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La comparazione religiosa: l'approccio morfologico di Mircea Eliade

di Nicoletta Antonello - 12/11/2006

 

Mircea Eliade nacque a Bucarest nel 1907 e morì a Chicago nel 1986. Si formò culturalmente nella Romania del primo dopoguerra, fino al soggiorno in India (1928-1931), che impresse nei suoi interessi di ricerca la svolta fondamentale verso l’orientalistica e la storia delle religioni; tornato in patria nel 1931, si laureò infatti discutendo una tesi sullo yoga. Dal ‘33, anno in cui ottenne la supplenza della cattedra di Logica e Metafisica all’università di Bucarest, tenne monografie e seminari su argomenti quali il problema del male e della redenzione nella storia delle religioni, la dissoluzione del concetto di causalità nella logica buddhista, il rapporto tra metafisica e mistica in Nicola Cusano, il simbolismo religioso, in particolarmodo quello delle acque e della vegetazione. Fondò anche una rivista che si occupava di comparazione religiosa e di valorizzazione del patrimonio folklorico rumeno, di cui fu direttore dal 1938 al ‘42. Gli anni ‘30 e ‘40 furono un periodo di grande fermento creativo, durante il quale egli intuì ed elaborò i nuclei di quelle che successivamente sarebbero divenute le sue opere principali. Eliade lasciò la Romania nel 1940 alla volta di Londra e poi di Lisbona, dove soggiornò fino al ‘45, quando gli venne assegnata una cattedra alla Sorbona di Parigi. Partì per Chicago nel 1957, dove insegnò come ordinario di Storia delle Religioni per il resto della vita, e dove nel 1985 fu istituita la cattedra “Mircea Eliade” a lui dedicata. Eliade è ricordato come uno dei maggiori storici delle religioni del XX° secolo, e i suoi vasti studi sulle espressioni religiose -mitiche, rituali e talora anche mistiche- prodotte da culture lontane fra loro nel tempo e nello spazio restano un contributo fondamentale alla comparazione religiosa diacronica e sincronica, basata su un’analisi approfondita delle strutture comuni, pur senza trascurare un’attenta descrizione fenomenologica dei diversi contesti storico-geografici, sociali e quindi culturali, che si traduce in una valorizzazione delle plurali forme di creatività dello spirito umano.

Com’è noto, gli approcci allo studio delle religioni negli ultimi due secoli sono stati molteplici (evoluzionismo, riduzionismo, perennialismo, funzionalismo, ecc.). Solo per citarne uno, contemporaneo ad Eliade, ricordiamo quella vasta corrente di pensiero, lo strutturalismo, che tra gli anni ‘50 e ‘60 investì la linguistica, l’arte, la letteratura, fino alla filosofia e all’antropologia, quest’ultima ben rappresentata da Lévi-Strauss, che nella sua Antropologia strutturale (1958) impostò la propria ricerca sull’analisi delle strutture profonde e dei principi invariabili comuni che organizzano e comandano ogni cultura, al di sotto delle contestuali diversità di superficie condizionate da fattori esterni e pertanto continuamente variabili. In un contesto di gran lungi anteriore, ma comunque importante per la comprensione dell’argomento di cui ci stiamo occupando, fu F. Max Müller, anti-evoluzionista e anti-positivista, che con il suo Essay on Comparative Mythology (1856), si occupò di filogia comparata e mitografia romantica, delineando tra l’altro le basi per la teoria della cultura tripartita indoeuropea, successivamente sviluppata da Dumézil e ripresa da Eliade.

 Ma fondamentale per la formazione del pensiero del nostro autore sembra soprattutto l’influsso della fenomenologia e della psicologia del profondo. Gerardus Van der Leeuw (1890-1950) dedicò i suoi studi alla comprensione e classificazione dei fenomeni religiosi, ossia delle plurali manifestazioni del sacro, ed elaborò il concetto di “forza” come sovrabbondanza vitale della natura, presente in ogni cosa, energia cosmica che è al tempo stesso origine ed essenza soggiogante di ogni religione. Sulla scia della corrente fenomenologica, Rudolf Otto (1869-1937), nel suo saggio Il sacro (1917), definisce l’essenza del “numen”: il sacro è numinoso in quanto “fascinosum” e “tremendum”, potenziale portatore di vita e di morte, e in grado di suscitare dunque nel fruitore un sentimento ambivalente di devozione e taboo, amore e orrore, attrazione e repulsione. Della vastissima e talora asistematica opera di Carl Gustav Jung (1875-1961), ricordiamo in questo luogo solo il libro che, nella sua prima edizione del 1912, gli costò la definitiva rottura con Freud sancendo la netta separazione tra la psicanalisi freudiana e gli albori del sistema junghiano che negli anni venturi sarebbe divenuto noto con il nome di psicologia analitica. Il saggio in questione è Simboli e trasformazioni della libido, dove il termine “libido” è un concetto difficile da definire in modo univoco, in quanto fu uno dei punti di controversia con Freud (per il quale “libido” aveva esclusivamente una connotazione sessuale) e lo stesso Jung riformulò più volte la definizione nel corso degli anni, integrandola con le proprie conoscenze non solo di psicologia, ma anche di mistica e di fisica atomica; molto genericamente, consideriamo la libido come energia psichica in senso lato, comprendente cioè anche le pulsioni non sessuali, considerabile inoltre non come a sé stante, ma come una forma dell’energia dell’organismo umano (l’altra forma è quella fisica: secondo Jung psiche e materia non sono distinguibili se non per l’incapacità dell’io razionale di percepirle come unità), che a sua volta non è che una manifestazione dell’intera energia cosmica; è interessante ricordare inoltre che Jung non intende l’energia in modo causalistico e meccanicistico, ossia come un fluido e una qualche entità che si muove nello spazio e nel tempo animata da un maccanismo di causa-effetto, ma piuttosto come un “valore” la cui essenza è una rete di relazioni e la cui premessa è la presenza di poli opposti. Da un punto di vista psicologico, il valore può concentrarsi sul soggetto o sull’oggetto, sul passato o sul futuro: vengono così a crearsi gli apparenti “movimenti” di introversione ed estroversione, regressione e progressione della libido. Nel corso degli studi che precedettero l’opera citata, analizzando un diario contenente gli appunti di sogni e fantasie diurne di una paziente nevrotica americana, sopranominata Miss Miller, Jung notò la presenza di alcune immagini (l’uccello che volando verso il sole si infiamma, l’eroe morso dal serpente o trafitto dalla freccia, ecc.), presenti anche nella mitologia di tradizioni religiose lontane dalla Miller nel tempo e nello spazio, con le quali cioè lei non era mai entrata in contatto, e attraverso lo studio incrociato di sogni e fantasie di altri pazienti formulò la seguente conclusione, di portata enorme per la svolta che avrebbe impresso alla psicologia del profondo: i miti e le storie sacre, i deliri dei pazienti psicotici, le fantasie diurne e i sogni notturni dei nevrotici e in misura minore di tutti gli individui normali (se nella psicanalisi la “normalità” non esiste, nella psicologia junghiana è un concetto molto relativo), talvolta anche i giochi infantili, presentano tutti delle strutture comuni, che Jung chiamò archetipi, definiti dapprima come “immagini universali” (imago) e successivamente come “modelli” di pensiero e quindi di comportamento (pattern of behavior), strutture invariabili pre-formali, griglie universali riempibili di volta in volta con immagini diverse a seconda del contesto storico-geografico, socio-culturale, o anche semplicemente individuale. Freud per primo, occupandosi del simbolismo onirico, si era reso conto dell’esistenza di simboli dal significato universale (comunque sessuale) che affiancavano quelli interpretabili solo in base alla storia personale del sognatore. Analizzando materiale ben più vasto, Jung arriva a teorizzare che “al di sotto” dell’inconsio personale (ma l’espressione è più che mai inadeguata, non trattandosi di spazi fisici: valga come matafora) esiste uno strato più profondo della psiche, arcaico quanto l’umanità, trasmesso ereditariamente e comune a tutti gli uomini di ogni epoca e luogo, chiamato inconscio collettivo o grande inconscio, e definito in un primo momento come “psiche”, poi come “natura” o “energia”,  precisamente energia psichica che si manifesta attraverso combinazioni fisse (archetipi) che assumono sembianze diverse (immagini) a seconda del contesto particolare in cui si manifestano. Per chiarire la differenza e il rapporto tra archetipo e immagine, prendiamo l’esempio -abbondantemente analizzato da Eliade- del “viaggio notturno del Sole”: mentre l’archetipo consiste nello schema invariabile, comune a più tradizioni religiose, del viaggio nel regno infero che il sole compie nel corso della notte, inabissandosi al tramonto per poi risorgere rigenerato all’alba, l’immagine ad esso associata è un’elaborazione culturale e varia dunque di luogo in luogo e di epoca in epoca (nella mitologia dell’Egitto faraonico, il Sole salta dentro una barca sulla quale compie il proprio viaggio; la variante vedica -induista antica- è quella del Sole che indossa la pelle del serpente per strisciare sotto terra, ecc.).

“Forza”, “numen”, “libido” sono formulazioni concettuali che, pur con le loro diversità (è lo stesso Jung a specificare che la libido non è una forza), confluiscono nell’idea di “sacro” di Mircea Eliade, e come la libido junghiana si manifesta mediante combinazioni universali, gli archetipi, anche il sacro secondo Eliade ha le proprie manifestazioni, che egli definisce “ierofanie”. Con questo non intendo identificare la libido junghiana con il concetto di sacro, ma solamente evidenziare la similitudine di impostazione tra i due sistemi di pensiero, che tuttavia vengono applicati a piani distinti (la psiche per Jung, lo spirito per Eliade, anche se per forza di cose i due piani sconfinano e si compenetrano).

Nel 1949 esce a Parigi l’opera più importante al fine della comprensione dell’approccio di Eliade, frutto di anni di ricerche comparate: Prolégomènes à l’histoire des religions: morfologie et structure du sacré, diveuto noto successivamente sotto il titolo di Trattato di storia delle religioni. La novità rispetto ad altri studi di religioni comparate dell’epoca risulta subito evidente: il Trattato non è un manuale di storia delle religioni, ma piuttosto una “summa morfologico-fenomenologica” (R. Scagno), ossia un’analisi della morfologia, cioè della struttura del sacro, e al tempo stesso dei fenomeni connessi al sacro, ossia le sue manifestazioni. Nella prefazione al Trattato, Dumézil esprime con le seguenti parole l’obiettivo dell’opera: “mettere in luce le strutture, i meccanismi, gli equilibri costitutivi di ogni religione, e definiti -discorsivamente o simbolicamente- in ogni teologia, in ogni mitologia, in ogni liturgia.” Del tutto estraneo ad ogni riduzionismo, l’apertura di Eliade non lascia spazio nemmeno all’ottica occidentalista: egli infatti esprime esplicitamente l’intento di evitare l’errore di gerarchizzare le religioni, al fine di trattare le tradizioni religiose di ogni epoca e luogo con pari attenzione, approfondendo il più possibile anche lo studio dell’inesauribile creatività spirituale delle società pre-scientifiche, i cui culti vengono posti esattamente sullo stesso piano delle grandi religioni monoteiste. Anche l’approccio evoluzionista è evitato nel Trattato: Eliade rinvia infatti al futuro (precisamente agli anni ‘60) la presa in esame di problemi prettamente storici quali la genesi, lo sviluppo, il prestito e l’influsso delle religioni, temi che costituiranno la materia prima del suo manuale. Il primo dei tre volumi della Storia delle credenze e delle idee religiose esce solo nel 1975: l’approccio storico-comparatista, dunque, non solo viene cronologicamente dopo del precedente, anzi prioritario approccio morfologico, ma è considerato dal nostro autore come un’estensione di esso; inoltre, mentre la Storia può essere utilizzata come un’opera consultativa (è corredata infatti da un esauriente indice dei nomi alla fine), il Trattato a detta di Eliade va letto nella sua interezza per essere compreso. Percorreremo ora a grandi linee i nuclei salienti dell’opera.

Il Trattato di storia delle religioni prende in esame materiale assai vasto e vario nel tempo e nello spazio (comparazione diacronica e sincronica). Le fonti sono rintracciabili nei testi sacri, nella letteratura profana, negli appunti di viaggio di missionari ed esploratori, negli studi etnologici e antropologici, nelle iscrizioni e nei monumenti resi fruibili dall’archeologia, nelle tradizioni orali, nel patrimonio folklorico e nelle usanze popolari ancora praticate recanti tracce di credenze e culti talora antichissimi. Nell’introduzione, Eliade definisce subito il concetto fondamentale di ierofania come “qualche cosa che manifesta il sacro”; in più luoghi, a sua volta, il sacro è definito dal nostro autore come ogni cosa che per una qualche ragione (potenza, temibilità, bellezza, stranezza o altro) si distingue da resto, ponendosi quindi in opposizione col profano, cioè col contesto in cui è inserita. Il sacro è per Eliade ogni cosa, persona, fenomeno atmosferico, elemento del paesaggio, ecc., in grado di suscitare nel fruitore un sentimento ambivalente di adorazione e al tempo stesso di terrore (in questo è esplicità l’eredità di Otto). Le ierofanie sono divisibili in gruppi e sottogruppi, ossia in tutte le culture il sacro si manifesta: nei livelli cosmici e in genere negli elementi del creato (cielo, terra, acque, pietre), nei ritmi biologici (fasi lunari e solari, cicli della vegetazione, della semina e della sessualità), nelle strutture mentali (tempo sacro, teatro del mito; spazio sacro, luogo del rito; simbolo, ossia unione degli opposti). Il metodo comparativo di Eliade consiste nell’analizzare la morfologia della struttura di fondo e nel descrivere molteplici esempi nella storia delle religioni.

 

1) LIVELLI COSMICI

- Il Cielo. Dall’analisi di molteplici dèi celesti (al vedico Varuna al germanico Odino, dal Jahvè veterotestamentario al Giove capitolino, ecc.) emerge l’essenza del Cielo: esso per eccellenza si contrappone alla terra, si distingue dalla quotidianità della condizione umana, suscitando una contemplazione spontanea e immediata, e pertanto è da sempre associato all’idea della trascendenza. Il Cielo è depositario di saggezza, forza, potere di creazione, sovranità. Il Cielo è padre e ricettacolo delle anime delle creature. La sua fenomenologia è universale, dalle arcaiche religioni tribali fino alle tracce permanenti nelle recenti religioni del libro: il tuono, il fulmine, il vento sono le sue voci; la pioggia è il suo seme, che fecondando la terra origina tutte le creature marcando la ierogamia primordiale; il sole è il suo occhio, intelligenza intuitiva, luce, guida e controllore delle creature; l’arcobaleno è l’alleanza con l’umanità; le stelle sono le anime dei buoni, divenute spiriti-guida dopo la morte; dai voli sciamanici agli arhat indiani che per salire “spezzano il tetto della casa”, dalle scale di Giacobbe e Maometto fino all’ascesione di Gesù, l’ascesa al Cielo indica la trascendenza della condizione umana mediante l’abbandono dei vincoli e limiti dell’ego. Un altro fenomeno assai comune tra le culture religiose è la progressiva astrazione del Cielo, che tende a divenire lontano ed indifferente alle vicissitudini umane; è l’archetipo del “Deus otiosus”, destinato ad essere sostituito dal culto degli antenati o degli dèi atmosferici, personificazioni delle arcaiche “voci” del Dio celeste: nascono così i pantheon politeisti (un esempio ancora vivente è quello hindu), che non vanno intesi dunque come insiemi di dèi diversi, ma piuttosto come diverse manifestazioni, o per meglio dire funzioni particolari, “specializzate”, di un unico Dio altrimenti troppo astratto per essere adorato.

- La Terra. La Terra ci porta a sfiorare l’inesauribilità del concetto di “madre”, che fu anche uno dei perni della psicologia junghiana. Essa infatti è l’utero, il vuoto che contiene, l’ambiente che circonda, nutre, ma poi riassorbe le proprie creature; la carica di ambivalenza della Terra è massima, dall’arcaica grande Madre alle più recenti dèe dell’amore e della guerra: alfa e omega, utero e tomba delle proprie creature, la Terra dà la vita e la toglie, forma e deforma, compone e decompone. Dal paleolitico (in cui i morti venivano inumati in posizione fetale) al culto cristiano attuale, la sepoltura rappresenta un ritorno all’utero del defunto in attesa di rinascita o risurrezione; lo stesso schema di “regressum ad uterum” è rintracciabile in vari rituali iniziatici che vedono la morte simbolica dell’anonimo (“larva”) e la rinascita dell’ “eletto”.

- Le acque. L’acqua è l’arché, il principio. La vita prende origine nell’acqua, sia a livello microcosmico (il liquido amniotico) sia a livello macrocosmico (gli oceani), dunque l’acqua è sempre portatrice di vita e di fecondità. Sotto forma di pioggia, rappresenta lo sperma del Cielo che feconda la Terra. E’ associata all’idea della purificazione  e rigenerazione, per la sua proprietà di riportare le cose all’origine (“sciogliere”) e dunque ricrearle da capo (a livello microcosmico, ricordiamo i rituali battesimali; a livello macrocosmico, il mito del “diluvio universale”, presente nella Genesi e in molte altre tradizioni religiose); le abluzioni rituali a scopo di purificazione sono ancora un’usanza diffusa se non un obbligo per il fedele che si accinge ad oltrepassare la soglia di uno spazio sacro (es. un tempio orientale, una moschea islamica o una chiesa cristiana cattolica, all’ingresso della quale viene praticato il “segno della croce” con l’acqua benedetta). Le credenze popolari legate all’acqua sono moltissime, e vanno rintracciate sia nel culto delle fonti, dei ruscelli e delle cascate, creduti abitacolo di creature prodigiose (folletti, fate, ninfe, ecc.), sia nelle leggende costruite attorno agli animali, reali (pesci) o immaginari (draghi), che popolano le acque, considerati sacri almeno quanto la matrice originaria in cui sono immersi, e al pari di essa portatori della carica di ambivalenza tipica del sacro, quindi amati, ammirati per la loro saggezza, consultati come oracoli, e al tempo stesso temuti come mostri maligni divoratori di uomini.

- Le pietre. La pietra è considerata sacra perché il suo processo di trasformazione ed erosione non è visibile dall’occhio umano, che empiricamente la percepisce al contrario come immutabile, quindi eterna, non soggetta all’azione corruttrice del tempo: essa si contrappone pertanto agli altri elementi del paesaggio, vegetali, animali o atmosferici, soggetti a mutamenti ben più rapidi e vistosi. Alcune tradizioni hanno collocato una pietra al centro del proprio culto, come riferimento o come meta (es. la Ka’ba al centro della Mecca nell’Islam; il Lapis, o “pietra filosofale”, meta, seppur simbolica, delle trasmutazioni alchemiche; Cintamani, la “pietra azzurra” o “perla del desiderio”, simbolo del Buddha al centro del mandala descritto nel Trattato della meditazione di Amitaba, ecc.). Ma più frequentemente la pietra è tomba, monumento funebre o statua conferente immortalità alla persona ritratta, ed è quindi associata al culto dei morti: gli esempi potrebbero essere illimitati, dai cerchi di pietra che segnano il confine dei cimiteri tribali alle lapidi che marcano il luogo della sepoltura anche nei cimiteri cristiani, agli antichi e per certi versi ancora enigmatici megaliti presenti in Europa come in Medioriente (dall’India all’Irlanda) a casi affascinanti -a metà tra la ritrattistica e il culto dei defunti- come i “gemelli del morto”, feticci in pietra, scolpiti a grandezza naturale, trovati nelle tombe degli Incas a fianco del cadavere e rappresentanti l’anima eterna ed incorruttibile a fianco del corpo soggetto a decomposizione.

 

2) RITMI BIOLOGICI

- Il Sole. I ritmi biologici sono caratterizzati dalla costante della ciclicità. Anche l’ “occhio del Cielo”, ha un andamento ritmico: per il suo carattere iniziatico di morte e rinascita, il Sole è associato agli eroi (protagonisti dei miti), ai messia (es. Buddha, Mitra, Cristo) e agli imperatori divini (es. i sovrani “cosmici” delle civiltà pre-colombiane, i faraoni egizi, i Cesari latini). Il ciclo di morte (tramonto), viaggio notturno negli inferi (notte) e risurrezione (alba) viene percepito come la visualizzazione del destino degli eletti e viene pertanto ripetuto simbolicamente nei rituali iniziatici.

- La Luna. In ogni cultura (dai miti arcaici di più parti del mondo ai testi alchemici dell’Europa rinascimentale, dall’arte della maschera veneziana alla psicologia analitica) il Sole, associato al chiarore del giorno, all’oro, all’idea del bene e all’aspetto maschile dell’universo (“Yang”, secondo la nota terminologia taoista), fa coppia divina con la Luna, identificata invece con l’ambiguità e i pericoli della notte, con l’argento, con l’aspetto freddo e femmineo (“Yin”) della creazione. Mentre il Sole, infatti, oltre ad essere portatore di luce, quindi delle forme chiare e distinte della coscienza, ruota apparentemente attorno alla Terra ma sotto forma di sfera di fuoco sempre uguale a se stessa, la Luna muore e rinasce anche dal proprio interno: è portatrice cioè di una forte carica di ambivalenza, di una vera e propria “doppia faccia”. Scrive Eliade: “Il divenire è la norma lunare”. L’essenza della Luna sta dunque nel ritmo, e come tale essa detentrice di due grandi poteri: la saggezza e la fecondità. La fecondità è un aspetto facilmente intuibile poiché la Luna, essendo essa stessa ritmo -anzi, il ritmo-  regola i ritmi biologici terrestri quali le maree, quindi la pesca, le piogge, quindi la crescita delle piante e la semina, il ciclo mestruale, quindi la fertilità femminile e in genere la sesualità, fino all’umore umano, quindi le attività sociali; sussiste pertanto un’identificazione, o per lo meno una solidarietà cosmica, tra la Luna e gli animali simboli di fertilità, come il serpente o il toro (in particolarmodo le sue corna: la prima falce di luna nuova è spesso chiamata “corno lunare”). Ma c’è di più. Come il serpente che cambia la pelle, come l’albero che ogni anno perde e rinnova il proprio fogliame, anche la Luna rinnova mensilmente il proprio aspetto: non la stasi, dunque, ma la trasformazione conferisce  immortalità, non il trattenere, ma il cedere al fine di rigenerare; e questa è saggezza, nella quale l’umanità ripone le proprie speranze di rinascita. E’ ovvio che anche in questo caso l’associazione Luna/muta animale è un archetipo che si riempirà di volta in volta con immagini diverse a seconda del contesto storico.geografico e culturale: così, gli abitanti delle latitudini subtropicali associano la Luna al serpente, le tribù delle foreste boreali la associano al cervo che ogni primevera cambia le corna, e così via.

- L’Albero. Il culto della vegetazione ruota attorno all’Albero Cosmico, l’asse che passando attraverso il centro del mondo unifica i piani cosmici (Cielo, Terra e inferi) e in tal modo funge da struttura portante dell’intero meccanismo, ossia sorregge la creazione. Il centro del mondo è “la casa di Dio”, il luogo della ierofania per eccellenza, il punto dal quale si emana e si riassorbe l’energia dei cicli di produzione e distruzione del cosmo. Il nucleo del culto dell’Albero è il rinnovamento stagionale: l’Albero muore in autunno e in esso si ritira tutta l’energia vitale, che con esso riposa (dorme) per la durata dell’inverno; ed è sempre a partire dall’Albero, al momento della sua rinascita primaverile, che la vita si espande nuovamente ricreando tutta la natura. I rituali di “capodanno”, cioè rinnovamento periodico del mondo (generalmente in Aprile o in Maggio nelle società tribali, culti però sopravvissuti in alcuni casi fino ad oggi, sebbene sotto altre vesti, le coseddette “feste della primavera”) si svolgevano sotto l’Albero sacro, e avevano carattere orgiastico o sacrificale; lo stesso Albero compare nei miti di creazione (dall’Albero della Genesi all’Yggdrasil germanico) e nelle credenze totemiche, ossia l’Albero è spesso considerato l’antenato di un clan o di una persona in particolare, e quindi uomo e Albero sono indissolubilmente legati da una sorta di “solidarietà mistica” in quanto condividono lo stesso destino di morte e rinascita. Naturalmente nel cristianesimo la simbologia e l’iconografia dell’Albero sacro confluiscono nell’immagine della Croce, asse del mondo, fulcro del mistero del peccato e della redenzione (secondo la leggenda, la Croce sorge sul monte dove Adamo fu sepolto); ricordiamo infine la credenza popolare delle virtù taumaturgiche delle piante che crescono sotto l’Albero sacro e in seguito ai piedi della Croce, costruita col legno dell’Albero stesso.

 

3) STRUTTURE MENTALI

- Tempo sacro. Questo concetto va analizzato sotto due aspetti, la nostalgia del paradiso e l’idea di mito cosmogonico.

La cosiddetta nostalgia del paradiso è presente sia nella concezione occidentale di tempo lineare progressivo sia in quella orientale di tempo ciclico. La struttura è la seguente. Esiste un paradiso primordiale, un “tempo senza tempo” che precede la storia (molti sono i modi in cui esso è stato nominato: Eden, Età dell’Oro, Tempo del Sogno, ecc.) in cui il creato mantiene ancora intatta la propria perfezione; un errore rituale o una colpa da parte di una creatura pone fine a tale condizione paradisiaca e dà inizio alla storia, al cosiddetto “tempo profano”, caratterizzato dalla progressiva corruzione del mondo; nel proprio immaginario, l’uomo rivive il sogno di perfezione originaria, ricostruibile periodicamente in modo armonico (es. i citati rituali di capodanno, nei quali, a partire dall’Albero cosmico, il mondo intero veniva rifatto da capo e ritrovava così la propria santità primordiale) oppure in modo drammatico, attraverso gigantesche battaglie cosmiche alla fine della storia (es. il Ragnarok germanico, l’Apocalisse cristiana). La psicologia del profondo ha cercato di spiegare l’idea universale di paradiso perduto con la condizione “fusionale” dell’essere umano nell’utero materno e nella prima infanzia (tra l’altro paragonata da alcuni antropologi e psicologi all’era arcaica, per la legge biologica secondo cui “ontogenesi ricapitola filogenesi”); la nascita costituirebbe, secondo la terminologia freudiana, una “ferita narcisistica” destinata a marcare l’intera esistenza, poiché la separazione fisica dalla madre darebbe origine all’idea dell’io separato dal resto, ossia della “coscienza che discrimina”, che si rafforza e diviene progressivamente dominante via via che l’età adulta si sostituisce all’infanzia.

Il mito cosmogonico è il racconto di gesta compiute da “eroi” divini o semidivini (detti “antenati mitici”) nel tempo senza tempo precedente la storia, atto a spiegare il come e il perché della creazione o parte di essa. Il materiale mitologico cosmogonico preso il esame da Eliade presenta spessissimo la costante del sacrificio, ossia la creazione avviene mediante divisione dell’Uno primordiale. La variante più comune è quella dell’eroe che uccide un mostro o un gigante, dal cui corpo sventrato esce la molteplicità di forme della creazione: è la “cosmogonia mediante uccisione creatrice” (es. Il babilonese Marduk che uccide il mostro Tiamat, il persiano Mitra che uccide il Toro; ma l’archetipo si ripete anche in epoca medievale cristiana, nelle numerose leggende dei cavalieri uccisori di draghi, come quella di san Giorgio). Una variante altrettanto arcaica è quella della scissione in due dell’Uno primordiale: si tratta dei “miti della reintegrazione” (es. l’iranico Zurvan, che genera i due figli opposti Ohrmazd e Ahriman) e dei numerosi “miti dell’androgino” (quello narrato nel Simposio di Platone è solo il più conosciuto). Nel caso particolare dell’androgino, l’antenato mitico diviso in due per ira degli dèi o in seguito ad una qualche colpa commessa, va ricordato che si tratta comunque di una parziale cosmogonia: la creazione non avviene infatti una volta per tutte, ogni momento potenzialmente è creazione, o per lo meno è creazione il momento in cui nel creato già esistente viene introdotta una novità significativa. La terza variante è l’autoframmentazione dell’Uno nel molteplice, per desiderio (es. il mito vedico di Purusa) o per tensioni interne (es. la vicenda del Pleroma nel Vangelo di Verità di Valentino).

Al di là dei vincoli posti dal linguaggio nel tentativo di esporre significati così vasti e complessi, il tempo sacro, ossia il tempo del mito, non va inteso come una condizione anteriore, quindi esterna alla storia: è piuttosto un approccio al concetto di tempo radicalmente diverso da quello profano (e tale estraneità è sottolineata anche dalla dicitura “eterno presente”). Il tempo sacro per sua natura è totalmente “altro” dal profano, eppure può essere rivissuto in ogni momento dall’adepto attraverso il rito. Il rito è la ripetizione del mito, cioè la ripetizione delle gesta primordiali che portano l’adepto ad entrare in uno stato di contemporaneità col tempo senza tempo, che quindi non è scomparso con l’inizio della storia, ma sussiste, per così dire, parallelamente, ma che a causa della storia stessa ormai può essere percepito solo attraverso il rito. Ritornare al tempo senza tempo e ripetere il mito comporta l’annullamento della creazione al fine di rifarla da capo rimettendo in moto il meccanismo della cosmogonia, ragion per cui il rito viene praticato regolarmente per soddisfare il bisogno di rigenerazione periodica: abbiamo citato i riti primaverili di rinnovamento annuale del cosmo (in cui l’orgia, attraverso il sovvertimento delle leggi e la cancellazione momentanea delle gerarchie, fa regredire il mondo al caos pre-cosmogonico), i riti sacrificali (umani, animali e poi vegetali o simbolici, ripetizioni dell’uccisione creatrice primordiale) e i riti di iniziazione (in cui attraverso il ritorno al caos ctonio, il “regressum ad uterum” o “discesa agli inferi”, muore la larva e nasce l’eletto. Ricordiamo l’analogo schema di sepoltura ai fini di rinascita nei rituali di inumazione dei defunti).

- Spazio sacro. Se il mito avviene nel tempo sacro, il rito avviene in uno spazio che si distingue dal resto circostante. Gli spazi dedicati al rito, in più parti del mondo (dal ming-thang cinese allo stupa buddhista indiano, dalle piramidi dell’Egitto faraonico alle antiche ziqquratt babilonesi, dal tempio hindu alla chiesa cristiana, ecc.), seppur con le ovvie e spesso accentuate differenze dovute a funzioni rituali talvolta molto diverse tra loro, ricalcano tutti lo stesso schema di base, che riproduce in un microcosmo architettonico l’immagine arcaica dell’universo: la terra è quadrata, orientata secondo i quattro punti cardinali, e il cielo la ricopre a mo’ di volta o cupola; un asse attraversa il centro fungendo da struttura portante del tutto; il centro, luogo del sacro per eccellenza, è protetto da una recinzione o da mostri custodi, ossia da un percorso di tipo iniziatico. Le due varianti più comuni dello spazio sacro sono quella concava e quella convessa, ossia il tipo a “caverna” o “grotta” (ad evidenziare l’aspetto ctonio di discesa agli inferi) e il tipo a “montagna sacra” (ad evidenziare l’aspetto ascensionale della spiritualità).

- Simbolo (dal greco symbállein, “unire, mettere insieme”). Secondo la definizione junghiana, il simbolo è ciò che rinvia a qualcos’altro da sé, quindi che unisce una pluralità, o almeno una dualità, di piani diversi. Molto similmente Eliade scrive: “Il simbolo è un oggetto con una simultaneità di significati”, e “ogni cosa che è simbolo tende a coincidere con il tutto”. Il simbolo è un unificatore di opposti: particolare e universale (es. l’individuo e il mondo, la parte e il tutto, il microcosmo e il macrocosmo; in ultima analisi, dimensione umana, terrena, e dimensione divina, trascendente), bene e male (dèi e demoni, luce e tenebre, ecc.), aspetto maschile e femminile dell’uomo e dell’intero universo (Cielo e Terra, Sole e Luna, Yang e Yin, spirito e materia, ecc.). Al di fuori della teoria agostiniana della privatio boni, che toglie al male il proprio statuto ontologico, la mente umana ha sempre percepito la realtà esteriore (oggettiva) ed interiore (soggettiva) per coppie di opposti, per cui nulla può esistere senza il proprio contrario. Analizzando il materiale preso in esame da Jung e da Eliade, soprattutto scorrendo le pagine della sua Storia, è possibile individuare a mio avviso tre varianti nella dinamica del simbolo: complementarità, alternanza e ambivalenza. La complementarità comporta opposti separati e nemici, in perenne lotta tra loro, ma provenienti dallo stesso Uno, quindi reciprocamente necessari all’equilibrio cosmico e destinati a riunirsi (concetto di “reintegrazione”): è il caso dei Deva e degli Asura, dèi e demoni nell’induismo antico, entrambi figli del grande dio Prajapati, o di Ohrmazd e Ahriman figli di Zurvan nella religione iranica. E’anche il caso, secondo Jung, di Cristo e Satana, entrambi figli di Jahvè: certo si può obiettare l’inaccettabilità teologica di questa posizione (Cristo è Dio stesso incarnato, Satana è solo una delle tante creature di Dio, un angelo caduto), ma da un punto di vista empirico, osservando cioè il loro effetto sulla storia sacra, queste due figure sono a tutti gli effetti l’espressione cristiana dell’archetipo dei “fratelli nemici”, ossia dell’onnipresente lotta tra il bene e il male. Tipico delle società orientali invece è invece il concetto di alternanza dei contrari, ossia ogni cosa che raggiunge il suo apice gradualmente si trasforma nell’opposto perché già contiene in sé il germe dell’opposto: basti pensare all’esempio di Yang e Yin nel ciclo del Tao, o dell’alternarsi di vita e morte nel ciclo del samsara (è interessante ricordare anche che la psicologia del profondo ha svelato lo stesso meccanismo di alternanza nelle malattie psichiche: sadismo-masochismo, anoressia-bulimia, mania-depressione, ecc.). Infine, la cosiddetta ambivalenza del reale nega, o comunque modifica radicalmente l’approccio agli opposti. La fisica atomica ha teorizzato con linguaggio scientifico e occidentale quelle che erano state le intuizioni di saggi vissuti millenni fa: il soggetto modifica l’oggetto in base al proprio punto di vista, quindi nella realtà è intrinseca una componente soggettiva. La “legge della complementarità” di Niels Bhor illustra come la luce si comporti da onda (energia) o da particella (fotone, materia) a seconda dell’angolo di osservazione; ciò non significa che la luce è “sia questo che quello”, ma piuttosto “né questo né quello”, ossia che la definizione di un opposto o dell’altro è nell’osservatore. La realtà “in se stessa” è inesistente, non nel senso nichilistico, ma nel senso di inconoscibile se non attraverso il filtro della percezione: io e mondo sono inscindibili. E’ pertanto l’aspettativa e la volizione dell’io a scindere qualunque oggetto di osservazione nelle coppie di opposti, in base ai propri parametri di osservazione e giudizio. Nel saggio Il mito della reintegrazione, dedicato proprio al rapporto tra gli opposti nella storia delle religioni, Eliade cita la figura esemplare di Seraphita, dall’omonimo romanzo di Balzac, amata da un uomo come se fosse donna (Seraphita) e contemporaneamente da una donna come se fosse uomo (Seraphitus); Seraphita/us non è un ermafrofita dotato di attributi sia maschili che femminili, ma al contrario è un essere apolare percepito in modi opposti da osservatori con opposte aspettative.

 

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La denominazione dell’homo religiosus esplicita l’idea di Eliade di un uomo religioso per natura, ossia del sacro come “elemento costitutivo della coscienza”. Nel paragrafo conclusivo del saggio Il sacro e il profano, Eliade si chiede allora se e dove sia rintracciabile il sentimento del sacro nella società moderna e post-moderna, ossia nell’ambito di un contesto di diffuso ateismo. In primo luogo, il nostro autore pone i seguenti paramentri per definire un uomo davvero “areligioso”: rifiutare la trascendenza, relativizzare totalmente la realtà, quindi rinunciare a qualunque valore assoluto, che si traduce in un’arresa nella ricerca del senso della vita; l’uomo areligioso è pertanto colui che “si fa da sé”, considerando solamente il valore dell’io soggetto e protagonista della propria storia. Questa definizione è già sufficiente per ridurre drasticamente il numero dei veri atei, al di sotto delle apparenze. In secondo luogo, anche laddove sia rintracciabile un uomo realmente areligioso, egli non nasce comunque dal nulla, ma “deriva” dall’uomo religioso, è cioè il risultato di un processo di “de-sacralizzazione”, e dunque valgono per lui le leggi che regolando i processi evolutivi: l’uomo areligioso porta inevitabilmente con sè le tracce della religiosità. Per esempio, nella vasta gamma di superstizioni e taboo ancora largamente diffusi nella società occidentale odierna Eliade rintraccia l’arcaico sentimento di ambivalenza verso il sacro; le caratteristiche dei rituali di rigenerazione periodica del cosmo sono confluite nelle feste per l’anno nuovo, per la nuova casa, per il matrimonio o per la nascita di un bambino; il cinema e la letteratura conservano intatte le situazioni archetipiche e le “figure esemplari” (eroe, donna-anima, strega, antagonista, ecc.), seppur con piumaggi completamente diversi rispetto al passato; anche la cosiddetta “nostalgia del paradiso” è una struttura di pensiero indelebile in qualunque società. Eliade considera inoltre la psicanalisi l’espressione contemporanea dell’arcaico schema dell’iniziazione, trattandosi di una vera e propria “discesa negli inferi” del proprio inconscio al fine di ritrovare l’eclissata energia vitale e “ritornare alla luce” rigenerati.

Il nostro autore parla dunque di “mitologia camuffata”, di “ritualismi degradati”, di simboli ridotti ad “idoli”, cioè adorati in se stessi, nel loro particolare, e separati dal significato originale di unificatori di particolare e universale. Mito, rito e simbolo sono stati quindi “dimenticati” dalla coscienza moderna e depositati nell’inconscio. Come recuperarli? Ne vale la pena? Da cosa altrimenti possono essere sostituiti? C’è bisogno di una sostituzione? Lo studio morfologico di Eliade si ferma qui: citando le sue parole, “da qui parte la problematica pertinente al filosofo, allo psicologo, anzi al teologo.”

 

 

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