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La rivoluzione delle persone comuni: l'altra economia

di Annarita Sacco Gianluca Carmosino - 01/06/2006

 
A osservare bene la storia, persino quella scritta da chi comunque gestisce potere, si può notare come gli esclusi dalle diverse forme del potere sono un importante fattore nella nascita di nuove fasi "storiche". Come ricorda Saskia Sassen, professore di sociologia presso l'università di Chicago nell''"Atlante di un'altra economia" [edizioni il manifesto], "i grandi sconvolgimenti sociali ci colgono impreparati, che si tratti della caduta dei regimi poderosi come le dittature dell'America latina negli anni '70 e di Marcos nelle Filippine, o l'estensione del diritti di voto alla donne e ai neri, o la firma del trattato per la messa al bando delle mine antiuomo, o la mobilitazione contro la Wto a Seattle. Per quanto la Cia si sforzi di tenere sotto controllo i movimenti sobillatori, non è mai stato possibile prevedere il sopraggiungere del cambiamento sociale". Una delle ragioni è che quel che può apparire come un cambiamento improvviso è il risultato di una lunga storia di pratiche e di lotte organizzate, portate avanti da attori invisibili ai media. I percorsi avviati a Roma dal movimento per il diritto alla casa [in particolare, dall'"agenzia" Action], e dal vasto movimento impegnato sui temi dell'economia solidale [in gran parte riunito intorno al Tavolo dell'Altra Economia al quale aderiscono una cinquantina di realtà] sono due straordinari esempi di quei cambiamenti sociali, per lo più ignorati dai grandi media e dalle istituzioni, ma che coinvolgono ormai migliaia di persone e che rappresentano una importante novità anche sotto il profilo occupazionale.

In realtà, in questi ultimi anni il movimento dell'altra economia a Roma è riuscito a contaminare anche pezzi dell'Amministrazione pubblica e ad avviare forme di cooperazione davvero interessanti, in particolare con l'ufficio Autopromozione sociale dell'assessorato al Lavoro e alla Periferie del Comune. Per Altra economia si intende per lo più l'insieme delle concrete proposte di commercio equo, finanza etica, agricoltura biologica, consumo critico, turismo responsabile, riuso e riciclo, risparmio energetico, energie rinnovabili, software libero, autoproduzioni culturali... diffuse da associazioni, cooperative, medio e piccole imprese. Essendo ancora piuttosto giovane, la letteratura scientifica su questi temi utilizza, riferendosi in parte a esperienze non sempre coincidenti, diverse definizioni come appunto altra economia, economia solidale, economia leggera, decrescita e altre. Di certo, si tratta di pratiche e principi che sono innanzitutto una critica all'idea di sviluppo, alla dittatura del Pil e del mercato come sistemi di tutela del bene comune. L'altra economia, cioè cerca banalmente di recuperare il valore dell'uguaglianza. È dunque un approccio politico, etico e culturale che va ben oltre i temi della finanza e dell'economia in senso stretto, perché mette al centro i bisogni delle persone, non segue il profitto a ogni costo e propone soltanto processi a basso impatto ambientale, che favoriscono un'equa ripartizione delle ricchezze. È dunque una parte rilevante di quella che molti definiscono "nonviolenza attiva".

Se è vero che le città sono lo spazio preferito dagli effetti più devastanti del neoliberismo è vero anche che proprio negli spazi urbani sono cresciute le esperienze di altra economia. Insomma, la risposta dal basso allo sviluppo tecnologico degli ultimi vent'anni, informatico e dei mezzi di trasporto, che ha favorito nuove ricchezze [aumentando le differenze tra nord e sud del mondo, ma anche le forme di esclusione sociale ed economica nelle città del nord] e l'affermazione di una cultura consumistica, secondo la quale tutto è merce, è ormai piuttosto concreta e non si può più definire fenomeno di nicchia. La principale conseguenza del nuovo ordine globale è l'affermazione della società dell'incertezza, della "società liquida", per dirla con le parole di Zygmunt Bauman, uno dei più attenti studiosi della società contemporanea. Di fronte a questi scenari, il tipo di "sicurezza" offerta nelle città del nord e del sud del mondo da forze di polizia non è in grado di placare, e tanto meno sradicare, l'insicurezza esistenziale quotidianamente generata dalla fluidità dei mercati del lavoro, dalla riconosciuta vulnerabilità dei legami umani. Scrive Bauman: "Le città contemporanee sono discariche dei prodotti difettosi della società fluido-moderna e contemporaneamente contribuiscono all'accumulo dei rifiuti. Ma la città, se è vero che è la discarica di ansie da insicurezza prodotta a livello globale, è anche un fondamentale campo d'addestramento in cui è possibile ricercare-sperimentare e imparare ad adottare mezzi per placare e dissipare quell'insicurezza. È nella città che gli estranei si incontrano come singoli essere umani, si osservano, si parlano, negoziano le regole della vita comune, collaborano, creano movimenti". Seguendo le riflessioni di Bauman si può scoprire anche una Roma diversa: quella nella quale migliaia di persone "negoziano nuove regole di vita comune" e decidono ad esempio di fare la propria spesa nelle botteghe del commercio equo [giunte a quota 25, senza considerare altri piccoli punti vendita], di costituire Gruppi di acquisto solidale collaborando con produttori del biologico della provincia di Roma [che mantiene un primato interessante, essendo la città agricola più grande d'Europa] e con le botteghe del mondo, mettono i propri risparmi in un istituto come Banca etica o nella nascente Mag [Mutua autogestione] per gestirlo in modo trasparente e partecipato. In altri casi, si assiste a esperienze di consumo critico in spazi sociali di recupero urbani promossi dal circuito dei centri sociali: dalla Critical wine alle bio-trattorie, passando per il risparmio energetico e l'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili come nel caso del centro sociale La Torre.

Una delle caratteristiche del movimento dell'altra economia quindi sta nel fatto che i nuovi aggregati sociali non "agiscono" ma sono. Cercano cioè di raccogliere la diversità sociali e culturali che il liberismo ha prodotto e provano a mettere in pratica il fare società al quale ambiscono. Non è un caso, ad esempio, che quasi l'80 per cento delle associazioni in Italia sono nate dopo gli anni ottanta: l'epoca, cioè, della crisi della partecipazione politica tradizionale nel partiti o nei movimenti politici post '68 e '77. Dopo quarant'anni di monopolio dei partiti dagli anni ottanta i cittadini hanno dato vita a oltre centoventimila associazioni, autonome al sistema dei partiti. Un'importante realtà di partecipazione e di democrazia diretta e intergenerazionale. È la politica in prima persona, contro la delega e il professionismo politico, che riguarda appunto anche settori dell'economia.
Per questo, a differenza dei movimenti di ispirazione marxista, i movimenti antiliberisti oggi non considerano un obiettivo la presa del potere dello stato. In questo modo non sono più costruiti come immagine speculare del potere, esercito contro esercito, potere contro potere. Scrive John Holloway - docente all'università di Puebla (Messico), tra i principali studiosi di movimenti sociali globali - in "Cambiare il mondo senza prendere il potere" (edito da Carta e Intra moenia): "L'anti-potere non è un contro potere ma qualcosa di molto più radicale, è la dissoluzione del potere. Guardate il mondo al di là dei giornali, dei partiti politici e delle istituzioni sindacali, potrete vedere un mondo di lotte: i municipi autonomi del Chiapas, gli studenti universitari, i portuali di Liverpool, le manifestazioni per la pace, le assemblee di quartiere dei piqueteros in Argentina, i migranti... Lotte che mentre dicono 'no', sviluppano forme di autodeterminazione: i mezzi di comunicazione informano su queste lotte solo nella misura in cui interferiscono con il potere-politico. Il problema dell'antipotere è la sua invisibilità, per questo ad esempio, gli zapatisti usano il passamontagna". Ma forza dell'anti-potere, aggiunge Holloway, è cercare anche il superamento della figura del militante diretto e chiedere la forza di tutti quelli che, in mille modi, rifiutano di sottomettersi, la ribellione delle persone comuni, "la forza di quelli che rifiutano di trasformarsi in macchine per il capitalismo". E non c'è dubbio che a Roma sono ormai migliaia le persone comuni "ribelli" che provano, tra mille difficoltà e contraddizioni, a "non trasformarsi in macchine per il capitalismo" attraverso pratiche di economia solidale.

Vale la pena quindi conoscere meglio quello che già è stato sperimentato in una città come Roma sui temi dell'altra economia, anche in collaborazione con l'amministrazione comunale e con qualche Municipio, per favorirne il consolidamento e per promuovere altre esperienze. Uno dei frutti principali del lavoro svolto dal Tavolo dell'altra economia è ad esempio la Città dell'Altra Economia, uno grande spazio ospitato presso l'ex mattatoio [3.500 metri quadrati], a disposizione dei diverse organizzazioni sociali e ormai prossimo all'apertura. Il Tavolo è stato anche il promotore di un tradizionale appuntamento come le otto edizioni della Festa dell'Altra Economia e del percorso che ha portato all'adozione di un Regolamento sulle sponsorizzazioni e la creazione di un Comitato etico, attraverso i quali si vincola l'amministrazione comunale a rifiutare sponsorizzazioni da parte di imprese contro le quale sono state promosse campagne di boicottaggio e azioni di protesta per il loro comportamento ai danni di lavoratori e dell'ambiente [in questo senso, viene di fatto compresa l'adesione anche alla campagna Tesorerie disarmate, che impegna le amministrazioni a stipulare accordi solo con banche che non favoriscono il commercio di armi].
Il Comune ha anche promosso alcuni bandi per l'assegnazione di contributi previsti dalla legge Bersani, nei quali è stato attribuito un punteggio aggiuntivo [anche se non particolarmente elevato] alle imprese attente alla promozione del biologico e dell'equosolidale. Roma ha anche aderito alla campagna Città equosolidali, promossa dalla principali organizzazioni del commercio equo italiane in collaborazione con il coordinamento de Comuni che aderiscono all'Agenda 21 e con gli enti locali della Tavola della pace, e promuove ormai da un paio di anni la settimana Io faccio la spesa giusta, per informare i cittadini, le imprese e i dipendenti delle pubbliche amministrazioni sui modelli di produzione e consumo equi e davvero sostenibili. Il Comune, inoltre, ha avviato il progetto Respet, una rete di imprese dell'altra economia impegnata nella diffusione di una seria cultura della "responsabilità sociale d'impresa".

Tra le esigenze che questi percorsi hanno fatto emergere, quella di nuovi spazi dedicati al coordinamento e alla promozione dei principi, dei servizi e dei prodotti dell'altra economia, è sicuramente tra i più importanti. Si potrebbero immaginare sia sconti fiscali adeguati per chi ad esempio gestisce già alcuni locali, sia la destinazione di nuove "Case per la partecipazione e per l'altra economia" in ogni quartiere [o almeno in ogni Municipio], quali spazi che ospitano biblioteche-ludoteche-mediateche di quartiere, punti per l'accesso al software libero, banche del tempo, street tv, e punti per la consegna di prodotti distribuiti attraverso Gruppi di acquisto solidale [di aziende del biologico, del commercio equo e della cooperazione sociale, sia alimentari che artigianato, alternativi alla grande distribuzione, ad esempio, i detergenti liquidi a basso impatto ambientale, proponendo la ricarica periodica degli stessi flaconi]. Più in generale occorre sicuramente dare sostegno concreto a progetti di formazione e informazione per la diffusione dei principi della finanza critica nelle scuole, nelle imprese, nei settori della pubblica amministrazioni e nelle associazioni, avviando anche progetti di moneta locale e favorendo l'informazione sulle forme di "assicurazione etica"; occorre favorire la sperimentazione di forme di microcredito, per venire incontro alle esigenze di cittadini e gruppi ai quali è sostanzialmente negato l'accesso alla finanza tradizionale; occorre incentivare la diffusione di prodotti di agricoltura biologica e del commercio equo nelle mense di scuole e centri anziani, e in occasione di eventi pubblici organizzati dal Comune dai Municipi [feste, coffee break, catering, convegni] e occorre diffondere anche i distributori automatici di bevande e snack bio-solidali; occorre attivare progetti per il risparmio energetico attraverso le imprese Esco [Energy service company], società il cui guadagno è legato al risparmio effettivamente realizzato [tramite nuovi piani di regolazione delle luminosità e delle energie, la sostituzione di lampadine tradizionali con quelle a basso consumo negli edifici pubblici e nei semafori e i riduttori di flusso per rubinetti, e altre proposte analoghe]; occorre promuovere progetti che favoriscono l'utilizzo di energie rinnovabili [fotovoltaico, solare, biomasse ma anche prodotti per la bioedilizia], progetti per aumentare la raccolta differenziata dei rifiuti e sperimentazione di raccolte porta a porta nei quartieri; occorre certamente aumentare le aree verdi [giardini, ma anche orti sociali], da far gestire in modo partecipato dalle organizzazioni sociali locali, aumentare il numero di alberi nel territorio e i chilometri di piste ciclabili; occorre moltiplicare le diverse proposte "auto collettive", come il car sharing, car pooling, i taxi collettivi, autobus elettrici e punti per il noleggio di biciclette tradizionali ed elettriche. E ancora, occorre istituire osservatori antiusura, recuperare spazi occasionali e permanenti per il riciclaggio e per mercatini dell'usato oppure spazi da destinare l'inverno all'accoglienza dei senza dimora, durante le cosiddette "emergenze freddo", e che magari l'estate si autofinanziano, in parte, diventando anche ostelli per l'accoglienza di turisti attenti all'altra economia [ai quali offrire prodotti biologici e del mercato equo, biciclette e itinerari alla scoperta non solo del turismo di massa ma anche di "Roma sociale"]; favorire i cosiddetti acquisti verdi per l'amministrazione, cioè di prodotti per gli uffici e per le altre iniziative municipali a basso impatto ambientale [compresi i servizi di compagnia telefoniche non profit come Livecom]; occorre sperimentare progetti di turismo sociale locale e di turismo responsabile [che comprende anche il "turismo diffuso", quello che cerca di recuperare spazi già esistenti destinati all'accoglienza di piccoli gruppi, anche nelle periferie]; promuovere gemellaggi con città e villaggi del sud del mondo favorendo un'idea di cooperazione decentrata legata a progetti di commercio equo e a un approccio che favorisce la contaminazione tra "culture" e popoli [in particolare, con il coinvolgimento delle scuole]; occorre infine proporre esperienze formative sui temi della decrescita e dell'autoproduzione [per diffondere pratiche di riduzione dei consumi, imparando, ad esempio, a fare il pane in casa, ad autoprodurre conserve, passate di pomodoro e marmellate, a sperimentare ricette basate su prodotti locali stagionali, a utilizzare i riduttori di flusso per l'acqua, a prepararsi detersivi in casa...].
Per questi e molti altri obiettivi concreti è necessario promuovere campagne di comunicazione sociale adeguate, diffondendo in particolare "Mappature sociali dei territori", guide sulle realtà sociali dei diversi municipi, in versione cartacea e web [per aggiornamenti costanti], sull'esempio della guida "Fa' la cosa giusta".

Tra le esperienze che più di altre riuniscono molte di queste proposte ricordiamo i "Condomini solidali e sostenibili" e soprattutto il progetto "Cambieresti" [Consumo, Ambiente, Risparmio Energetico e Stili di vita, già avviato in alcune città come Venezia, Biella e Campobasso], per sperimentare con qualche centinaio di famiglie locali disponibili, progetti di consumo critico [meno acquisti inutili, sostituzione di acquisti tradizionali con quello provenienti da agricoltura biologica e commercio equo] e risparmio energetico [elettricità, acqua, gas, benzina], attraverso il coordinamento di operatori attenti ai temi dell'economia solidale e tramite i servizi di auspicabili Sportello dell'Altra Economia, da istituire in ogni municipio.
Non c'è dubbio che, queste e altre esperienze sui temi dell'altra economia, trovano senso con il coinvolgimento delle piccole e grandi realtà sociali e dei singoli cittadini. L'altra economia, dunque è necessariamente una bizzarra e spesso divertente esperienza di democrazia partecipata.

Annarita Sacco, sociologa e responsabile della bottega del commercio equo Tutti giù per Terra di Roma [via Carlo Caneva 9, assolastrada@libero.it];
Gianluca Carmosino