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La laguna nera dell'America

di Filippo Del Lucchese - 30/08/2006

 
Katrina un anno dopo. Libri, riviste e blog ricostruiscono, analizzano e raccontano l'intreccio fra catastrofe naturale e politica, disastro annunciato e catena di disfunzioni burocratiche e cattiva amministrazione. E l'incubo continua. Come spiega Mike Davies, nella «ricostruzione» di New Orleans è all'opera un vero e proprio «capitalismo della catastrofe»


Ogni casa ha la sua croce. Le squadre di soccorso, nei giorni e nelle settimane successive all'alluvione, hanno percorso le strade di New Orleans in cerca dei sopravvissuti e poi delle vittime. Ogni porta è segnata da una croce di vernice fosforescente. Una grossa «X» con la data, il codice della squadra intervenuta e una cifra, semplice e agghiacciante, che indica il numero dei cadaveri recuperati all'interno. Nel silenzio dei quartieri, ancora oggi disabitati, l'atmosfera è spettrale. Esattamente un anno fa gli argini saltavano in più punti, allagando l'80% della città. Le riprese aeree fecero immediatamente il giro del mondo. Non troppo diverse dal ritratto visionario che James Ballard immagina nel suo Il mondo sommerso, dove lo scienziato Robert Kerans osserva ciò che resta delle metropoli, dopo che una serie di tempeste solari ha surriscaldato e mutato per sempre il volto del pianeta. I palazzi sommersi emergono da una laguna nera, infestata e contaminata, risultato di un'apocalisse che ha ricacciato la civiltà umana in un'età primordiale. Come i reietti di Ballard, anche gli abitanti di New Orleans sono stati condannati dall'incompetenza e dal razzismo delle autorità a sopravvivere per cinque giorni immersi in un terrificante Hazmat: un miscuglio di acqua e sostanze tossiche, invaso da ratti e serpenti, su cui galleggiavano i cadaveri delle vittime.

A un anno di distanza dall'uragano, non è però il momento della fiction. Gli scaffali delle librerie americane si sono riempiti, nelle ultime settimane, di decine di volumi in cui si cerca di offrire la spiegazione di uno degli eventi più tragici della storia di questo paese. Il modello letterario è Rising Tide: The Great Mississippi Flood of 1927 and How It Changed America (Touchstone 1998), di John M. Barry. È incredibile il senso di déjà vu che si prova nel leggere la storia di questa precedente inondazione. Famiglie costrette a rifugiarsi sui tetti delle proprie abitazioni, errori tecnici nella manutenzione degli argini, politici corrotti sullo sfondo di un razzismo che allora prendeva il nome di Ku Klux Klan. In questa ricostruzione, Berry è attento a mettere in evidenza gli effetti catasotrofici non solo dei fenomeni naturali, ma della loro interazione con un preciso sistema e ordine sociale.

Questa è anche la cifra della «sociologia delle catastrofi» di Mike Davis, uno dei più acuti interpreti della società americana, che ha scritto in questi mesi numerosi saggi sulle premesse e le conseguenze politiche dell'uragano Katrina, così come sulla posta in gioco nella ricostruzione della città del jazz (l'analisi di Davis su Katrina si può leggere anche su
www.socialistworker.org). La gentrificazione di New Orleans, sostiene Davis, era iniziata ben prima di Katrina, con l'abbattimento delle case popolari per far posto agli ipermercati o con il dirottamento dei fondi federali dalle spese per la manutenzione degli argini verso la fortificazione del confine messicano. Davis parla di un vero e proprio «capitalismo della catastrofe», simile in tutto al capitalismo di guerra di cui l'amministrazione Bush si nutre da qualche anno. Già nell'ottobre del 2005, solo per fare un esempio, la Halliburton dell'azionista nonché vicepresidente Dick Cheney, riceve i primi contratti milionari per la ricostruzione degli argini.

Un punto di vista esperto e informato è anche quello di Ivor van Heerden, docente alla Louisiana State University, coautore insieme a Mike Bryan di The Storm: What Went Wrong and Why During Hurricane Katrina (Viking Adult 2006). Nel luglio del 2005, van Heerden lavora alla simulazione di un ipotetico uragano, per mettere a punto delle strategie di difesa e prevenzione. Fin dal 2001, infatti, insieme a un attacco terroristico a New York e a un terremoto a San Francisco, un uragano sulla Louisiana è ritenuto una delle tre peggiori e possibili catastrofi per la nazione. La simulazione mette in evidenza come niente, sulla costa, sia pronto per affrontare una tale evenienza. Van Heerden è fra i pochi a non ignorare i risultati dell'esperimento e il suo libro rende oggi la definizione di «catastrofe annunciata», usata a piene mani per Katrina, poco più di un eufemismo.
Con un taglio più giornalistico, invece, affrontano l'intreccio fra catastrofe naturale e politica sia Jed Horne in Breach of Faith. Hurricane Katrina and the Near Death of a Great American City (Random House), sia Douglas Brinkley in The Great Deluge. Hurricane Katrina, New Orleans and the Mississippi Gulf Coast (William Morrow). Horne scrive per The Times-Picayune, il quotidiano di New Orleans che, durante la crisi, ha continuato a funzionare come un vero e proprio blog di coordinamento dei soccorsi, nell'assenza pressoché totale delle autorità (un archivio degli epici resoconti si trova su
www.nola.com). Per Horne non è il razzismo la principale chiave di lettura del disastro, ma la micidiale catena di disfunzioni burocratiche e cattiva amministrazione della città. Il suo giudizio è durissimo, ad esempio, nei confronti del primo cittadino Ray Nagin.

Sindaco nero, eletto col voto dei bianchi, Nagin è fra i principali responsabili del disastro che ha investito la città. Per non incorrere nella critica di un eccessivo allarmismo e, soprattutto, per difendere gli interessi del settore commerciale e alberghiero, Nagin ha emesso con colpevole ritardo, la mattina del 28 agosto, l'ordinanza di evacuazione obbligatoria della città. Questo errore, che anche Douglas Brinkley mette in evidenza, è alla base di una catena di decisioni fallimentari che costeranno la vita a migliaia di persone. Sul lavoro di Brinkley si è anche basato Spike Lee per il suo documentario When the Levees Broke: A Requiem in Four Acts, che sarà presentato nei prossimi giorni alla mostra di Venezia. Il giudizio di Lee, tuttavia, è molto meno duro sull'operato del sindaco nero. Ed è un giudizio che rispecchia il comune sentire di gran parte della cittadinanza. Il sindaco Nagin è un politico estremamente abile che, ammettendo in parte le proprie responsabilità, è riuscito a scaricare tutta la colpa sui livelli alti dell'amministrazione federale.

Nell'aprile di quest'anno, Nagin ha ripresentato la propria candidatura a sindaco. I pronostici erano incerti, ma il risultato è stato davvero sorprendente. Nagin è stato rieletto, questa volta con l'80% dei voti della comunità nera e il 40 della comunità bianca. Molte e complesse sono le cause di questo risultato. Fra queste, secondo alcuni osservatori, la mancata partecipazione delle decine di migliaia di sfollati - i più colpiti dall'uragano, per lo più afroamericani - che non sono rientrati in città per votare. Ma ha giocato anche la mancanza di un candidato nero credibile, in alternativa al «nero-bianco» Nagin, come lo definisce Brinkley. Il suo diretto avversario era Mitchell Joseph Landrieu, cattolico bianco e democratico, rampollo di una dinastia di politici con solide radici in Louisiana. Dopo la debacle di Nagin nell'affrontare Katrina, per la prima volta dopo quasi 30 anni, le élite cittadine hanno visto l'opportunità di riconsegnare la City Hall nelle mani di un bianco.

Ma cento anni di conflitto lungo la linea del colore, evidentemente, non si cancellano così facilmente. Il giovane Mitch è figlio di Moon Landrieu, ultimo sindaco bianco della città, che all'inizio degli anni '70 ispirò una vera e propria guerra contro movimenti come le pantere nere e, prima ancora, il Deacons for Defence and Justice, composto da veterani della II guerra mondiale e della Corea, organizzati per la difesa armata dei lavoratori contro la violenza razzista del KKK. Landrieu partecipò all'organizzazione di più di un assalto, con elicotteri e carri armati, nei quartieri popolari come il Desire Project, dove i militanti neri si erano radicati. Solo il nome di Landrieu quindi, per chi ha ancora un po' di memoria, deve aver ispirato un certo scetticismo rispetto all'eventualità di riconsegnare ai bianchi il governo della città. Nonostante i propri fallimenti, l'abile e populista Nagin ha avuto buon gioco nel guadagnarsi i voti dei neri rimasti.
Ma dalle analisi di Brinkley e Horne, così come da Come Hell or High Water: Hurricane Katrina and the Color of Disaster (Perseus Books), di Michael Eric Dyson, non è solo Nagin, ma un'intera classe politica a venir condannata. Tutti questi lavori danno corpo e parole alle impressioni suscitate dalle tragiche immagini di un anno fa. Anziani e bambini, in maggioranza poveri e neri, che chiedevano cibo e assistenza, fronteggiati nelle strade o nel famigerato Superdome da agenti di polizia armati fino ai denti. Proprio il Superdome è stato, forse, il punto più alto della violenza, non solo simbolica, che le istituzioni hanno perpetrato contro la popolazione di New Orleans. E proprio il Superdome ha messo in luce come la spiegazione della catastrofe andasse cercata in alcune categorie spesso dismesse dal lessico politico occidentale, come «razza» e «classe». Decine di migliaia di persone avevano trovato, nello stadio dei Saints, un rifugio estremo alla furia dell'uragano. Abbandonate per giorni senza assistenza, nel clima malsano di una città sommersa, con i cadaveri delle vittime lasciati nei corridoi, avevano tentato in tutti i modi di uscire, di organizzarsi, di trovare una risposta collettiva alla situazione disperata a cui la colpevole incompetenza delle autorità le stava condannando.

Le stesse autorità non trovarono di meglio, nei giorni successivi, che dipingere i rifugiati e i superstiti come una moltitudine minacciosa di looters and rapers, saccheggiatori e stupratori. Di fronte a chi cercava in tutti i modi di non morire di fame e di sete, Bush e Blanco invocarono a gran voce «tolleranza zero» e autorizzarono la guardia nazionale ad aprire il fuoco per ristabilire l'ordine. L'ultimo «dono» avvelenato delle autorità, ai dannati di New Orleans, era il marchio infame di ladri e violentatori. Le violenze non sono mancate ma, nella più parte dei casi, sono state il frutto di uno sguardo apertamente razzista, alimentato da politici e media. Perfino i poliziotti hanno partecipato in quei giorni al saccheggio e, curiosamente, nessuno dei libri fotografici, in questi giorni in libreria, riporta le immagini degli agenti che escono dai negozi con la merce rubata, disponibili invece su internet.

E proprio internet, oltre all'ottimo lavoro di questi scrittori e giornalisti, offre oggi l'antidoto migliore alla «storia ufficiale» dell'uragano Katrina. Migliaia di racconti sono stati raccolti sui blog spontanei sorti fin dai primissimi giorni del disastro. Una vera e propria controstoria della catastrofe, ad esempio, è quella firmata da Francisco di Santis e nata in seno al Collettivo di ispirazione anarchica «Common Ground», fondato tra gli altri dall'ex-leader delle black panther Malik Rahim. Di Santis ha raccolto, nei mesi successivi all'uragano, una serie di ritratti e storie delle vittime dell'uragano. Il risultato è un'impressionante coro di denuncia, ma anche una straordinaria manifestazione di resistenza nei confronti di chi tenta oggi di sfruttare il disastro per ripulire New Orleans dalla «feccia» che abitava i quartieri popolari. Con intelligenza, di Santis allarga l'obiettivo anche oltre la dimensione immediata della tragedia, intervistando ad esempio molti immigrati ispanici illegali, arrivati massicciamente nell'ultimo anno per cercare lavoro nella ricostruzione.

New Orleans è, ancora oggi, una città in guerra, che ha perso più del 60% della popolazione, in cui è triplicato il tasso di suicidi e che subisce l'attacco delle elite cittadine, che tentano oggi una delle più grandi operazioni di gentrificazione nella storia del paese. Il ciclone, scriveva Victor Hugo, ha trovate da carnefice e la sua devastazione presenta gli aspetti di un supplizio. Proprio come un carnefice, mentre stermina, anatomizza le sue vittime. Si direbbe che Katrina abbia anatomizzato e messo a nudo alcuni aspetti della politica e della società di questo paese. L'incubo, per molti, non è ancora finito. Esattamente un anno fa, il 29 agosto, rinchiusi nel carcere minorile, i detenuti battevano inutilmente le sbarre. Le guardie erano fuggite in cerca di salvezza. Nel buio delle celle, il livello dell'acqua cresceva a vista d'occhio. Per giorni i ragazzi sono rimasti immersi nell'acqua contaminata, costretti a mangiare ciò che per caso ancora galleggiava, finché qualcuno si è ricordato di loro. Purtroppo questa non è l'immaginazione visionaria e post-apocalittica di Ballard, ma la cruda realtà di «New Orleans anno zero».