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Crociate, roghi e pasque di sangue. L’indagine storica può e deve essere anzitutto scuola di verità

di Franco Cardini - 20/02/2007

Fonte: lanazione.quotidiano.net


 
 
Fin dal IX secolo si diffusero nell’Europa cristiana strane e inquietanti storie. Il primo a segnarle fu un saggio ecclesiastico franco, Sant’Agobardo di Lione. Si trattava di dicerie riguardanti bambini cristiani presi in ostaggio o addirittura rubati dagli ebrei alle loro famiglie e spesso orrendamente seviziati, di solito in coincidenza con le festività pasquali. Verso il XIII secolo, queste leggende presero ancora maggiore consistenza: mentre la Chiesa insisteva sulla realtà del miracolo eucaristico, diveniva sempre più frequente che bambini cristiani scomparissero e si dicesse poi che erano stati torturati e dissanguati dagli ebrei. Come se, per vendicarsi di quel Dio che era stato bambino e nel quale non credevano, i giudei si dessero alle sevizie sui corpi dei figli di coloro che a Gesù erano fedeli.

 


Arrivò poi il Trecento, il tempo della grande crisi, della peste nera, della paura diffusa. Venne poi il Quattrocento , il secolo della grande avanzata turca nei Balcani e nel Mediterraneo. La Cristianità aveva sempre più paura: ed erano sempre più frequenti le accuse alle comunità ebraiche, le quali venivano rese responsabili per esempio della diffusione delle malattie contagiose. Contemporaneamente, le storie sui bambini scomparsi e massacrati divenivano sempre più correnti; e i grandi predicatori medievali, i “divi della penitenza”, contribuivano potentemente a diffonderle. Fu proprio all’indomani della predicazione di uno di questi antenati dei mass-media, il francescano Bernardino Da Feltre (in un dipinto di Giovanni Spagna del secolo XVI), che nel 1475 a Trento si “trovarono le prove” del fatto che la locale comunità ebraica, in coincidenza con le sue festività pasquali, aveva seviziato e ucciso un bambino cristiano, il piccolo Simone. I presunti responsabili furono tutti catturati, interrogati, torturati secondo gli usi del tempo: e naturalmente confessarono. Furono condannati a morte. Non era l’unico caso. Paolo Uccello, uno dei più grandi pittori del XV secolo, ci ha raccontato una storia abbastanza simile, dove però gli ebrei torturano non un bambino, ma un’ostia consacrata dalla quale sgorga sangue umano. La storia miracolosa termina in un salutare rogo dei profanatori.

 


Storie del genere furono raccontate a lungo e si accordò loro una qualche credibilità. Fino a pochi anni orsono, nel duomo di Trento, c’erano una cappella e un altare dedicati al piccolo martire “San Simonino”. Il culto è stato recentemente abolito dalle autorità ecclesiastiche. Il fatto è che storie del genere nascevano dall’odio, dalla paura, dal senso di colpa trasformato in rancore. Gli ebrei erano in realtà accusati di concrete colpe, come quella di prestare danaro per usura. Per la verità, come banchieri essi erano molto più corretti dei loro colleghi cristiani: ma era proprio questo il punto facevano concorrenza, davano fastidio. Inoltre, evidentemente la Cristianità in cerca di un suo forte radicamento identitario sopportava sempre meno questo “nemico interno” che era costituito dalle comunità ebraiche. Alla fine dell’XI secolo, i pellegrini in partenza per quella strampalata spedizione che noi conosciamo come “Prima Crociata” si dettero al massacro delle comunità ebraiche incontrate lungo la loro strada, fra la Germania e l’Ungheria. Gli ebrei venivano messi davanti a un dilemma: o accettare il battesimo o essere uccisi. Molti di loro scelsero eroicamente la seconda soluzione. Non si contano poi, durante il Medioevo e l’Età Moderna i casi di conversione forzata.

 


Le leggende relative ai bambini cristiani rapiti e massacrati erano evidentemente un orribile alibi per le violenze che i cristiani imponevano agli ebrei. O meglio, così si è sempre pensato: e, senza dubbio, così pensando così si è colto nel segno. Non è un caso che i secoli della persecuzione contro gli ebrei coincidano quasi esattamente con quelli della persecuzione contro le streghe e contro gli eretici: in altri termini, insomma, siamo davanti a un lungo momento di crisi, che nella nostra Europa toccò l’apice fra il XIV e XVII secolo, razionalizzare le sventure che si stavano abbattendo sul continente bisognava che qualcuno avesse pur colpa, se le epidemie e le carestie si avvicendavano e se i turchi stavano conquistando tutto il Mediterraneo. Ma la storia riserba sempre delle sorprese. Forse è vero che essa ha delle regole: ma è non meno vero che, è proprio per questo, parecchie sono le eccezioni. Uno studioso ebreo italiano, ormai da anni trapiantato da anni in Israele, ha riesaminato le carte dell’episodio trentino del 1475. Ariel Toaff, docente in una nota università israeliana e figlio di quell’Elio Toaff che per molti anni fu Gran rabbino della comunità romana, ha tutte le carte in regola per potersi porre l’inquietante interrogativo che in effetti non ha esitato a porsi. O meglio, forse ha esitato e come: ma la sua coscienza di storico e la sua etica di studioso non potevano condurlo a sfidare i luoghi comuni. Secondo Toaff, quindi , non è sicuro che San Simonino sia stato veramente martirizzato dalla comunità ebraica locale: però non si può nemmeno escluderlo. E il caso vale anche per altri episodi. Perché? Il perché è purtroppo estremamente semplice. A volte, questi casi di assassinio rituale appaiono corredati da prove abbastanza allarmanti.

Il fatto che, in alcuni casi, si siano verificati episodi orribili non comporta nessuna colpa, nessuna responsabilità collettiva. Ma, seguendo il ragionamento di Toaff, il punto è che la mostruosità. L’orrore, non sono patrimonio esclusivo di nessuno; e d’altra parte nessuno dirsene immune. Perché non ritener possibile che anche all’interno della comintà la paura e l’odio nei confronti dei persecutori non abbiano generato in qualcuno il desiderio di vendetta, il folle disegno di una rivalsa sulla carne di un innocente per rivendicare in qualche modo i tanti innocenti uccisi o umiliati dall’altra parte? Nessuno storico ha il diritto di indietreggiare dinanzi a domande del genere. Chi si occupa di storia deve ristabilire la verità, naturalmente secondo il suo potere di convincimento e le sue capacità di ricerca. Ma d’altra parte non si sfugge alla legge dell’impatto della verità passata sulla realtà presente.

 


Toaff ci dà quindi una salutare lezione di coraggio civile e di libertà. Naturalmente, il cammino non è sgombro. Nasceranno polemiche a non finire. Ma il coraggio intellettuale dello studioso italo-israeliano è stato davvero esemplare. Occorre continuare a studiare , serenamente, rigorosamente, ma senza dimenticare che l’indagine storica può e deve essere anzitutto scuola di verità ed esempio di libertà.