Una scia di omicidi politici e la presenza militare USA
di Viktor Korgun - 21/12/2011
Fonte: aurorasito.wordpress
Nel marzo del 2009, il presidente degli Stati Uniti B. Obama annunciava un piano per ritirare le forze statunitensi dall’Afghanistan nel 2011-2014. Nel frattempo, però, le truppe USA nel paese sono cresciute raggiungendo i 100.000 entro la primavera del 2011, e la preparazione effettiva per il ritiro è iniziata nel febbraio 2011, dopo la visita del vicepresidente statunitense J. Biden a Kabul, segnando un punto cruciale nelle relazioni di Washington con l’Afghanistan.
Una serie di sviluppi ha avuto luogo nel corso degli ultimi mesi in Afghanistan, aggiungendo incertezza alla situazione sul ritiro statunitense da tutto il paese. Le forze speciali statunitensi uccisero Osama bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011, ma il raid scatenò una serie di omicidi politici in Afghanistan. Il vice ministro della polizia dell’Afghanistan, generale Mohammed Daoud Daoud, che era a capo delle operazioni di lotta al narcotraffico, morì in un attacco suicida il 28 maggio. Un’indagine condotta dalle forze dell’ordine afghane dimostrò che il kamikaze era un militante del Movimento islamico dell’Uzbekistan, noto per gli stretti legami con al-Qaida. Ahmed Wali Karzai, fratello del presidente afghano H. Karzai e presidente del Consiglio provinciale di Kandahar, venne ucciso dalla sua guardia del corpo proprio il 12 luglio. La vittima aveva una pessima reputazione ed era conosciuta per aver gestito la provincia come un territorio completamente senza legge. Era ampiamente sospettato di mantenere legami con la mafia della droga, di sequestrare illegalmente terre per affittarle alle aziende occidentali e per aver distorto l’esito delle elezioni presidenziali del 2009, nella parte meridionale dell’Afghanistan. I taliban hanno rivendicato l’assassinio di A. Karzai, ma nessuna versione ufficiale dell’incidente è stata rilasciata, provocando speculazioni sui numerosi giocatori che avevano interessi nel complotto. L’ex presidente dell’Afghanistan prof. Burhanuddin Rabbani è stato ucciso il 20 settembre. Rabbani ha guidato l’opposizione nel parlamento afgano e ha presieduto la Jirga Consultiva per la Pace del paese, un organismo istituito per portare i taliban nel dialogo per la riconciliazione. L’omicidio di Rabbani, per il quale il gruppo ribelle Jalaluddin Haqqani ha dichiarato di essere responsabile, è stato un chiaro tentativo di far deragliare il processo negoziale, per provocare una grande escalation in Afghanistan e per riaccendere il conflitto tra i tagiki afgani e le minoranze del nord che li sostengono, da un lato, e i pashtun, dall’altro. Il presidente afghano H. Karzai ha dichiarato, il 29 settembre, che non avrebbe trattato con i taliban e avrebbe scelto il Pakistan come partner negoziale.
I taliban allo stesso modo presero di mire le forze USA in Afghanistan. L’11 settembre, più o meno quando il presidente Obama ebbe indicato di esser aperto ai negoziati con i ribelli, una esplosione devastò una base militare statunitense nella provincia di Wardak, ferendo 77 militari statunitensi. Il 22 settembre, l’ambasciata USA a Kabul venne attaccata, e l’ambasciatore statunitense R. Crocker accusò il gruppo di Haqqani.
La conclusione derivante dalla suddetta indagine è che gli insorti in Afghanistan sono riusciti a mantenere un notevole potenziale militare. Mantenendo il governo afghano e i suoi partner occidentali nel mirino, spingono questi ultimi ad accelerare il ritiro, nella speranza di imporre le loro condizioni sul primo, nei negoziati che hanno preferito evitare finora.
Date le circostanze, Washington ha scelto di offrire ad H. Karzai un accordo che definisce il formato e lo status della presenza statunitense in Afghanistan, dopo il promesso ritiro. Mentre il presidente Obama si trova ad affrontare la pressione dell’opinione pubblica nel completare il ritiro nel più breve tempo possibile, (a metà estate i sondaggi hanno mostrato che il 56% della popolazione statunitense si oppone ad una ulteriore permanenza delle forze USA in Afghanistan), H. Karzai e la sua amministrazione sono sempre più espliciti sulle loro preoccupazioni che, in assenza del sostegno militare dell’Occidente, il paese potrebbe facilmente tornare allo stato di guerra civile e riemergere come fonte di una minaccia regionale.
Un nuovo accordo di partnership strategica USA-Afghanistan era sul tavolo durante i colloqui apertisi nel marzo 2011, parte dello scopo è consentire all’esercito statunitense e agli specialisti e alle formazioni civili – i servizi segreti statunitensi, l’aviazione, ecc. – di lavorare in Afghanistan dopo il 2014. Kabul ha respinto il progetto di accordo USA citando la sua formulazione aperto e suggerendo un’alternativa dettagliata, il punto chiave è che i militari USA in Afghanistan dovrebbero obbedire alla legislazione afgana. Il consigliere in politica estera di Karzai, Dr. Rangin Dadfar Spanta, ha sottolineato che non ci dovrebbero essere accordi paralleli ed i parametri della transazione devono inserirsi pienamente nella costituzione afghana. Karzai aveva detto in aprile, che avrebbe convocato la Loya Jirga per tenere dei colloqui sulla partnership strategica dell’Afghanistan con gli Stati Uniti. I colloqui USA-afghani sono ripresi a giugno, ma le lunghe discussioni non sono riuscite a produrre un documento che entrambe le parti possano sottoscrivere.
Una delle questioni su cui, tra l’altro, è divisa l’amministrazione afgana, è il futuro delle basi militari in cui le forze USA sono attualmente schierate. L’assassinato A. Karzai aveva affermato che permettere agli Stati Uniti di operare nelle basi in modo definitivo, avrebbe protetto l’Afghanistan dai suoi vicini potenzialmente invadenti. Le fila dei sostenitori attuali della visione in Afghanistan, sono il ministro della difesa Abdul Rahim Wardak, l’ex vicepresidente Ahmad Zia Massoud, l’ex capo della sicurezza nazionale Amrullah Saleh e l’ex ministro della polizia Hanif Atmar. Al contrario, la posizione assunta dal comandante militare afgano e primo vicepresidente Feldmaresciallo Mohammad Qasim Fahim, è che tutta la nazione deve essere invitata ad un dibattito sulla questione.
Il problema dello status delle basi militari statunitensi in Afghanistan, evoca già gravi preoccupazioni nei paesi vicini. Teheran ha esposto una dichiarazione forte contro la perpetuazione dell’esistenza di basi militari statunitensi in prossimità dell’Iran. Russia, India e Cina hanno anch’esse inviato il messaggio a Kabul che l’idea non è di loro gradimento.
Nel complesso, il ritiro degli Stati Uniti è iniziato in condizioni difficili, e Washington sta lasciando l’Afghanistan con una massa di problemi irrisolti. I taliban e i loro alleati sono ancora forti nel paese, e i metodi militari su cui l’amministrazione di G. Bush ha fatto affidamento, si sono rivelati inefficienti. Di conseguenza, Washington ha semplicemente parlato con i taliban, ma le incertezze abbondano lungo la strada, in quanto è impossibile prevedere esattamente quello che attende l’Afghanistan dopo il ritiro degli Stati Uniti. La corruzione dilagante, il traffico di droga dilagante, la selvaggia potenza dei signori della guerra e dei gruppi criminali organizzati e gli estremi livelli di disoccupazione, sono parti del quadro dell’Afghanistan di oggi.
Potrebbe essere un’ipotesi realistica che il ritiro statunitense dall’Afghanistan non sarà totale: le forze di combattimento sono tornate negli Stati Uniti, ma la presenza militare statunitense nel paese è destinata a persistere. Il viaggio nell’Ottobre 2011 in Pakistan, Afghanistan, Uzbekistan e Tagikistan della segretaria di stato H. Clinton, aveva fornito la prova che sembra rinforzare tale idea. La complessità della missione di H. Clinton ha raggiunto il picco ad Islamabad, dove ha cercato di raffreddare le tensioni tra Stati Uniti e Pakistan, causate dal raid durante il quale venne ucciso bin Ladin (l’operazione è vista in Pakistan come un reato contro la sua sovranità). H. Clinton ha accreditato che il Pakistan svolge un ruolo chiave nella soluzione afghana e ha esortato sia a un giro di vite verso gli estremisti interni che a contribuire alla stabilizzazione dell’Afghanistan.
Quando H. Clinton era a Kabul, il tema era l’accordo strategico bilaterale promesso da B. Obama e H. Karzai nel maggio 2010. Come in precedenza, nessun compromesso è stato raggiunto sui termini di locazione delle basi militari afghane degli Stati Uniti, dopo il 2014.
Gli oggetti dei colloqui di H. Clinton a Dushanbe e Tashkent – il coinvolgimento delle repubbliche dell’Asia centrale nella ricostruzione dell’Afghanistan, i diritti umani e le libertà religiose – erano essenzialmente tradizionali. Un’idea nuova che è stata presentata e quindi fornito la linea chiave dell’ordine del giorno del 2 novembre, la conferenza d’Istanbul dal titolo eloquente di Sicurezza e Cooperazione nel Cuore dell’Asia, era creare una edizione moderna della storica Via della Seta. Il forum ha attirato le delegazioni provenienti da Russia, Turchia, Afghanistan, Iran, Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan, Tagikistan, Cina, India, Pakistan, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.
L’attuazione del piano per una nuovo Via della Seta, sotto esame, aiuterebbe gli Stati Uniti a preservare le politiche e altri tipi di dominio nella regione dopo il completamento del ritiro dall’Afghanistan nel 2014, e consentirebbe a Washington di emarginare da essa Russia, Cina e la sempre più assertiva Shanghai Cooperation Organization. L’impressione è che il progetto sia una versione aggiornata del piano di G. Bush per una Grande Asia Centrale che, pur essendo rinominata, riflette il perseguimento dello stesso obiettivo degli Stati Uniti, ottenere l’accesso diretto alle risorse naturali della regione attraverso dei percorsi che bypassano la Russia. In aggiunta, Washington sta compiendo degli sforzi per ottenere che la NATO si trinceri in Asia centrale.
Il piano degli Stati Uniti, però, sembrava destinato a fallire sin dall’inizio. Il Pakistan, ha dato un netto No ad esso, mentre si concentra sullo sviluppo di programmi di sicurezza e sviluppo già formulati, che sarebbero più saggi che inventarsi meccanismi extra di cooperazione. Russia, Cina e Iran hanno espresso riserve analoghe. Il risultato principale di fondo della conferenza di Istanbul, sembra essere che la Shanghai Cooperation Organization intenda espandersi a un ritmo accelerato, integrando l’India e il Pakistan quali membri a pieno titolo.
Per quanto riguarda il ritiro degli Stati Uniti, è probabile che renderà più difficile affrontare il problema della sicurezza in Afghanistan e dei suoi vicini, piuttosto che portare a delle risoluzioni efficaci.
La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation .
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

