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Il dialetto rinasce perché non è mai morto

di Paolo Di Stefano - 29/12/2013



«Fra le altre tragedie che abbiamo vissuto (…) in questi ultimi anni, c’è stata anche la tragedia della perdita del dialetto, come uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà». Con questo grido di dolore Pier Paolo Pasolini, nel 1964, decretava come avvenuta la morte delle parlate dialettali a vantaggio di un italiano medio «tecnologico», modellato a misura della società neocapitalistica. Italo Calvino, assumendo in polemica con lui un punto di vista decisamente più «moderno», scrisse che l’italiano si giocava il suo futuro in rapporto alle lingue straniere e che gli scambi con il dialetto erano superati: la nostra lingua nazionale doveva porsi un problema di traducibilità. Cinquant’anni dopo, chi dei due aveva ragione? Pasolini o Calvino? Probabilmente né l’uno né l’altro, se è vero che entrambi davano per spacciato il dialetto (Pasolini con angoscia, Calvino forse con sollievo), mentre il dialetto anzi i dialetti, al plurale, resistono e si rinnovano. Si rinnovano mescolandosi con l’italiano. Del resto, le lingue, come i popoli, sopravvivono solo se sanno rinnovarsi, cioè mescolarsi.
Ben lungi dallo scomparire, ovvio che sul piano quantitativo il dialetto come strumento esclusivo di comunicazione pratica e quotidiana è parecchio regredito rispetto agli anni passati, anche se rimane pressoché intatto in certe fasce sociali e in contesti geografici locali (lo parla ancora in media, con amici o in famiglia, un terzo della popolazione). Ma Pasolini non aveva previsto la sua capacità di rilancio in funzione espressiva, anzi riteneva che l’affermazione del nuovo italiano avrebbe prodotto il ripiegamento della lingua letteraria verso un grigio livello medio: certo, considerando il generale abbattimento di qualsiasi ambizione stilistica in letteratura e l’adeguamento alla lingua della comunicazione, non si può dargli totalmente torto. D’altra parte però è pur vero che, non appena abbiamo diffusamente imparato l’italiano, il dialetto ha cominciato a rifluire sempre più nella lingua regionale contribuendo spesso a colorarla e a renderla più espressiva. Sono per primi i sociolinguisti (Gaetano Berruto, Alberto Sobrero, Giuseppe Antonelli) a sottolineare questo processo imprevisto per cui — non solo nel parlato familiare — i registri affettivi, informali, emotivi vengono spesso delegati alle varietà locali. Insomma, il dialetto è tutt’altro che morto, anzi è diventato una risorsa. Per di più, il suo prestigio sociale ha guadagnato punti: il dialetto non è più sinonimo di povertà socio-culturale.
Di questo e di altro parlano Andrea Camilleri e Tullio De Mauro nel bel libro-dialogo La lingua batte dove il dente duole (Laterza). E specialmente il primo capitolo ci fa capire perché il dialetto continui ad agire (più o meno sotterraneamente) in funzione vivificante. De Mauro ricorda che qualche anno fa, lavorando a un vocabolario del parlato e dovendo sbobinare un dialogo concitato tra un infermiere e alcuni portantini dell’ospedale di Napoli, gli esperti furono costretti a ricorrere ad altri colleghi per decifrare diverse parole incomprensibili. Eravamo in una grande città. A Milano e a Torino, forse, sarebbe più raro trovare dialettofoni occasionali per strada. Non a Venezia, a Verona, a Bologna, a Bari, a Palermo o a Pescara… E neanche in certe zone di Roma. È per lo più una dialettofonia alternata o frammista all’italiano nei modi del code switching , cioè del passaggio da una lingua all’altra nello stesso discorso, o del code mixing , ossia dell’inserimento di termini dialettali in un discorso in italiano e viceversa.
«Sono sempre stato convinto, sbagliando, che il dialetto era destinato — dice Camilleri — a una condizione di immutabilità, mentre era solo la lingua che mutava e si rinnovava». Certo, anche i dialetti si adattano a nuovi ecosistemi sociali e culturali. Se non cambiassero, non esisterebbe il commissario Montalbano. «Non si tratta — avverte De Mauro — solo di banale italianizzazione, di parole prese in prestito dall’italiano, anche se l’avvicinamento progressivo del dialetto alla lingua è un fenomeno per certi aspetti inevitabile. Il fatto interessante è che quelli che parlano prevalentemente il dialetto se ne vanno anche per strade loro, continuano a inventare parole nuove e a riadattare quelle vecchie. Le classi colte di città, di Roma, di Milano, pensano che i dialetti siano cosa morta, che non si parlino più. Ma è una palese sciocchezza». E torniamo così alla profezia di Pasolini.
Va da sé che dal revival del dialetto vanno sfrondate le tentazioni identitarie prefigurate per esempio dalla Lega quando propone di insegnarlo a scuola, come se fosse possibile insegnare una lingua non scritta, priva di grammatiche e con varianti lessicali e fonetiche da paese a paese, se non da contrada a contrada. «Balordaggini sostenute da sciocchi abbacinati dall’idea di salvare un feticcio», sostiene lo storico della lingua Francesco Sabatini. Va anche sfrondata, dalla sostanza più seria, l’esibizione informale-vernacolare dilagata in ambito politico con (malcelata) funzione populistica, la stessa che spinge certi leader ad accentuare la prosodia locale o a concedersi all’improperio facile: vedi il delicato scambio di «Vaiassa !» tra Alessandra Mussolini e la ministra Carfagna, che ricordava la mitica scena delle lavandaie della Gatta Cenerentola .
Ben altro discorso è quello che riguarda il rilancio del dialetto in letteratura, in musica, nel teatro, nel cabaret, nel cinema. Non è certo una novità la presenza di coloriture locali nei romanzi, ma l’intensità attuale, forse anche dovuta alla sempre più massiccia invasione di oralità nella scrittura letteraria, si era vista di rado: Camilleri a parte, dal pisano di Marco Malvaldi al lombardo di Laura Pariani, dal napoletano gergale di Marco Ciriello al romanesco di Walter Siti, ormai la geografia linguistica italiana è quasi completamente rappresentata nella narrativa. Per non dire dell’aurea tradizione poetica in dialetto, dove va ben distinto il grano dal loglio dell’ingenuità casereccia, come sapevano bene Pasolini e Zanzotto, e come ben sa Cesare Segre. Il quale individua nel trevigiano dialettale Luciano Cecchinel una delle voci maggiori della poesia italiana d’oggi tout court .
Va poi messo nel conto che negli ultimi vent’anni si sono moltiplicati i gruppi musicali giovanili che, nei generi più disparati, hanno optato per i linguaggi locali in chiave non solo di ricerca folklorica, ma di antagonismo politico: vedi le «posse» diffuse nell’intero territorio nazionale, dai napoletani Almamegretta ai piemontesi Mau Mau, dai pugliesi Sud Sound System ai veneti Pitura Freska e agli emiliani Modena City Ramblers. Altro versante molto produttivo che meriterebbe una mappatura a sé è quello teatrale, che ha visto nell’ultimo decennio la nascita di protagonisti di rilievo assoluto assurti anche alla ribalta televisiva, come Marco Paolini e Ascanio Celestini. Un versante che continua a dare frutti meravigliosi come (per fare un solo esempio tra i tanti possibili) quel piccolo capolavoro che è La madre (sottotitolo: I figlie so’ piezze ’i sfaccimma ) del giovane drammaturgo-regista-attore napoletano Mimmo Borrelli (insignito recentemente del premio Testori).
Sono ambiti in cui il dialetto ha sempre agito ampiamente in controcanto alla lingua. Ma quel che colpisce, in questa fase di riscatto, è la sua emersione in domini d’uso imprevedibili, come i fumetti sperimentali e giovanili, il web, in cui non si contano i messaggi e i blog semidialettali in funzione ludica, i video (spesso con doppiaggi parodistici) e i siti dedicati alle parlate vernacolari non solo da cultori nostalgici. E non è un caso che anche la pubblicità, consapevole del rinnovato prestigio, provi a lanciarsi nel dialetto in chiave glocal. Si vedano gli slogan «idiomatici» di Linkem e Fastweb in barese: «Agguand’ a Peppin !» (acchiappa Peppino!) e «Vin dou » (vieni qua!). Ne sarebbero contenti Pasolini e Calvino? Sì, no, vai a sape’.