai vicini tedeschi autori del siparietto. I quali, dal canto loro, devono fare i conti con una previsione di contrazione dell’economia del 4-5% e un crollo dell’export dell’11%.

Insomma, stanno facendo melina nella speranza di prendere tempo e trovare una soluzione ponte: il G20 di Londra, però, mostrerà che il Re è nudo. Speriamo non sia tardi. Tanto più che con il credito congelato, la disoccupazione in crescita e l’economia reale che comincia a pagare i pesanti conti della crisi, dall’autorità di vigilanza sui contratti futures statunitense - la Cftc - arriva una pesante messa in guardia rispetto al “Ponzimonio rampante”, chiaro riferimento allo schema di truffa Ponzi riportato pesantemente in auge dello scandalo Madoff. Nei primi tre mesi di quest’anno sono state avanzate 15 accuse contro altrettanti fondi contro le 13 mosse in tutto lo scorso anno. «Il mercato futures dei derivati sulle azioni, il valutario e le commodities è pieno di spazzatura come non mai», ha dichiarato Bart Chilton, commissario della Cftc.

Per ora i casi scoperti sono relativamente piccoli e tutti concentrati negli Usa a danno di lavoratori e risparmiatori del ceto medio, truffe che vanno da pochi milioni di dollari fino a un massimo di 50 milioni. Il fatto è che se piccoli broker e fondi riescono a muoversi su questa china in un momento simile, i grandi broker e chi opera in quella palude che è il mercato over-the-counter e dei pink sheets cosa staranno facendo? Attenzioni a corsi monetari - al di là della debolezza del dollaro a causa delle folle politiche della Fed su tassi e moneta - e al prezzo di oro e petrolio, i futures rischiano di schizzare ancora e far partire le montagne russe. A quel punto, sarà davvero il caos.