Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / Forse angeli: intervista (parte 2) a Rupert Sheldrake

Forse angeli: intervista (parte 2) a Rupert Sheldrake

di Hal Blacker - 09/11/2005

Fonte: innernet.it

Nella seconda parte dell'intervista, Rupert Sheldrake affronta la natura della scienza, la possibilità di raggiungere il vero e della connessione della scienza con la spiritualità.

Riassunto: Nella seconda parte dell'intervista, Rupert Sheldrake affronta la natura della scienza, la possibilità di raggiungere il vero e della connessione della scienza con la spiritualità.


Hal Blacker: Credi che esista una verità obbiettiva accertabile dalla scienza, o che magari l’intera scienza sia la proiezione di certi presupposti di base?

Rupert Sheldrake: Penso che tutta la scienza sia la proiezione di certi presupposti basilari. Cominci con un’ipotesi e la tua ipotesi ha una plausibilità che gli deriva dai tuoi presupposti. L’universo è uno specchio – in altre parole riflette quello che andiamo cercando. Se credi che la cosa più importante nell’universo sia la polarità, la puoi riscontrare dovunque – teste e piedi, il polo sud e il polo nord, le radici e le cime nelle piante. Se pensi che la cosa più importante sia la trinità, il tre, puoi trovare il tre dovunque guardi. Se ritieni che sia il quattro, trovi il quattro – i quattro punti del compasso, il quadrato, gli angoli, e così via. Incontri sempre delle persone che sostengono delle filosofie in cui il segreto della vita è questo o quello, e puoi trovare abbondanti evidenze per ognuna di queste filosofie.

L’universo, sembra, può riflettere un infinito numero di punti di vista. Nella scienza, però, il modo che ti fa decidere tra due visioni competitive passa attraverso gli esperimenti. Nella filosofia, puoi avere scuole di pensiero rivali che vanno avanti per migliaia d’anni. Ma nella scienza, la regola generale del gioco è che se hai un’ipotesi e qualcuno ne ha un’altra, puoi sempre dire: “Bene, possiamo fare un esperimento per vedere qual è la migliore”? Sei in un certo tipo di gara, e accordandoti sull’esperimento e il modo di farlo, chiedi alla natura di decidere qual è l’ipotesi migliore. È come un oracolo. Sollevi una domanda sulla natura e la risposta arriva attraverso l’esperimento, L’esperimento non sempre risolve la questione. Nella scienza c’è sempre la disputa tra diversi punti di vista. Ma, in ogni caso, puoi risolvere qualcosa. La teoria dell’evoluzione afferma che se c’erano molte forme di vita nel passato che non esistono più, dovrebbero aver lasciato un certo numero di tracce. E infatti, guardi, e ci sono tutte queste ossa d’animali estinti, seppellite negli strati della terra, e questa sembra un’evidenza sufficientemente plausibile di questo processo di sviluppo nel tempo. Quindi, credo, che si possano decidere alcune questioni sulla base dell’evidenza. Ci sono alcune questioni metafisiche, però, dove non puoi, come: “C’è uno scopo nell’evoluzione?” Questa non è quel tipo di domanda a cui si possa rispondere facilmente con l’evidenza.

Hal Blacker: Credi che avendo dei presupposti o delle credenze fondamentali - anche se non possono veramente essere dimostrate scientificamente vere o false - possano queste dar forma alla scienza o aprirla ad altri regni a cui altrimenti non si sarebbe aperta?

Rupert Sheldrake: La scienza è inevitabilmente basata su assunti circa la natura dell’universo. Infatti, la maggior parte delle asserzioni, da cui è dominata la scienza al momento, deriva da un particolare tipo di teologia comune nel diciassettesimo secolo, una teologia greca neoplatonica di un Dio oltre lo spazio e il tempo, una sorta di mente eterna che ha una natura essenzialmente matematica e che costituisce il fondamento dell’universo. Se non lo chiami “Dio”, chiamala la legge della natura o la realtà matematica. Ma questo è il presupposto. Stephen Hawking, Steven Weinberg e i più importanti fisici moderni – compreso Einstein – sottoscrivono questo tipo d’opinione. Anche se non la chiamano “Dio”, essi credono che la realtà ultima sia un regno matematico eterno. L’assunzione scientifica convenzionale delle leggi della natura universali che non cambiano è semplicemente derivata da questa teologia neoplatonica. La maggior parte degli scienziati ha eliminato la mente di Dio dalla macchina del mondo e rimangono con il fantasma della mente di Dio che è l’idea delle eterne leggi della natura, stabilite per sempre e applicate a tutto l’universo. La teoria del Big Bang stessa dipende da quest’assunzione. Si suppone che le leggi della natura osservate negli ultimi cinquant’anni nei laboratori della terra si applichino all’intera storia dell’universo attraverso quindici miliardi d’anni, senza variazioni, in ogni singola parte dell’universo. E, su questi presupposti, puoi risalire indietro con i calcoli al Big Bang. Ma, la conclusione che ci siano leggi della natura universali che non cambiano mai, che sono sempre esistite dall’inizio, è una pura asserzione. Non esiste nessuna prova empirica di ciò. Di nessun tipo.

Finora coloro che hanno provato a studiare le leggi e le costanti della natura sulla terra hanno scoperto che esse variano. Aggiorniamo sempre la nostra opinione delle leggi della natura e delle cosiddette costanti, come la velocità della luce. Se osservi i dati, hanno oscillato ampiamente nel corso degli ultimi cinquanta o cento anni in cui sono stati studiati. Queste fluttuazioni sono state congedate com’errori sperimentali. Ma nel mio libro Seven Experiments That Could Change the World, scorro la storia delle costanti fondamentali e discuto la domanda: “Quanto sono costanti le costanti fondamentali?”. La prova empirica mostra che esse non sono così costanti. L’assunzione è che se i fatti empirici mostrano variazioni, devono essere sbagliati perché sappiamo che essendo delle costanti, devono essere costanti. La scienza è basata completamente su assunzioni metafisiche sulla natura dell’universo. E, secondo me, quest’asserzione di leggi eterne e costanti fisse, è, di fatto, molto confutabile.

Tanto del mio lavoro è basato sull’asserzione che le cosiddette leggi della natura non siano state fissate nel tempo. In un universo in evoluzione, perché non dovrebbero evolversi? E, secondo me, di fatto, non sono per niente delle leggi. Sono più simili alle abitudini. C’è un certo tipo di memoria in natura e queste abitudini della natura si evolvono col passare del tempo. Non sono leggi fisse presenti fin dall’inizio – una posizione che non potrà mai essere saggiata da esperimenti, ma solo assunta come assioma. Nonostante ciò la maggior parte degli scienziati la danno per scontata, come un presupposto mai messo in discussione. Ritengo, perciò, che ogni sorta d’asserzione relativa alla natura su cui si basa la scienza sia essenzialmente teologica o metafisica.

Hal Blacker: Hai insegnato all’Università di Cambridge per dieci anni. Che cosa ti ha spinto a lasciare il mondo accademico tradizionale e a muoverti nelle acque più rischiose, non ortodosse e nuove che da allora hai esplorato? Quale ruolo ha giocato la pratica e l’esperienza spirituale in questo percorso?

Rupert Sheldrake: A Cambridge ero molto consapevole dei grandi limiti della teoria biologica. Sebbene mi sia piaciuto fare ricerche e insegnare biologia, sono diventato sempre più conscio che la teoria meccanicistica della natura era un modo molto limitato di guardare alle cose. Non corrispondeva alla ricchezza di ciò che fanno gli organismi viventi. Sbriciolandoli, isolando gli enzimi e via di seguito, ti comunica qualcosa sugli organismi, ma non dice come si relazionano in società, come si comportano in natura e cose del genere. Questo tipo riduzionista di scienza elude sempre tutto ciò.

Poi, per conoscere più a fondo la botanica tropicale, sono stato un anno in Malesia dove ho lavorato all’Università della Malesia. Questo era nel 1968. Mentre ero in viaggio ho percorso l’India per tre mesi. Questo ha avuto un enorme impatto su di me. Improvvisamente vidi questa stupefacente cultura che trovai totalmente affascinante, che ha ricchezze e profondità maggiori di qualunque cosa mi avessero mai insegnato in Inghilterra.

M’interessai di meditazione e quando tornai in Inghilterra praticai per un po’ la meditazione trascendentale. Poi mi addentrai in altri tipi di meditazioni indiane. Non volevo continuare con la limitata e riduzionistica scienza di Cambridge, e con la comunità scientifica che seguiva questa via limitata. Trovai così un lavoro in India, presso un Istituto di Agricoltura Internazionale dove mi dedicai alla vera scienza, lavorare sulle coltivazioni indiane, che poteva essere potenzialmente utile e allo stesso tempo permettermi di vivere in India, che era dove volevo vivere. Durante questo periodo ebbi l’opportunità di scoprire il Sufismo e la filosofia Hindu. I guru venivano a tenere dei discorsi in città e visitai vari ashram. Fui per lo più attirato dall’induismo ordinario: le puja, la pratica popolare di fare offerte agli alberi sacri, il saluto al sole al mattino, i pellegrinaggi ai templi e ai luoghi sacri, gli alberi santi, i topi santi, le mucche sacre e i serpenti sacri e questo tipo di cose. Andai lì interessato alle più alte vette della filosofia indù e alla meditazione e mi trovai attratto da ciò che gli indù più sofisticati disprezzano – le pratiche popolari dell’induismo. Quello mi ha attratto di più perché riguardava un tipo di sacralità della terra e una differente attitudine verso la natura, la materia e la vita.

Per me all’inizio fu un bello shock. Ma ero intrigato è ciò giocò un ruolo molto importante nel darmi una visione più ampia delle cose. Poi capii che non essendo indiano non potevo essere un indù e sarebbe stato ridicolo tornare in Inghilterra indossando vestiti indiani e facendo finta di essere indiano. Visitai alcuni guru e chiesi loro consiglio sulla mia ricerca spirituale. E uno, o due di loro, mi disse qualcosa che non mi sarei mai aspettato: “Hai un background cristiano; dovresti trovare un sentiero cristiano. Tutte le strade portano a Dio e questo è il sentiero per te, perché è il tuo sentiero atavico”. Per me, questo aveva molto senso. Così, dopo sette anni in India, tornai alla maniera occidentale di considerare le cose. Mi ci volle molto, intraprendere quel cammino indiano e poi il ritorno. Il mio tempo lì, che univa il perseguire la scienza di tipo occidentale con il vivere in India, fu per me, allora, la giusta soluzione. Voglio dire che potevo seguire ambedue le possibilità. Questo mi fornì un modo di essere in entrambi i mondi.

Hal Blacker: Questo mi conduce alla mia ultima domanda. Pensi che sia possibile, nello stesso tempo, essere totalmente devoti alla scienza e alla spiritualità?

Rupert Sheldrake: Oh sì, senza dubbio. Penso che molti dei grandi scienziati del passato siano stati spirituali nel loro modo di vivere. Newton era attratto tanto dalla natura del divino quanto dalla scienza. Perfino Cartesio era molto interessato alla teologia e alla spiritualità. Se guardi indietro nella storia della scienza, molti dei più grandi scienziati hanno, di fatto, unito le due cose. Ci sono stati anche scienziati che sono stati atei dogmatici, ma la maggior parte di loro non li porrei tra i più grandi della storia della scienza. Darwin alla fine era un ateo, ma non fu un dogmatico. Era un ateo moderato e piuttosto triste. I seguaci di Dawkins o di T. H. Huxley e così via non sono i grandi spiriti creativi della scienza; sono gli evangelisti dell’ateismo.

La mia via è che la scienza come metodo d’indagine abbia a che fare con l’imparare dall’esperienza. Ecco ciò che è veramente. Non c’è niente in questo che sia incompatibile con la vita spirituale perché penso che anche la vita spirituale sia relativa all’imparare dall’esperienza. Ciò che è incompatibile con la vita spirituale è l’ateismo dogmatico e il materialismo che hanno dominato parti della scienza moderna, e per alcuni scienziati hanno identificato la scienza stessa.

I modelli scientifici della realtà cambiano. Prima degli anni ’60, la maggior parte della gente credeva che l’universo fosse eterno; dopo credettero in un cosmo in evoluzione. Quello che costituisce la scienza, perciò, non è un particolare insieme d’idee o di dottrine. È un metodo d’indagine, l’idea di costruire su i progressi precedenti ed esplorare con degli esperimenti, e anche un’apertura a nuove idee. E questo, credo, è completamente compatibile con una visione spirituale delle cose. Non penso tu possa dimostrare alcune di queste verità spirituali con mezzi scientifici. La scienza è un limitato metodo d’indagine. Essa osserva gli aspetti ripetitivi del mondo naturale, perciò la sua sfera d’interesse è relativamente limitata. L’esperienza spirituale coinvolgerebbe i limiti e la natura della consapevolezza. L’indagine spirituale, quindi, ha una sfera più ampia e la scienza una più ristretta. Ma non vedo incompatibilità tra le due.