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Vandana Shiva: il genocidio figlio della globalizzazione

di redazione - 20/09/2006

Vandana Shiva: il genocidio figlio della globalizzazione  
PER Gandhi la Terra possedeva risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni. Vandana Shiva, scienziata e ambientalista indiana, paladina dell’ecologia sociale, inizia così il primo capitolo del suo nuovo libro Il bene comune della Terra, appena uscito per Feltrinelli. Concetti semplici ma radicali: dobbiamo imparare a pensare al pianeta come a una grande comunità democratica, una «famiglia terrestre», in continua correlazione con le altre specie. Capitalismo globale e fragili equilibri ecologici, avidità e violenza contro i più deboli sono da combattere con la disobbedienza civile. Anche di questi argomenti l’attivista indiana parlerà a Torino Spiritualità (mercoledì ore 18, nel cortile di Palazzo Carignano).


Che cosa hanno prodotto vent’anni di globalizzazione neoliberista in India?

«L’India si è spaccata in due, divisa in due mondi lontani. Un milione di indiani oggi ha ottenuto nuovi lavori decorosi, dai call center alle tecnologie all’informatica. C’è stata una notevole crescita, ma a un prezzo terribile. Il primo esempio è la violenza contro i piccoli agricoltori, oberati dai debiti per l’aumento dei costi di produzione e la caduta dei prezzi. L’India, per la prima volta nella sua storia, ha sperimentato una crescita inaudita di suicidi di contadini. Mentre scrivevo il mio libro i casi conosciuti erano 25.000, oggi il governo ne ha ammessi 140.000».

Lei parla di un genocidio.

«È il genocidio operato dalla globalizzazione. In India non conoscevamo questa piaga, ma con l’ingresso nel paese delle grande multinazionali come la Monsanto, l’obbligo di comprare le loro sementi industriali dal costo sempre più elevato, biologicamente modificate e utilizzabili solo per un raccolto, si trasforma in una nuova schiavitù per i piccoli agricoltori. E poi il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli dovuto alla liberalizzazione dei mercati imposta dal Wto ha rovinato migliaia di persone».

L’altro fenomeno di cui parla è quello della bambine mai nate.

«A 25 milioni di bambine è stato negato addirittura questo diritto, attraverso gli aborti selettivi. La cosa sorprendente è che tutto ciò non accade nelle aree più povere, ma in quelle più ricche, dove l’economia globale è più integrata, come a Delhi. Sembra che il numero delle bambine che non nascono cresca in proporzione al benessere e allo sviluppo economico. È un cambiamento radicale di valori: se non rientri nel mercato globale, nel mercato non c’è posto per te. Ed essere donna in India oggi significa non avere più un ruolo economico».

Cosa resta del messaggio di Gandhi?

«Quest’anno celebriamo i cent’anni da quando Gandhi in Sud Africa, per la prima volta, ha detto no agli inglesi. Da quel no è nata la sua “lotta per la verità”. È la nostra eredità più forte e solo opponendoci senza violenza alle ingiustizie potremo mantenere viva la sua lezione e riconquistare la libertà. Come hanno fatto un gruppo di donne in un piccolo villaggio del Kerala. Lo stabilimento della Coca-Cola estraeva illegalmente l’acqua potabile. Non c’erano più risorse idriche per la comunità. Le donne di Plachimada hanno presidiato giorno e notte la fabbrica, facendo nascere intorno a loro un movimento popolare imponente. Dopo due anni sono riuscite a far chiudere la fabbrica».

La non violenza è una risposta sempre sufficiente?

«Io credo nella disobbedienza civile. Ma in India migliaia di villaggi sono già stati attaccati militarmente per espropriare le terre ai contadini. Sono stati assaltati dalla polizia armata, dal Nepal al Bihar, dall’Orissa all’Andhra Pradesh. I contadini mi dicono: combatteremo in pace come ci ha insegnato Gandhi, ma se ci toglieranno la terra prenderemo le armi».