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La voce dello straniero (convegno internazionale tra antico e moderno)

di Maurizio Bettini - 16/11/2006


Si apre oggi (15/11) a Siena un convegno internazionale tra antico e moderno
La troiana Cassandra non capisce Clitennestra
Lo storico Erodoto descrive i trogloditi
Chi viene da un altro paese non ha solo vesti insolite ma parla in modo incomprensibile
I Greci preferivano paragonare quelle lingue ignote al verso o al gemito di un animale

Sulla scena dell´Agamennone Cassandra è muta. Seduta sul carro che l´ha trasportata fino alla reggia - il luogo dove il re e lei stessa fra poco saranno assassinati - non sembra udire le parole che le rivolgono Clitennestra e il corifeo. «Forse come una rondine conosce solo un´ignota lingua barbara» commenta la regina. E poi «se non comprendi le mie parole» le dice «e non intendi, fatti capire non con la voce, ma con le tue barbare mani!» «Sembra che costei abbia bisogno di un buon interprete» le fa eco il corifeo «pare una bestia selvaggia appena catturata» «O forse è pazza e ascolta solo il delirio della sua mente!» conclude sdegnata la regina «non mi abbasserò a gettar via altre parole».
Agli occhi, o forse bisognerebbe dire alle orecchie, di Clitennestra, Cassandra oscilla dunque fra animalità e barbarie. La prigioniera Troiana è una rondine, una bestia selvaggia - il suo linguaggio è barbaro, barbari sono perfino i gesti delle sue mani. Ma dunque Cassandra è veramente una pazza, come vorrebbe la regina? No, è semplicemente una straniera che non comprende la lingua in cui le parlano e, a sua volta, ne parla una che gli altri non capiscono. Cassandra è veramente un paradigma della diversità, e lo è non per il suo abbigliamento, i suoi tratti somatici o il modo in cui si comporta, ma per il suo silenzio. In piedi su quel carro la prigioniera Troiana rappresenta la più drammatica delle alterità: quella vocale.
Quando ci si presenta, infatti, lo straniero non è soltanto avvolto da vesti insolite, non ha solo pelle, occhi o viso di colore diverso rispetto ai nostri: è soprattutto prigioniero di una «voce» che non ci appartiene e che lo separa irrimediabilmente da noi. Ma è poi veramente una voce, la sua? I Greci ne hanno dubitato, e spesso hanno concluso che la vocalità dello straniero rassomigliava piuttosto al grido di un animale, al cinguettio di un uccello o al farfugliare sconnesso del balbuziente. Il fatto è che lo straniero risulta sempre molto difficile da «pensare». Sembra così simile a «noi», eppure parla in modo incomprensibile, è identico e diverso nello stesso tempo. In quale categoria si può infilare un soggetto del genere? Visto che trovarne una appropriata è faticoso, meglio assimilarlo a qualcosa che si conosce già: all´animale, per esempio, ossia la creatura vivente che più si avvicina all´uomo senza esserlo; oppure all´essere umano menomato, inferiore, mal riuscito. Proprio come accade a Cassandra, anche se il suo non costituisce certo l´unico caso.
Ancora in Grecia, infatti, le profetesse che davano responsi oracolari a Dodona, in Epiro, venivano chiamate col nome di «colombe». Nell´antichità circolavano varie spiegazioni sui motivi di questa singolare designazione, ma Erodoto non aveva dubbi in proposito: le profetesse venivano chiamate così perché erano di origine egiziana, e dunque si esprimevano in una lingua diversa dal greco. Quando parlavano, queste «colombe» di Zeus davano insomma l´impressione non di proferire parole, ma piuttosto di cantare, anzi di tubare. Il paragone vocale con le colombe è abbastanza gentile, pur se gli antichi sottolineavano volentieri il fatto che questi uccelli, quando cantano, «gemono» in modo pietoso.
Per certo, però, agli Etiopi Trogloditi era andata peggio.
Erodoto, ancora lui, raccontava che nella corsa costoro sono i più veloci fra gli uomini. Si nutrono di serpenti e di lucertole, aggiungeva, e quando parlano usano una lingua che non somiglia a nessun´altra: stridono infatti, come se fossero pipistrelli. Dalle candide colombe siamo passati a volatili ben più sgradevoli e inquietanti. Nella descrizione di Erodoto i Trogloditi vengono dunque definiti (verrebbe quasi da dire: messi al loro posto) in base a due parametri fra i più spietati che esistano: come si parla e quel che si mangia.
Gli esseri umani non mangiano rettili, solo gli animali lo fanno; proprio come gli esseri umani non stridono, ma parlano. Simili a uomini, eppure tanto diversi da loro, agli Etiopi Trogloditi si addice più una voce di pipistrello che non il linguaggio umano.
Oltre ai Trogloditi, per i Greci esisteva anche un´altra categoria di persone, chiamiamole così, che squittiva invece di parlare: i morti. E´ Omero che li descrive a questo modo, ombre vane che svolazzano nell´Ade lanciando le loro strida. Chi ha perso la luce della vita, ha perduto per sempre anche il linguaggio, l´articolazione ha ceduto il posto ad un miserabile squittio. Provatevi dunque a dialogare con i morti! Achille cercò di farlo, quando l´ombra di Patroclo gli apparve in sogno, ma fu un´esperienza terribile e frustrante. Non si può parlare con chi non ha più il senno e, invece di rispondere alle domande che gli si fanno, squittisce alla maniera di un pipistrello. Il fatto è che anche i morti sono degli stranieri, soprattutto quando vorrebbero tornare nel mondo dei vivi. Direi anzi che i morti sono gli stranieri per eccellenza, così simili a noi - hanno vissuto qui fino a ieri, sono stati i nostri padri o i nostri amici - eppure così irrimediabilmente diversi, tanto quanto neppure un Troglodita potrebbe esserlo. Non è forse questo che più ci inquieta dello straniero, il suo mescolare alterità e identità in una sola persona? Ecco perché alla maniera di Cassandra o delle colombe di Dodona, anche i morti, identici e diversi, assumono voce di animale.
Altre volte allo straniero i Greci attribuiscono non la vocalità della bestia, ma quella del balbuziente, essere umano parlante sì, ma dalla lingua difettosa. Questo infatti significa il termine «barbaros», una parola che ha avuto così tanta (mal augurata) fortuna nelle civiltà successive. Chiamare «barbaros» uno straniero significa in pratica affermare quanto segue: costui non parla una lingua sconosciuta; costui sta semplicemente storpiando la mia. Se non fosse balbuziente, insomma, se fosse sano e normale, lo straniero parlerebbe come noi. La cameriera nera di Via col Vento, con i suoi strampalati «Biss Ohara» e «Sì badrona», non sembrava anche lei un po´ balbuziente? Un po´ stupida per certo. Proprio come il «vu´ comprà» che cerca di convincerci a comprare accendini con la sua fonetica zoppicante, o i bambini cinesi che farfugliano le tabelline alla scuola elementare. Prigioniero di una voce che non ci appartiene, allo straniero viene fatta indossare la maschera (sonora) di Tartaglia, e in lingua altrui cade ed incespica là dove, nella propria, correrebbe più spedito di un Etiope.
Che poi anche i confini fra animalità e barbarie (nel senso della balbuzie) sono molto più labili di quanto sembra. Difficilmente si penserebbe, infatti, che quando la Cassandra di Eschilo viene assimilata ad una rondine, non si evocano solo grida e cinguettii, ma anche lingue che si inceppano: invece è proprio così. E anzi, dietro questo paragone c´è addirittura il ricordo potente di un mito.
Si raccontava infatti che Procne, principessa ateniese, era andata sposa a Tereo re dei Traci. Ma costui si era innamorato della sorella di lei, Filomela, e l´aveva violentata; dopo di che, per evitare che potesse raccontare in giro quanto aveva subito, le aveva tagliato la lingua. Nel seguito della vicenda le due sorelle si vendicheranno di Tereo, uccidendo il figlio di lui e di Procne, Itùs, finché Zeus non trasformerà tutti quanti in uccelli. Filomela diverrà dunque una rondine, Tereo un´upupa e Procne un usignolo. I Greci immaginavano dunque la rondine come una creatura dalla lingua mozzata: un uccello balbuziente, che garrisce suoni smozzicati. Per questo il parlare di Cassandra, la rondine, è doppiamente barbaro, la profetessa Troiana è animale e balbuziente in un colpo solo - sventurata Cassandra, nessuno vuol rendersi conto del fatto che lei è semplicemente una donna alla quale, nella grande lotteria delle lingue, è toccata in sorte una parlata diversa dal greco.