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Alda Merini. Poeta, difenditi con ferocia…

di Miro Renzaglia - 03/11/2009

 

Se qualcuno cercasse
di capire il tuo sguardo
Poeta difenditi con ferocia:
il tuo sguardo son cento sguardi
che ahimé ti hanno guardato
tremando.

Alda Merini

alda_merini_fondo magazineI poeti muoiono tutti i giorni della loro vita «con uno schianto, non con una lagna» (Pound). E ogni giorno rinascono insieme alla loro poesia. Alda Merini non farà eccezione: domani la ritroveremo tra i suoi versi dolenti e furiosi, incurante di quell’accidente della fine fisica che l’ha colta il 1° novembre scorso e che le ha tolto definitivamente la penna dalle mani. Ma la penna serve solo a chi non ha suturato la cesura fra fare e dire, vivere e poesia e continua a tracciare con l’inchiostro i punti del dialogo tra forma e sostanza, tra oggetto e rappresentazione. Alda Merini quella cesura l’aveva suturata da sempre, da subito. Pazza com’era, per dichiarata certificazione dei notabili della normografia dell’esistente, le sarebbe bastato baciare con la fronte il foglio di carta bianca per lasciare l’impronta indelebile non della sua poesia ma della poesia tout court, tanto ormai si era profondamente pre-scritta nel vero senso della parola. Ne era consapevole: «Le più belle poesie / si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero. / Le più belle poesie si scrivono / davanti a un altare vuoto, accerchiati da agenti della divina follia». Non è un caso che le sue prime composizioni note si devono ai fedeli che ne trascrivevano il detto orale.

«Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta». Nata a Milano nel 1931, già nel ’47 rivelò segni di instabilità psichica. Si unì in matrimonio (1957) con Ettore Carniti, mastro panettiere, dal quale, nonostante tra il ’65 e il ’72, per gli esiti della sua fragilità, fu costretta a ripetuti ricoveri in manicomio, nacquero 4 figli. Morto il Carniti, nel 1981, si sposerà di nuovo con il poeta Michele Pirri che, già laureato in medicina, se ne prenderà cura senza, pur tuttavia, poter evitare ricadute nervose e un nuovo ricovero nel nosocomio psichiatrico di Taranto.

La sua produzione poetica è sterminata. Nonostante gli anni del silenzio compresi fra il ’61 e il ’79, le sue raccolte sono copiosissime e sempre amate da chi della sua poesia sapeva sia in clima (anche) di amorosi sensi: da Giorgio Manganelli («A te, Giorgio, / noto istrione della parola, / mio oscuro disegno, / mio invincibile amore, / sono sfuggita, tuo malgrado, / eppure mi hai ingabbiato / nella salsedine / della tua lingua…»)  a Salvatore Quasimodo («Padre che fosti a me, grande poeta / bene ricordo la tua cetra viva / e le tue dita bianche affusolate / che varcavano il solco del mio seno…»); sia da chi, con occhio scevro dalla passione della carne, se ne avvinse per lucidità critica: da Giacinto Spagnoletti a Eugenio Montale, dall’editore Schweiller fino agli illustri dall’Académie française che, nel 1996, la candidarono (meritatamente ma invano) al premio Nobel per la letteratura.

Nonostante la sua evidente fragilità emotiva, la scrittura di Alda è forte. Talmente forte da poter evitare le figure retoriche più abusate della poesia: poche metafore, rare sinestesie, rime rare, assonanze e consonanze  sapientemente disseminate, tanto da poter essere scorte solo con particolare attenzione alla pratica. A uno sguardo poeticamente disavveduto, potrebbe sembrare una scrittura di primo grado: effusiva, spontanea, Ma non è così. C’è della sapienza nei suoi cespugli verbali che ingentiliscono un giardino poetico mai banale e, soprattutto, nessun naturalismo. La cifra poetica di Alda Merini è il concetto. Scrive Gustav René Hocke nel suo magistrale Il Manierismo nella letteratura: «Quando l’uomo vede in pericolo i sistemi di valori nei quali vive, comincia a scoprire nuove regioni spirituali. Questo incontro con una nuova materia universale stimola il Dedalo, l’ “inventore” nel problematico (…) nell’artificio (…). Ed è soprattutto il “concettismo” che conduce a un culmine di artificialità linguistica…».  Il concettismo è «una forma linguistica interna» che trova nell’aforisma e nella poesia aforismatica la sua degna forma di espressione.

Già presente sin dalla origine, questa tendenza segnerà di compiuto splendore il tramonto che non tramonta della poeta. Scelgo a caso: «Quando un amante ti perde significa che è un vigliacco. Quando un amante non riesce a perderti è un ladro». «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori». «Ci sono notti che non accadono mai». «Ogni poeta vende i suoi guai migliori». «La calunnia è un vocabolo sdentato che, quando arriva a destinazione, mette mandibole di ferro». «L’unica radice che ho mi fa male». «Se Dio mi assolve, lo fa sempre per insufficienza di prove». «Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri». «L’inferno è la mia passione».

Rilasciò detto in un’intervista, qualche anno fa: «Ho sempre paura di non essere efficiente e tante volte mi faccio anche male, sforzo un po’ il fisico, però fino adesso ce l’ho fatta». Ce l’hai fatta, Alda, ce l’hai fatta f ino in fondo: vai serena, finalmente.

 

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