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Cina batte Usa nel risiko strategico

di Paolo Mastrolilli - 25/11/2005

Fonte: www.lastampa.it

 
SIMULAZIONI GLI ESPERTI DI WASHINGTON HANNO PROVATO A IMMAGINARE COSA ACCADREBBE SUL CAMPO DI BATTAGLIA: MEGLIO LASCIAR CADERE L’OPZIONE MILITARE

In caso di guerra gli americani supertecnologici non riuscirebbero a vincere i piccoli fanti

Se domani scoppiasse una guerra tra Stati Uniti e Cina, chi la vincerebbe? La domanda, che gli analisti militari si pongono quasi dai tempi di Sun Tzu, ha acquistato nuova urgenza a Washington da quando il 3 novembre scorso Shintaro Ishihara, governatore di Tokyo, si è presentato al Center for Strategic and International Studies per dare la sua drammatica risposta: magari Pechino non prevarrebbe, ma di sicuro gli americani non riuscirebbero a piegare la Repubblica Popolare. Ishihara è una figura controversa, legata alla destra giapponese. Però ha alle spalle un’esperienza di 25 anni nella Dieta ed è stato ministro in due occasioni, prima di prendere il timone della capitale. La sua valutazione è semplice, ma sarebbe condivisa anche dagli altri alleati degli americani nella regione, come la Corea del Sud e l’Australia.

Gli Stati Uniti, secondo Ishihara, hanno ancora una netta supremazia economica, tecnologica e militare sulla Cina, che tuttavia sta facendo sforzi enormi per colmare lo svantaggio. Il loro problema fondamentale, però, sta nella cultura e nei numeri. Gli Usa, a giudizio del governatore di Tokyo, «non possono vincere perché hanno una società civile che deve aderire al valore del rispetto della vita. Lo dimostra la guerra in Iraq, dove dopo 2.000 morti si parla solo di ritiro». Il messaggio è arrivato con grande chiarezza anche in Estremo Oriente: «Quando non riusciamo a controllare neppure alcune parti della provincia di al Anbar, il problema diventa evidente». Quindi Ishihara, che un tempo era aperto verso Pechino ma oggi si è riavvicinato a Washington, suggerisce un approccio non militare alla questione cinese: «Dobbiamo considerare altri strumenti.

Le previsioni che la Repubblica Popolare possa evolversi in una democrazia attraverso le pressioni occidentali e le elezioni sono totalmente sbagliate. Piuttosto dobbiamo adottare il contenimento economico». Su questo punto si discute da anni negli Stati Uniti e il dibattito è destinato a continuare. Ma sull’altro, cioè il rapporto di forza militare, qual è la situazione? Un confronto basato sui puri numeri favorisce Washington, ma non in tutti i settori. Il Pentagono ha un bilancio annuale di oltre 400 miliardi di dollari, mentre nel 2001 Pechino ha ammesso di aver speso solo 17 miliardi per l’Esercito di Liberazione Popolare.

Questo dato ufficiale però era stato contestato già nel 1997 dall’ex professore di Yale John Bryan Starr, che nel suo libro «Understanding China» aveva sostenuto come cifra più realistica 40 o 50 miliardi all’anno. La differenza si restringe ancora di più guardando alla percentuale di prodotto interno lordo investita nelle forze armate: per Washington è il 3,7%, mentre Pechino è intorno al 7%. Se l’economia cinese continuerà a crescere come oggi le distanze sono destinate ad accorciarsi, visto che le spese militari della Repubblica Popolare sono aumentate in media del 15% durante tutti gli ultimi 12 anni. Secondo i dati dell’Institute for Defense and Disarmament Studies di Cambridge, gli Usa hanno un netto vantaggio in termini di testate nucleari, 6.480 contro 400, e resteranno avanti anche se le ridurranno davvero fra 1.700 e 2.200 entro il 2012, come previsto dai trattati sul disarmo. Washington poi ha 7.500 aerei da guerra contro 4.350 di Pechino, ma al totale bisogna aggiungere anche i caccia della US Navy, padrona di una dozzina di portaerei che i concorrenti asiatici stanno solo progettando. Lo stesso discorso vale per lo spazio, dove però la recente missione dello Shenzhou VI e i progetti per costruire un razzo capace di raggiungere la Luna confermano le ambizioni cinesi. I rapporti di forza tuttavia si invertono, quando si parla di uomini. Le forze armate Usa hanno un totale di un milione e 400.000 soldati, mentre quelle della Repubblica Popolare ne hanno più del doppio. In America ci sono 260 milioni di abitanti e in Cina 1 miliardo e 300 milioni, che secondo Ishihara sono più disposti a morire, o comunque vengono considerati più spendibili dai loro leader e dalla loro cultura. Pechino potrebbe sopportare molte più perdite di Washington, e questo farebbe la differenza in qualsiasi guerra. Sul piano strategico, poi, il Nuovo Concetto di Sicurezza cinese apparso nel 1998 ha chiarito che la Repubblica Popolare punta ad un mondo multipolare. L’Iraq, d’altra parte, ha dimostrato i limiti degli Usa. Secondo il presidente del Council on Foreign Relations, Richard Haass, la guerra è stata un errore strategico non solo perchè è costata troppe vite umane, dollari e amicizie, ma anche perché ha distratto l’attenzione delle migliori menti del paese dai grandi problemi di lungo termine, tipo il rapporto con Pechino. E come insegnava Sun Tzu nell’Arte della Guerra, il primo obiettivo in un confronto strategico è sempre quello di non farsi trovare dove il nemico ti aspetta.